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Pecunia non olet, anzi sì

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Pecunia non olet


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Pecunia non olet. La famosa frase viene fatta risalire ad una tra le dispute padre – figlio destinate a lasciare imperitura traccia negli annali, quella tra l’imperatore Vespasiano ed il figlio Tito.

La tradizione, ripresa da Svetonio, vuole che il rampollo imperiale, furibondo, avesse lanciato alcune monete in uno dei bagni pubblici, in gesto di sfida verso il padre: quest’ultimo, con calma imperiale, appunto, raccoltele, le avrebbe annusate con noncuranza e le avrebbe intascate, pronunziando quindi il fatidico adagio.

I Della Valle donano cinque milioni di euro ai familiari del personale sanitario che ha perso la vita nella lotta al Covid-19. L’iniziativa è pregevole e la notizia rimbalza, com’è giusto che sia, sulle pagine dei social. Tra le molteplici voci di apprezzamento qualcuno fa notare che anche Berlusconi, a metà marzo, ha donato la cifra di dieci milioni alla Regione Lombardia per la realizzazione del reparto di 400 posti di terapia intensiva alla fiera di Milano, o per altre emergenze.

Ne è seguita – com’era prevedibile – una levata di scudi sulla provenienza del denaro, sulla persona del Cavaliere, sulle sue vicissitudini giudiziarie e sugli scopi ultimi della sua condotta, che lascia lo spazio per una brevissima riflessione.

Non vuol essere questo nostro, certamente, un endorsing verso la figura politica del Cavaliere, né d’altro tipo. Tuttavia ci chiediamo se esista la possibilità di definire con certezza la qualità di un atto di beneficenza.

Due punti, in particolare, andrebbero analizzati:

1.Quanto all’etica della beneficenza: il fatto che il vissuto di un soggetto si assicuri, nella memoria collettiva di un popolo, l’indulgenza plenaria, o, in alternativa, il peccato originale, di tutte le sue azioni future, è sufficiente a premiarle o annullarle prescindendo dal fatto specifico di un gesto moralmente apprezzabile?

2. Quanto alla strategia della beneficenza: è possibile individuare un criterio che accerti l’obiettivo reale di un atto di generosità? In quale luogo possiamo con sicurezza tracciare il limite tra la gratuità assoluta di un gesto, e quello legato invece ad una qualche contropartita, pur velata e indiretta, in ambito politico, sociale, o anche solo attinente alla mera vanità del donatore?

Non è un caso che la stessa filosofia morale contemporanea distingua una prospettiva generalista, che determina il valore di un atto in base alla sua corrispondenza con alcune – precedenti – qualità generali del soggetto, ed esempio la sua “storia morale”, o una promessa solenne effettivamente mantenuta, da una prospettiva particolaristica, che premia, invece, l’atto per sé, in virtù cioè delle specifiche occorrenze e contingenti necessità.

La domanda non è meramente retorica, nel semplice senso che noi stessi ci sentiamo incapaci di adottare un’unica prospettiva sul punto. Ma forse la risposta è proprio qui, nella possibilità di non sceglierne esclusivamente uno, e soprattutto di non dover necessariamente tramutare il parere relativo ad un singolo fatto in un evento che travolge l’intera sfera del nostro giudizio morale.

È possibile affermare che un gesto come quello di qualcuno per cui non nutriamo stima sia stato, soprattutto in un momento come quello attuale, meritorio ed utile. Anzi forse dobbiamo adottare questa prospettiva, innanzitutto perché tenere distinti i due momenti preserva la nostra indipendenza critica da assalti esterni, più o meno strategici, e “capovolgimenti” interni, più o meno etici, di vario genere, e tutt’altro che rari; in secondo luogo, perché altrimenti correremmo il rischio di una posizione contraddittoria, quella di chi accetta il denaro ed allo stesso tempo critica il donante; il che, ça va sans dire, renderebbe noi, a nostra volta, passibili di un giudizio etico non proprio lusinghiero da parte degli altri.

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Giuseppe Maria Ambrosio

Autore Giuseppe Maria Ambrosio

Giuseppe Maria Ambrosio, laureato in giurisprudenza con una tesi in filosofia del diritto sull’ermeneutica di Hans-Georg Gadamer, ha conseguito il dottorato di ricerca in filosofia politica nel 2012 presso il dipartimento di Studi Politici della Seconda Università di Napoli, dove attualmente collabora. I suoi lavori trattano in particolare del rapporto tra stato e sovranità, dell’impatto delle teorie neocostituzionaliste sui sistemi nazionali e sovranazionali e delle libertà del singolo in ambito etico e giuridico. Collabora con riviste scientifiche e non. È membro del comitato di redazione della rivista “Persona” diretta da Giuseppe Limone.