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‘Da domani mi alzo tardi’: film capolavoro di Veneruso su Massimo Troisi

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'Da domani mi alzo tardi'


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La celebrazione dell’Amore su quel che ‘sarebbe potuto essere’ se il geniale Artista fosse ancora su questo piano di esistenza

Quando un genio abbandona prematuramente questo piano di esistenza crea dei vuoti.

Un’infinita teoria di ‘sarebbe potuto essere’.

È normale chiedersi quali altri sublimi versi avrebbe scritto Leopardi se non fosse morto a 39 anni.

Che personaggi straordinari avrebbe creato per le sue rivoluzionarie opere teatrali Annibale Ruccello se non fosse scomparso a 40 anni.

Quali capolavori cinematografici ci avrebbe ancora regalato Massimo Troisi se il suo cuore non avesse ceduto a soli 41 anni.

Sono domande che si pone il critico, l’appassionato, perché no, l’uomo della strada anch’egli attratto da una comicità solo apparentemente semplice dell’attore originario di San Giorgio a Cremano (NA).

Domande che restano senza risposte.

Che magari possono essere risolte con la convinzione, tra il fatalistico e il karmico, che abbiano terminato il loro percorso quando avevano già dato tutto quello per cui erano venuti al mondo.

Si tratta, ad ogni modo, di una mancanza connotata da un limitato coinvolgimento emotivo.

Certo, sarà capitato a tutti di essere dispiaciuti, di versare anche qualche lacrima per la scomparsa di un artista, di un calciatore.

Il vuoto più grande, però, è certamente quello che lasciano in coloro che facevano parte della loro vita.

Le amicizie, la famiglia, gli affetti.

L’Amore, quello con la A maiuscola, quello che segna una vita.

Quello che Anna Pavignano ci aveva raccontato nel libro ‘Da domani mi alzo tardi’, pubblicato nel 2007 per i tipi di E/O, trasposto, poi, nel film per la regia di Stefano Veneruso, nipote di Massimo, con la sceneggiatura degli stessi Pavignano e Veneruso, uscito nelle sale lo scorso 14 febbraio.

Il rapporto tra la Pavignano e Troisi è stato molto profondo, una storia d’amore, una forte amicizia, una collaborazione professionale per le sceneggiature di successi come ‘Ricomincio da tre’, ‘Scusate il ritardo’, ‘Le vie del Signore sono finite’, ‘Pensavo fosse amore… invece era un calesse’, ‘Il postino’.

Così come nel romanzo, l’opera cinematografica parte dall’illusione che Troisi non sia mai morto, ma si sia semplicemente allontanato dalle scene e da tutti dopo aver subito un trapianto di cuore.

La morte dopo aver girato un film che si riduce ad un incubo, anzi, ad un sogno strano.

Dopo vent’anni Anna e Massimo si rincontrano per scrivere una nuova sceneggiatura, che diventa il pretesto per ritrovarsi.

Il ricordo della persona, nei suoi difetti, nelle sue manie e malinconie, nella sua autenticità si sovrappone a quello del personaggio pubblico, in una narrazione così forte da operare questa trasformazione anche nello spettatore, che in qualche modo subisce e beneficia di questa umanizzazione.

La proiezione del passato su un presente che sarebbe stato possibile rievoca l’uomo Massimo prima del genio Troisi.

Anzi, la perduta vena creativa, attribuita al nuovo cuore, che non sente più niente, fa sparire completamente l’artista.

Resta Massimo, appunto.

Quello dell’intimità, della quotidianità; pigro e che si alza tardi, anche se dall’indomani è determinato ad alzarsi tardi e non più tardissimo; che mangia la pizza come un bambino di 4 anni, combinando un disastro e sporcandosi; che tende a distrarsi per piccole cose; inguaribile conquistatore e patologicamente infedele; con le sue difficoltà ad assumersi responsabilità, esprimere i propri sentimenti, ma ugualmente capace di momenti di grande tenerezza; terrorizzato dalla routine e dalla mediocrità, tanto che lei non confesserà mai di saper cucinare; a tratti infantile, che non sa resistere al richiamo di un pallone e che litiga bonariamente con un bambino di 9 anni per una discussione sul calciatore preferito; che, sì, forse sarebbe stato un padre affettuoso.

Resta il cuore.

Quello vecchio, a cui Troisi dice di essere affezionato, dentro al quale c’era tutto, anche la sua creatività.

Quello nuovo, insensibile, ironicamente artificiale, un esperimento condotto a sua insaputa.

Resta l’amore.

Quello della vita, quello che riesce ad ‘annullare’ nel ‘Noi’ anche due personalità forti e carismatiche come quelle di Troisi e della Pavignano.

Quello che fa impallidire ogni altra storia precedente, che rende ‘tradimento’ ogni storia successiva, anche se è finita da anni.

Anche tu mi hai tradito, sarà l’affermazione di Massimo, quando lei gli dirà di avere un marito ed una figlia. Sostanziale accusa a se stessa, che Anna mette in bocca al simulacro che ha generato.

Anche perché avere una famiglia è normale.

Ancora il rifiuto della normalità come routine, come mediocrità.

Un amore forse finito proprio per l’impossibilità di essere cristallizzato.

Storie con donne di intelligenza non raffinata come meccanismo di autopunizione.

E la speranza, il desiderio.

Se non fossi andato via, saremmo tornati assieme?

le chiede Massimo.

La risposta tarda ad arrivare.

Ma è un sì. Perentorio. Che fa scoccare di nuovo la scintilla. Che riaccende la passione.

La scena dell’ultima volta assieme che viene trasposta in una nuova prima ma anche ultima volta.

Una risposta che l’autrice dà a se stessa, che sigilla il suo amore.

Il cuore di Massimo torna a ‘funzionare’, a battere, a provare amore, ma deve chiedere ad Anna di non guardarlo mentre lo ammette.

Tutto torna come nel ricordo.

Prima che la realtà faccia irruzione.

Marito e figlia la raggiungono, lei si affretta ad avvisare Massimo, di cui non c’è traccia, se non nel ricordo, appunto.

La narrazione precipita verso un finale struggente.

Anna accoglie l’invito a tornare a casa con la sua famiglia, negli USA.

Quando salgono sul taxi che li porterà all’aeroporto piove, per la prima volta durante tutto il film.

Il rumore secco e ritmico delle porte che si chiudono è mesto, come i rintocchi di campane a morto, come il battere di un martello che sigilla una bara. È la metafora di un funerale, di un addio in cui lei lo seppellisce, non si sa quanto definitivamente.

Sono lacrime le gocce di pioggia, che scorrono lente sui finestrini dell’auto.

Anna rivede Massimo lungo il tragitto.

È il suo ultimo saluto, quello che mette fine al percorso interiore della protagonista prima del ritorno alla normalità.

Si scrive per esorcizzare, perché ha una funzione catartica, come fa la Pavignano nel suo romanzo.

Ma, momentaneo sollievo a parte, le ferite restano.

Come il dolore.

Come il vuoto.

Memorabili le interpretazioni di John Lynch, nel ruolo di Massimo Troisi, e di Gabriella Pession, che veste i panni di Anna Pavignano. Gli sguardi intensi, i sorrisi dolcissimi, l’atmosfera romantica nei teneri rimbrotti si incarnano nel sentimento più sublime, quello che si ricerca per tutta la vita.

Ricorrenti le inquadrature a splendide statue di Pulcinella, ennesimo omaggio, appunto, all’ultimo Pulcinella Troisi, che con la sua ironia filosofica e beffarda, si opponeva alla dominazione e all’autorità.

Così come al cuore, di un rosso scarlatto, che prende vita dalle mani di un abile pittore.

Il cast è impreziosito dalle impareggiabili presenze di Leda Conti, la governante, e Sergio Di Paola, suo marito, sposati da vent’anni, esattamente lo stesso lasso di tempo dell’assenza di Massimo.

La colonna sonora non poteva che essere di Pino Daniele.

E, subito prima dei titoli di coda, in un lungometraggio di 107′ che scivolano via velocissimi, arriva finalmente lui, in immagini di repertorio, quando, ormai, siamo in lacrime, felici e grati di aver goduto di un capolavoro.

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Autore Lorenza Iuliano

Lorenza Iuliano, vicedirettore ExPartibus, giornalista pubblicista, linguista, politologa, web master, esperta di comunicazione e SEO.