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Giocattoli e diversità: abuso del politically correct?

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Barbie


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Da oltre cinquant’anni tra le maggiori icone-giocattolo in circolazione, la mitica Barbie può contare da questa estate su due nuove versioni: una seduta su una sedia a rotelle, l’altra con una protesi alla gamba. Secondo la californiana Mattel, che le produce, questi due nuovi modelli potrebbero aiutare a cambiare il modo di vedere la disabilità.

La scelta ha suscitato un certo dibattito: Alex Zanardi si è ad esempio chiesto su Twitter se non si stia esagerando con il politically correct, mentre Giusy Versace ha espresso giudizi positivi sulle “possibilità d’inclusione, di educazione e di formazione culturale” che i nuovi modelli possono fornire.

Posizioni valide e legittime entrambe, perché testimoniano la diversità di opinione che due campioni paralimpici possono avere sulla bontà di un’operazione commerciale. Ed è anzi un bene che sia così. Rimane un po’ arduo comprendere perché una bambina su una sedia a rotelle non possa avere almeno la possibilità di acquistare una bambola che ne richiami le fattezze. Non sarà così? Quella bambina le preferirà Barbie cavallerizza? Benissimo. Ma negare in radice l’utilità per tutti i fruitori non pare condurre a risultati migliori. Anche perché giochi del genere in giro se ne vedono pochi, troppo pochi.

Già nel 2015 lo studio “Toys and Diversities” promosso da COFACE Families Europe aveva analizzato 32 cataloghi di 9 Paesi europei, Italia compresa, con risultati non proprio lusinghieri per la diversità in tema di rapporto giocattoli – bambini.

Commentò Paola Panzeri, che ne coordinò la ricerca:

Dei 3125 bambini raffigurati 2908 erano bambini bianchi, 120 neri, 59 di famiglie miste, 31 asiatici, 7 medio-orientali. Nessuno aveva disabilità visibili.

Andrebbero qui chiariti due aspetti, e cioè innanzitutto che l’ipotetico successo dell’iniziativa non garantisce affatto che la Mattel agisca per motivi umanitari e non – poniamo – biecamente economici. Ma – e questo è il punto ulteriore – i due elementi dell’economia e dell’etica non sono necessariamente escludenti.

E non serve citare l’Etica Nicomachea, dove il filosofo ricorda che etica ed economia sono entrambe parte dell’umana natura, e che non c’è proprio nulla di male nel perseguire la ricchezza come utile funzionale alla ricerca di un bene ultimo. È sufficiente accettare il fatto, tutto legittimo, che si può sensibilizzare la società su un tema ed al contempo guadagnarci su: etica ed economia, con buona pace di radicalismi sempre più puri ed irrespirabili, vanno posti in funzione di controllo e stimolo reciproco, ma non sono in rapporto di incompatibilità logica.

A margine – e prescindendo dall’utilizzazione fattane da Zanardi, per cui nutriamo un sentimento prossimo alla venerazione – una riflessione generale su quel politically correct di cui, sempre più spesso, si segnala l’utilizzo sconsiderato.

Se ciò è vero, lo è anche il contrario. Dall’assenza dell’olio di palma nei prodotti al dibattito sui simboli religiosi nei luoghi pubblici, dalle quote rosa alla sostituzione linguistica di espressioni genericamente discriminatorie, alla permissività estetica di alcune performance all’ultimo festival di Sanremo, tutto sembra ormai individuabile come politicamente corretto e, allo stesso tempo, criticabile per questo.

La critica stessa pare quindi affetta una curvatura ideologica opposta ma affine, la quale spesso cela un’insofferenza verso ogni elemento di novità latamente riconducibile ad una maggiore responsabilità o libertà ambientale, sociale, sessuale eccetera.

Abuso del politicamente corretto e critica abusata del suo utilizzo corrono ormai sul medesimo binario, aprendo al duplice rischio di fornire un giudizio che confonde scopi e risultati delle azioni, e a quello – ulteriore – di nascondere, attraverso il comodo utilizzo della formula, una posizione pregiudiziale e banalizzante ogni qualvolta qualcosa di nuovo ci sgomenta, ci imbarazza, ci irrita.

Evitare la difesa o l’attacco ideologico al politicamente corretto come fondamento di ogni discussione: allo stato delle cose, ci pare questa la posizione politicamente corretta da seguire.

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Giuseppe Maria Ambrosio

Autore Giuseppe Maria Ambrosio

Giuseppe Maria Ambrosio, laureato in giurisprudenza con una tesi in filosofia del diritto sull’ermeneutica di Hans-Georg Gadamer, ha conseguito il dottorato di ricerca in filosofia politica nel 2012 presso il dipartimento di Studi Politici della Seconda Università di Napoli, dove attualmente collabora. I suoi lavori trattano in particolare del rapporto tra stato e sovranità, dell’impatto delle teorie neocostituzionaliste sui sistemi nazionali e sovranazionali e delle libertà del singolo in ambito etico e giuridico. Collabora con riviste scientifiche e non. È membro del comitato di redazione della rivista “Persona” diretta da Giuseppe Limone.