Home Rubriche Il viaggio è un'impresa ‘Per colles’: dalla Porta dello Spirito Santo al villaggio di Antignano

‘Per colles’: dalla Porta dello Spirito Santo al villaggio di Antignano

911


Download PDF

Neapolis – Puteolim attraverso l’antica via Antiniana

13 luglio 2020

Johannowsky pose il IX miglio all’incrocio tra il Decumano Inferiore e la via Toledo facendo proseguire la via per Pozzuoli attraverso via Tarsia, subito dopo la Porta dello Spirito Santo.

Una piccola cappella dedicata a Santa Maria della Provvidenza sorse di fronte questa via, al limite del “mercatello”. Nel dipinto di Micco Spadaro ‘Largo Mercatello durante la peste a Napoli’ del 1656, sono ben visibili sia la Porta dello Spirito Santo che la cappellina.

Nella prima metà del Settecento questa fu acquistata dalla ‘Venerabile Congrega dei 72 Sacerdoti e altrettanti Benefattori sotto il titolo di San Michele Arcangelo’ che, a tutt’oggi, governa il tempio.

Un nome lungo, un nome dimenticabile, un nome dimenticato. Appena dopo l’acquisizione l’antica cappella fu abbattuta e riedificata divenendo opera autografa di Domenico Antonio Vaccaro. È un piccolo gioiello che ha conservate, tra le altre cose, le panche in legno di inizio Novecento e i confessionali in noce calabrese probabilmente realizzati tra il Settecento e l’Ottocento.

Nonché la tela, posta sopra l’altare, in cui è raffigurato l’Arcangelo Michele, opera di Giuseppe Marullo, qui portata dalla congregazione dopo il trasferimento dalla chiesa di San Gennaro all’Olmo. Vari i reliquiari esposti, spiccano, però, in maniera numerosa quelli di San Lucio, a cui erano devoti i mercanti di formaggi e bestiame che lì nel Mercatello svolgevano i propri affari.

Domenico Vaccaro dipinse per questa chiesa anche le due raffigurazioni di Sant’Irene e di Sant’Emidio. La prima protegge la città dai fulmini, il secondo fu chiamato a protezione del terremoto avvenuto in Irpinia nel 1732. Fulmini e terremoti, a ricordare che l’antichità del “pagus” non è mai morta.

Quis ut Deus?

L’emblema della Congregazione, e gli occhi portano dentro ciò che l’anima ha già accolto.

Via Tarsia. Si segue il basolato. Oggi è occupato in parte dal Teatro Bracco, ma qui sorgeva e tuttora vive il palazzo, con annesso parco, dei principi Spinelli di Tarsia.
La magnificenza di questo luogo è rappresentata perfettamente dai Carafa – Carletti nella loro carta di Napoli del 1775.

Gli interventi susseguitesi negli anni non rendono più possibile apprezzare tale opera, basti pensare che gli antichi giardini successivamente all’estinzione della famiglia Spinelli furono adibiti prima a “mercato dei commestibili”, 1841 – 1845, poi all'”Esposizione delle manifatture del Regno”, 1853, mentre il palazzo ospitò dal 1856 il “Reale Istituto d’Incoraggiamento di Napoli”.

La strada prosegue di fianco alla struttura dell’antico complesso Spinelli divenendo Salita Tarsia, una stretta strada che si inerpica fino a congiungersi a quella che era l'”Infrascata”.

 

L’aria della mattina inizia a riscaldarsi mentre mi appresto alla chiesa di Sant’Antonio. Lungo la salita, proprio di fronte la chiesa, vi è un’apertura malmessa e decadente con tanto di residuo del Calcio Napoli: un grande tricolore con la Coppa Italia disegnata sopra, un murale degli anni novanta fortunatamente in via di autocancellazione.

Un’autodistruzione, un autodistaccarsi dai mattoni di tufo che rende un po’ di giustizia per tutto lo scempio che ancora pervade Napoli. Questo accesso conduce al largo Tarsia, un emiciclo completamente divorato dalle automobili. Tra le due luci di questa porta in tufo è incastrata una casa a due piani di mattoni neri e con inferriate alle finestre, quasi fosse un residuo ancora vivente di carcerazioni.

Largo Tarsia

Sul muro opposto i mattoni di tufo salgono prima gialli poi neri dove sono in mostra, a destra, una finestra dagli scuri bianchi, subito in alto un’altra finestra marrone e inferriata, al centro un foro ovale buio come lo squarcio di un buco nero e, di fianco a questo, una lampada in metallo. Sullo stesso muro, a sinistra, una finestrella è semi aperta. Sembra la parete di un museo concettuale.

Largo Tarsia

Attraverso la porta, il palazzo Spinelli svetta, cercando di farsi spazio tra l’inferno di auto parcheggiate, cercando di non occludersi alla vista, ma l’impresa non è facile. Un ultimo baluardo con il corpo già sommerso dalle acque che prova a non cadere sfinito.

La strada si fa sempre più ripida passando dai circa 54 metri di altitudine dell’inizio di via Tarsia ai quasi 183 dell’antico villaggio di Antignano, passando per i 107 di piazza Mazzini.

La salita si restringe divenendo scalinata. Un anziano è fuori un basso seduto su una sedia con gli occhi socchiusi e il sorriso appena inciso tra le rughe della vita. È lì a lasciarsi avvolgere da qual Sole che trova difficoltà a penetrare i meandri ombrosi.

San Cristoforo, ho avuto l’impressione di trovarmi davanti a lui dopo aver attraversato il fiume in Licia portando sulle spalle il Cristo e con esso l’intero peso del Mondo. La fatica del gigante che si piegò al bambino è davanti a me nel proprio riposo appena sveglia. Proteggerà ogni viaggiatore che passerà davanti al suo sguardo.

Forse quell’anziano Cristoforo appartiene a questo luogo, a questa strada da sempre. Generazione dopo generazione, secolo dopo secolo, il cammino di tanti è stato aiutato nel compimento da quest’uomo, dalla sua guida traghettatrice attraverso la sua stella. Cristoforo, come Anubi, attende le anime dei viandanti che desiderano essere portate al di là del fiume affinché i propri boschi oscuri sulla sponda opposta ritrovino la luce tra le proprie fronde.

Si ha l’impressione di essere il coltello che ha tracciato questa sottile strada dritta costeggiando i Ventaglieri. Dall’alto mi affaccio sul Parco Sociale realizzato tra il 1981 e il 1993 in seguito alla riqualificazione post terremoto. La vita trova sempre strade nuove e diverse per rinascere. Qui è avvenuto grazie alla volontà di rendere questo uno spazio di tutti, un luogo di riscatto. Il vallone si apre come un grande anfiteatro sviluppato su più livelli. Gli alberi visti da qui danno l’idea della Natura che non può essere fermata. Tra i gradoni e le scale la vegetazione ha il proprio razionale.

È ancora presto. Le voci sono silenziose e la prima luce si diffonde come onde dorate che si riflettono sulle finestre dei palazzi che circondano il Parco. Si diffonde tra le chiome verdi e i vicoli dei Ventaglieri, dove, nella prima metà dell’Ottocento, presero vita gli amori del Barone Don Pietro Gaspare e della sua amata Donna Concetta de’ Ventaglieri.

Resto affacciato su quel mondo perdendomi nei pensieri. Che bello riuscire ancora a perdersi dentro se stessi! C’è tanto ancora da scoprire e da meravigliarsi. Mi volto per posare nuovamente i piedi sul basalto della salita Tarsia. Lungo quello stretto passaggio i palazzi sembrano chiudersi intorno al Cielo. Arrivo a ciò che era l’Ospedale ‘Gesù e Maria’.

Dal 1580 questa struttura segue la decadenza del tempo. Un vento che erode pietra dopo pietra l’opera di devozione domenicana. Dall’alto, come un castello, dominava la valle che si estendeva in basso tra i possedimenti dei Pontecorvo e dei Coppola e ancora degli Spinelli. Per vari anni ne è stato rettore della cappella lo zio di mia madre, Mons. Francesco Schettino, ricordato da Mons. Aldo Caserta nel volume ‘Il clero di Napoli durante la guerra e la resistenza (1940 – 1943)’.

Quanto è lontano il tempo da me! Pervade ogni cosa, ma lo sento lontano, come se ne fossi estraneo.

È la strada a guidare, a farsi cercare e poi perdere.

Esco da questa ferita tagliata di netto nello slargo sul corso dedicato a Vittorio Emanuele II. Esco da un ventre seguendo il cordone che tiene uniti in un unico essere tutte le sue Essenze. Opera di ingegneria borbonica intrapresa nel 1852 per volere di Ferdinando II, il Corso, intitolato inizialmente a Maria Teresa d’Austria, avrebbe dovuto congiungere Piedigrotta a piazza Ottocalli passando per Capodimonte, invece fu interrotto all’incrocio con quella che successivamente diverrà via Salvator Rosa. Allo stesso artista napoletano fu intitolata la piazza che vi sorse.

Nel 1910, a cinquant’anni dall’unificazione, vi fu posta la statua di Paolo Emilio Imbriani. Solo negli anni successivi la piazza verrà intitolata a Giuseppe Mazzini, creando in non pochi napoletani il dilemma connotativo tra la statua e il titolare della piazza.

Prosegue il cammino seguendo l’Infrascata che taglia, separa i due monti Ermite e Limpiano. Nel XV secolo Giovanni Pontano, segretario di Alfonso d’Aragona, riteneva che in cima vi fosse situato un tempio dedicato a Giove Olimpio, da qui mutò leggermente il nome in Olimpiano. Il Carletti lo chiama Allimpiano.

Non è facile oggi immaginare questa strada immersa tra boschi, campagne e monasteri. Non è neanche semplice vedere oggi il monte Limpiano libero dall’uomo. Si estendeva dalla zona a ridosso di via Toledo al villaggio di Antignano. Nei secoli questo monte ha trasformato la propria vita originaria avvolgendosi di reti sanguigne fatte di vie, vicoli, piazze, scale che ne hanno fatto morire, un po’ per volta, il corpo originario divenuto quasi irriconoscibile.

In questa piazza, appena lasciata piazza Mazzini dirigendomi verso Antignano, Annibale Cesario fece erigere la chiesa di Santa Maria della Pazienza. Subito dopo la chiesa e l’ex ospedale ci si trova di fronte il Liceo ‘Giambattista Vico’, antico monastero e chiesa dedicati a San Francesco di Sales “servita da religiose”, come riporta il Carletti nelle note alla carta del Carafa.

Santa Maria della Pazienza

Un grande albero segna il passaggio: via Salvator Rosa inizia il proprio restringimento.
Si ritorna alla mulattiera, questa volta stretta dalle opere, quelle impervie e ombrose, dell’uomo. Un’ombra artificiale che taglia via volontariamente la luce e la scoperta.

Pochi passi e inizia la propria fine irrompendo con l’opera della stazione della Linea 1 della metropolitana. Un’opera orrenda. Durante la sua realizzazione vennero scoperti i resti di un ponte romano, parte della via Antiniana “per colles”.

Resti via Salvator Rosa

Oggi è inserito nel parco artistico sorto attorno alla stazione dove le facciate dei palazzi che vi si affacciano sono divenute opere di arte contemporanea.

Il basolato è tornato a vivere. L’ombra dà un po’ di riparo.

Resti via Salvator Rosa

Si prosegue su questa strada tracciata nel primo secolo dopo Cristo sotto Cocceio Nerva. Duemila anni di cammini, di vite, di fatiche e piaceri. Duemila anni che si respirano a volte facendo uno sforzo per non perderla.

Via Conte della Cerra porta a termine la grande curva descritta dall’Infrascata.
Osservo i muri. Osservo i mattoni di tufo consumati. Osservo il piperno nero e levigato. Pietre sovrapposte che raccontano una e tante storie dentro il letto di una via per tratti inviolabile. Uno di questi tratti sta per avere inizio. L’VIII miglio, via San Gennaro ad Antignano. Un rettilineo che giunge fino allo slargo dove agli inizi del Novecento fu edificata la Basilica dedicata al Santo al posto di una chiesa sorta nel 1707.

La leggenda vuole che durante il trasporto delle reliquie del Santo dall’Agro Marciano a Napoli, proprio in questo luogo alla presenza del vescovo Severo, Eusebia avvicinasse le due ampolline contenenti il sangue alla testa del santo e che si sciogliesse. Unico ricordo della precedente chiesa è l’effige di Gennaro posta poco prima della Basilica.

Così recita l’iscrizione:

Questa immagine che attraverso i secoli ricordò il primo meraviglioso portento della liquefazione del sangue di S. Gennaro qui avvenuta la delegazione pontificia ricollocò l’anno del Signore 1941.

Targa San Gennaro ad Antignano

La via “per colles” diviene qui via sacra sovrapponendosi alla via laica.
Le porte di Antignano si aprono nei primi negozi di verdura, dei pescivendoli, delle attività che da secoli rendono vivo questo antico villaggio. Si apre il villaggio come il Giano Patulcius che secondo una tradizione aveva sulla collina del Vomero il proprio tempio.
E da questo, forse, i romani derivarono Paturcium, nome con il quale indicavano la collina.

Mi fermo davanti all’antico villaggio. Due templi, due divinità. Una antica, Giano, che non aveva corrispettivo nel pantheon greco, e l’altra con sembianze, invece, grecizzanti: il Giove Olimpio. Due divinità che avrebbero potuto contendersi il luogo di edificazione per le rispettive Case, oppure davvero il Giano risiedeva sulla sommità della collina ora occupata dal Castello e dalla Certosa, lasciando al Giove un luogo un po’ più in basso in cima al Limpiano.

Forse fu a ridosso di quest’ultimo tempio che nacque un piccolo insediamento divenuto poi il villaggio di Antignano. Solo ipotesi, solo fantasia. Immagini in cui dall’alto di questo monte Giove nel suo tempio governava la città di Napoli fino al mare ed oltre.

Tradizione greca, tradizione romana, tradizione ellenica, alessandrina, cristiana. Il fondersi imperterrito delle rappresentazioni della natura e della sua fenomenologia, dell’evoluzione dello spirito e della materia su cui governa.

Un misto umano doveva aggirarsi quassù. Chi andava a Pozzuoli chi invece a Napoli. Si sostava, forse, prima di immergersi nel folto dei boschi che conducevano a valle o di continuare il cammino al di là dei monti verso Pozzuoli e poi ancora oltre, dove le terre e il mare mescolavano ancora storie e racconti, vite e cammini.

Print Friendly, PDF & Email
Fabio Picolli

Autore Fabio Picolli

Fabio Picolli, nato a Napoli nel 1980, da sempre appassionato cultore della conoscenza, dall’araldica alle arti marziali, dalle scienze all’arte, dall’esoterismo alla storia. Laureato in ingegneria aerospaziale all'Università "Federico II" è impiegato come capo reparto in "Leonardo", ex Finmeccanica. Il Viaggio? Beh, è un modo di essere, un modo di vivere!