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L’abbraccio

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abbraccio


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Una famiglia felice non è che un anticipo del paradiso.
George Bernard Shaw 

Le immagini realizzano la più crudele delle messinscene: sembra un normale, sereno, amorevole abbraccio tra una mamma e la sua piccola figlia.

Viene prelavata nella quotidianità di una giornata assolata dall’asilo. Quelle mani dovrebbero essere la rassicurazione più grande, la protezione più ovvia e, invece, si lorderanno di un crimine abominevole.

Forse con 11 coltellate, quanto hanno dedotto gli inquirenti da un nuovo esame sul corpicino della piccola Elena, di appena 5 anni, la mamma Martina Patti le ha tolto la vita. 11 colpi inferti compatibili probabilmente con un coltello da cucina, una ricostruzione non ancora del tutto completa, molto confusa, il cadavere ritrovato in una zona di campagna a quasi un chilometro dalla propria abitazione. Un gesto imperdonabile, di una assurda violenza.

Si può scrivere su un orrore simile?

Può un giornalista, uno scrittore misurarsi con tutta questa mostruosità senza affiorare l’incubo dell’ovvio e la presunzione di avere una spiegazione plausibile, un compromesso tra la propria anima e quella di chi ti legge?

Si deve provare per un obbligo morale verso se stessi e verso gli altri, per rispetto a quella sorta di impegno che hai tacitamente sottoscritto nel momento in cui hai deciso di essere un testimone del tuo tempo e di mettere la tua penna, per chi voglia, a disposizione degli altri.

I tuoi occhi e la tua mente devono sottostare a questo patto e tentare di descrivere le tue emozioni e di riportare nero su bianco quello che i tuoi pensieri, anche sfuggendo o diventando più veloci di un mulinello, ti stanno dicendo.

Le tue osservazioni e le tue conclusioni, lo sai, non cambieranno nulla di una virgola, non riporteranno la pace nei cuori delle persone, non ricuciranno ferite, non ti daranno indietro l’amore e il corpo di chi se ne è andato per sempre, non potranno mai, maledettamente mai, avere la magia di far correre quella bimba ancora una volta su un prato, o semplicemente giocare a cacciare dalle strade tristi della sua città quei piccioni ingombranti per noi ma tanto amici di giochi per lei.

Quei riccioli, quello sguardo meraviglioso, quella bocca socchiusa in un sorriso smorzato, che sa tanto di dolce capriccio, non torneranno anche se stili il migliore degli articoli o il più sublime dei racconti.

Se esiste un paradiso lei, ci conviene pensare, ora è felice lì. E qui ti piove addosso l’ennesimo dubbio, l’ennesima tortura intellettuale. Non sai e non te ne frega di sapere se esiste un aldilà che possa ospitare queste anime buone e fragili e dare loro l’amore che meritavano in vita. Non lo sai e non lo vuoi sapere, non ti cambierebbe nulla, non ti cambia niente. Ti chiedi a che serve.

Qualcuno le aveva donato un tempo che per una vile rappresaglia si è mutata nella più atroce delle reazioni e delle cattiverie. Uccidere il proprio sangue. Mentendo, inghiottendo il marcio che avevi nella gola, facendo affossare nelle tue viscere quell’abominio che ha trasfigurato la realtà con l’horror. Non c’è salvezza e non c’è perdono.

Io che scrivo non posso provare sentimenti di pietà e di comprensione, non giustifico e non costruisco alibi alla pazzia. Non è il mio mestiere e la poca umanità che mi resta da spendere la voglio investire solo nel silenzio e nel pianto che ci ha sconvolto verso quella tenera bambina.

Il resto è roba per chi deve affrontare questo scenario brutale: è pane per chi deve indagare, per lo psichiatra che dovrà guardarla negli occhi e ascoltare i suoi singhiozzi, per il prete che dovrà lavarle l’anima e che proverà a dire che Dio perdona.

A me non lo chiedete, me ne scuso con tutti voi. Io non ci riesco. Mi faccio da parte, non sono un giornalista che deve rappresentare il pensiero comune e che deve essere allineato. Non fa per me schierarsi con i benpensanti e con i salotti che decidono i diritti e i doveri degli altri. Non è polemica la mia, è comune senso di difesa.

Se dovessi oggi decidere di avere una reazione, probabilmente, scendere allo stesso livello di Martina Patti. Come una banale e insaziabile legge del taglione. Ecco, mi sto spingendo oltre il consentito che mi sono imposto.

Questa rubrica si chiama, lo sapete, Lo sguardo altrove: voleva essere nel suo gracile intento, un modo per osservare i fatti secondo una posizione che non deve essere legittimata dalla maggioranza. Una possibilità di affrontare i fatti senza un pregiudizio ossessivo o dettato dal furore del popolo. Voleva avere la stessa importanza del punto e virgola, non il decisionismo onanista del punto e basta.

Posso continuare a farlo mentre gli occhi sono lucidi e rivedo in quei capelli riccioli gli stessi di una delle mie bimbe e provare un brivido infinito, la voglia di abbracciarla e respingere ogni sua paura, rincuorarla e dille sottovoce che nulla, nulla le potrà mai far male?

Ero con amici quando la smania di aggiornamento informativo mi sta assalendo in una noiosa serata estiva di un giorno qualunque: ogni homepage dei nostri quotidiani riporta quel massacro.

La sua foto, i suoi occhi e quella infernale ricostruzione che ti sottopone il cervello, come uno sfrenato riavvolgimento del nastro: leggi quello che è accaduto e rivedi la scena, il particolare, torni indietro e vai più avanti, non puoi confondere le scene, deve essere tutto sensato e quanto più realistico. Lo pretende la tua bramosia di uomo dei fatti.

Ecco, senti le parole, lo stupore, lo sguardo che non si aspetta che il dopo fra qualche secondo diventi nero per sempre. Il sangue, la pazzia, l’ira. Il vestitino che si macchia, avrà detto qualche parola, forse no, lo sgomento.

Mi assale il terrore, mi allontano con la faccia dal tavolo, nessuno mi guarda, ognuno compreso nelle sue inutilità e io sono un fantasma che si aggroviglia melodrammaticamente nei suoi abissi. Sento salire dallo stomaco alla gola la voglia irrefrenabile di vomitare. Un rigetto a quello che avevo letto e che, soprattutto, inconsciamente, avevo forzatamente ricostruito parola dopo parola.

Recupero quella poca energia che mi resta per affidare a me stesso ancora un poco di dignità. Non posso scaraventare addosso ai miei commensali la rabbia mista a bile, non posso farmi vedere con gli occhi offuscati da un rosso pianto muto.

Mi alzo e mi rifugio verso il cielo. E ti penso piccola mia, ti penso dolce Elena. Le parole sono una sommessa preghiera ad un presunto Dio che dovrebbe accoglierti e donarti i giochi che ancora ti spettavano, le feste che dovevi ancora fare e l’amore che ti meritavi.

Ora il pianto è visibile e riga il mio volto non più giovane e nemmeno più così temerario e rassicurante come lo era un tempo.

Cosa c’è Massimo?

Sei un testimone del tuo tempo, scrivi e sii glaciale nelle tue emozioni. Fermati a raccontare, filosofeggia come hai fatto finora nei tuoi precedenti articoli, approfondisci e studia, riporta la tua verità e sii duro, anche a costo di mostrarti noiosamente serio, ma quanto meno autentico, conquista nuovi lettori parlando ed esaminando il fatto, utilizzando quello sguardo altrove che hai promesso.

Anche ora, che fai, ti commuovi e scrivi a raffica, fingendo di avere le idee chiare e che quello che stai battendo sulla tastiera polverosa siano il premio all’ambizione di impietosire?

Il turbamento è il tuo e devi maturare un self control più corposo per permetterti di rivendicare l’attenzione degli altri.

Di nuovo, quella sensazione incresciosa di vomito sale il livello magmatico del mio dolore. Sto ancora nella noiosa serata di un giorno qualunque: le mani afferrano le assi di un muretto che si affaccia sul mare, dietro di me voci e volti che non riconosco, ho la mente che sembra un vascello in mezzo alla tempesta, il cuore è ferito e forse in colpa nel ricordare a tutto ciò che non sono stato ancora per le mie figlie, a ciò che potevo fare per vederle sorridere e per aiutarle e che, per dimenticanza, per noia, per ozio, per stupidaggine, perché si è dato priorità al nulla, non lo hai mai fatto.

Gli occhi si pentono nella schiuma delle onde di un mare grigio verde. Ti immagino correre sulla sabbia e lasciare a noi comuni mortali il tuo ricordo. So che sto esagerando e cerco di frenare ogni leziosa e feroce fantasia, crudele e mieloso ammantare della tenerezza che mi resta, allora provo a darmi una scossa e cerco di ricompormi, spingendomi a tornare indietro nel cazzeggio dei discorsi con gli amici.

Poi, arrivano le loro mani, mi prendono da dietro e mi stringono forte. Sì queste mani le riconosco, così come la loro voce. Sono la pace di ogni mio dolore, le mie gemelle.

Non mi giro, ho gli occhi ancora stanchi di una commozione inaspettata. Mi forzano a voltarmi verso loro, mi perquisiscono, mi aggrediscono con la dolcezza dell’incontenibilità ed in quel momento che mi chiedono di abbracciarle. Di stringerle, perché quell’abbraccio sia la più naturale delle rassicurazioni che un genitore doni ad una figlia. Un abbraccio sincero, intenso, unico e che si ripeta per altre migliaia di attimi nella loro testa.

Mi abbasso, si avventano su di me e mi stritolano d’amore. Sono fortunato mi dico, siete qui e siete le mie radici a questo mondo e a questo tempo.

Gli occhi sono lucidi ma loro corrono ora sfrenatamente sulla sabbia, seguono la schiuma pazza del mare, corrono, corrono ancora. E io, stupidamente, voglio pensare che siano in tre a lasciare le orme su questa sabbia dorata.

I figli sono la mia poesia, la più grande verità che mi ha dato la vita.
Alda Merini 

 

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Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974.