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Dell’inutile verità – Il ruolo del sapere al tempo di internet

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post-verità


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Perché la cultura non parla più o, all’opposto, parla troppo e ovunque? È davvero il capolinea della conoscenza così come la abbiamo pensata, desiderata e comunicata? Cosa ne sappiamo, oggi, del sapere?
La vicenda epistemologica contemporanea pare stretta tra le fauci di due fenomeni solo apparentemente irrelati. Da una parte l’iperspecializzazione delle materie, complice l’enorme sviluppo della tecnica, che prelude ad un dialogo sempre meno accessibile alle masse e sempre più legato alla volontà – e alle voluttà – dei singoli attori; dall’altra, la categoria della tuttologia, ovunque presente e ovunque tirata in ballo, anche quelle poche volte in cui non c’entra nulla – una ipertrofia alla seconda potenza.

Da una parte la regressione ermetica del “penso, dunque sono” in un elitario “penso, ma non serve che dica”; dall’altra la sua trasformazione terminale in quel “dico qualcosa di tutto, dunque appaio” che del logos consuma la morbida verbosità della parola, disfacendosi della più ostica crosta del pensiero.

A scomparire quasi del tutto dalla nutrita flotta della comunicazione collettiva – mitica, simbolica, artistica ecc. – il vascello più aggraziato e fragile, quello del dialogo, luogo socratico eletto all’incontro delle coscienze e al flusso delle idee, trasformato a seconda dei casi in lectio magistralis per pochi e specializzati intimi o in ultrasonico dibattito tra sordi.

Un’eco lontanissima appaiono le artes liberales medievali, figlie di una visione intellettuale unitaria, sebbene variegatissima, del mondo; lontana sembra pure l’alba della modernità, dove scienza e filosofia si riscoprirono sì dialetti epistemologici, ma ancora legati ad una medesima koinè, una matrice affine, non di rado divulgati dal medesimo individuo.

Al tempo attuale, mai così tiranno, eppur mai così Senzaterra, il mito della specializzazione perde il suo significato originariamente additivo – ci si specializza dopo aver acquisito una struttura culturale comune – e assume matrice costitutiva, ossia nasce già fatalmente specializzato, poco incline alla comunicazione, temendo inutili perdite di tempo e di energie. “Aspirare a conoscere di tutto” appare spesso, agli occhi dell’istruito contemporaneo, ora inutile, ora impossibile, ora pericolosamente simile a quel “pensare di saper tutto” del fratello degenere, il tuttologo che studia all’università della vita e fa del mondo il prodotto della – propria – opinione.

Dove l’iperspecializzato sconta un deficit di tempo, il tuttologo lamenta un surplus di verità: verità che o non esiste, o è incomunicabile, o è in mano ad élite non meglio specificate e quindi addirittura nociva. Una verità nell’epoca televisiva questione di decibel, oggi più che mai materia d’immagini e di consensi, accumulati nella bolgia metaesistente dei mondi social. Concetto ormai talmente démodé da non meritare neanche la ribalta delle imputazioni, le quali al limite si concentrano su quella post-verità che ne è, in fondo, l’esatto opposto.

Un durissimo colpo al famoso brocardo socratico che ha tracciato, a ragione o a torto, la via millenaria della conoscenza occidentale: da una parte il sapere di sapere, e dall’altra il non sapere di non sapere. Due calci sincronizzati e bene assestati, a spingere giù, per una ripida rampa di scale di cui non si scorge la fine.

Ci sarebbe da augurarsi, senza perdere tempo, una riscrittura profonda di quelle famigerate categorie dell’utile, dell’efficiente, dell’efficace, dell’economicamente valutabile, di ogni virtuoso parametro che ha finito per imprigionare l’esistenza nei principi della buona amministrazione. Scorporare il tempo del sapere dalla infallibile curva dei profitti. Tornare con forza alla cultura inutile di un altro tempo, che tremendamente utile appare in un tempo come questo. Cercare di comprendere cosa ci attende alla fine di quella lunga rampa di scale; se solo se ne conoscesse la reale profondità.

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Giuseppe Maria Ambrosio
Giuseppe Maria Ambrosio, laureato in giurisprudenza con una tesi in filosofia del diritto sull’ermeneutica di Hans-Georg Gadamer, ha conseguito il dottorato di ricerca in filosofia politica nel 2012 presso il dipartimento di Studi Politici della Seconda Università di Napoli, dove attualmente collabora. I suoi lavori trattano in particolare del rapporto tra stato e sovranità, dell’impatto delle teorie neocostituzionaliste sui sistemi nazionali e sovranazionali e delle libertà del singolo in ambito etico e giuridico. Collabora con riviste scientifiche e non. È membro del comitato di redazione della rivista “Persona” diretta da Giuseppe Limone.