Il circo(lo) vizioso dell’amore

Il circo(lo) vizioso dell’amore

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genitori e bambini
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Quando voglio pensare all’amore in maniera analitica – punizione che puntualmente mi autoinfliggo nelle serate invernali di pioggia – prendo Kant, rileggo ciò che dice del sentimento del bello nella Critica del giudizio e ne rubo a mani basse le parole.

Libero, disinteressato, necessario. Aggettivi perfetti per descrivere l’amore. O, almeno, così pare a me nelle serate invernali di pioggia.

Va da sé che l’opinione di molti, sull’amore, potrà ben divergere da quella del sottoscritto.

È, al contrario, opinione ampiamente condivisa che quello filiale ne rappresenti una tra le categorie più pure.

L’amore verso i figli è “puro”, si dice, perché apparentemente non legato al soddisfacimento di un interesse personale, di un piacere soggettivo, di un tornaconto sentimentalmente egoistico. L’amore verso i figli è puro perché disinteressato.

Quando portiamo al circo, allo zoo, ai delfinari, agli acquari i nostri bambini commettiamo una triplice violenza.

Contro gli animali, che vengono imprigionati e costretti con la forza e quasi sempre con crudeltà. Contro l’ambiente, che ne esce piegato, ferito, sconvolto. Contro i figli stessi, che elaborano un concetto distorto di bene, di bello, di divertimento, di gioco, della natura.

Perché mai allora lo facciamo?

Gli unici a guadagnarci emotivamente, a ben guardare, sono i genitori, disposti a barattare vicende di cruda prigionia in cambio di sussulti di ingenuo giubilo.

Si inscena, in questi casi, un vero e proprio tradimento emotivo ai danni dei bambini. I quali, se sapessero realmente come vengono trattati gli animali dietro le quinte dei circhi, probabilmente manderebbero il proprio padre a la propria madre a quel paese col medesimo viscerale candore con il quale plaudono alle evoluzioni delle tigri.

Eppure, quello sguardo sorpreso, quegli occhioni ricolmi di meraviglia sono impagabili: conferiscono energia, affievoliscono le cure dei giorni, danno un senso ai sacrifici, paiono per ciò solo confermare la bontà stessa dell’azione.

Tuttavia non è così, e – per quanto il rapporto tra amore e verità sia frutto di abusata retorica e melliflua aforistica – un amore che si autoalimenti senza tener conto della verità non è amore ma semplice piacere.

Non si tratta di un rapporto di preferenza o di mera gerarchia.
È che l’amore, a differenza del piacere, non può ignorare di sé.
Non può, a differenza del piacere, tenere distinte le sue qualità dai suoi doveri.

Per essere illimitato, l’amore non può ignorare i limiti – di verità, di libertà, di necessità – del suo essere.

Eppure, non c’è più posto per un’ignoranza di questo tipo.
Non c’è più tempo per dire “in fondo è stato solo una volta”, “ma chissà, forse li trattano bene”, “vedessi com’era contento!”

Non c’è più tempo perché questa terra non aspetta più nessuno, né me, né voi, né i nostri figli. Quindi, se davvero tenere a loro, imparate a rispettare Lei, ed insegnatelo a loro prima possibile.

Questo, non il viziato consumismo dei sorrisi, è amore.

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Giuseppe Maria Ambrosio

Autore Giuseppe Maria Ambrosio

Giuseppe Maria Ambrosio, laureato in giurisprudenza con una tesi in filosofia del diritto sull’ermeneutica di Hans-Georg Gadamer, ha conseguito il dottorato di ricerca in filosofia politica nel 2012 presso il dipartimento di Studi Politici della Seconda Università di Napoli, dove attualmente collabora. I suoi lavori trattano in particolare del rapporto tra stato e sovranità, dell’impatto delle teorie neocostituzionaliste sui sistemi nazionali e sovranazionali e delle libertà del singolo in ambito etico e giuridico. Collabora con riviste scientifiche e non. È membro del comitato di redazione della rivista “Persona” diretta da Giuseppe Limone.