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Il diritto e il latino luoghi del dibattito culturale e democratico

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Il futuro è una palla di cannone accesa e noi la stiamo quasi raggiungendo.
Francesco De Gregori. 1982.

La metafora è quella del Titanic: il finale, della storia, quella vera, è noto.

Inutile, superflua, deleteria, addirittura discriminatoria perché generativa di élite. Destinataria privilegiata di revisioni, tagli alle spese, rimodulazioni ad ogni legislatura: la cattiva sorte della cultura in Italia pare non avere fine.

I termini politici sono ovviamente più accattivanti: modernizzazione, ottimizzazione, diversificazione dell’offerta, oltre all’immancabile “stare al passo con l’Europa”, con l’eterno richiamo finale al bene “dei nostri figli”, che addolcisce sempre l’elettorato. Ed in effetti, passo dopo passo, l’Italia occupa orgogliosamente l’ultimo posto nella classifica dei paesi meno alfabetizzati e meno acculturati del vecchio continente. Mica facile come risultato, per una Nazione che respira cultura in ogni dove, cultura cui non si può tuttavia perdonare la presunzione di voler essere studiata e amata, proprio ora che siamo occupati in ben altri problemi.

Le ragioni del tracollo culturale, pur varie e complesse, non possono tacere il tema dell’istruzione – “va di moda prendersela sempre con l’educazione, qualsiasi cosa accada in questo Paese”, ha scritto recentemente qualcuno: ebbene ce ne faremo una ragione, sfilando sulla passerella primavera – estate delle riflessioni prêt-à-porter con più grazia possibile.

Tra i tanti colpi bassi di questo match cruento e tremendamente lungo, un paio meritano di essere sottolineati.

Il primo riguarda l’ostinata trascuratezza nello studio del diritto, la cui offerta didattica, da sempre colpevolmente insufficiente, è ormai ridotta al lumicino. Considerare inutile lo studio delle regole e l’allenamento culturale alla riflessione civile non può che portare a scenari di totale disinteresse – o, peggio, di inettitudine – verso l’utilità sociale delle regole stesse.

Il secondo è rappresentato dalla progressiva eliminazione del latino, immenso luogo di memorie storiche, artistiche, giuridiche, logiche, filosofiche. Ma quale utilità può possedere mai la memoria dinanzi alle ‘sfide che ci attendono’ – ennesima gloriosa formula retorica, celebrata in calce ad ogni riforma. Qui la categoria dell’utilità si erge in tutta la sua sicurezza, sfoderando il suo asso nella manica, quello dei numeri: i numeri della crisi, della necessità, i numeri ‘che parlano da sé’ – meravigliosa formula, quest’ultima, di un potere incolpevole, mero ventriloquo di scelte più grandi di lui.

Si potrebbe pensare ad un preciso, mastodontico stratagemma di allentamento delle coscienze da parte dell’autorità. E invece no, neanche la solennità della strategia sovrana del potere che instupidisce e narcotizza ci è data, non fosse altro perché l’immenso piano culturale che servirebbe a disegnarla manca innanzitutto ai livelli di vertice politico.
Si tratta, più probabilmente, di una spaventosa ignoranza sulle necessarie premesse dello sviluppo democratico, sociale e drammaticamente pre-partitica.

Era il 1990 quando l’ora di educazione civica, fortemente voluta da Moro sin dal ’58, fu cancellata improvvisamente, è stata poi reinserita, in qualche modo, nel 2011, ma trovarne tracce nell’offerta didattica odierna è quanto mai arduo. Troppo dispendiosa, si disse, e soprattutto inutile, con quel suo non essere oggetto di valutazione. Lì riposa il probabile e spesso dimenticato inizio di un maledetto crinale, che si decise di scavallare però a pancia piena: e la cultura, di lì a poco, sarebbe divenuta quella cosa che non si mangia.

È il 2019, e il futuro ci ha quasi sorpassato.

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Giuseppe Maria Ambrosio
Giuseppe Maria Ambrosio, laureato in giurisprudenza con una tesi in filosofia del diritto sull’ermeneutica di Hans-Georg Gadamer, ha conseguito il dottorato di ricerca in filosofia politica nel 2012 presso il dipartimento di Studi Politici della Seconda Università di Napoli, dove attualmente collabora. I suoi lavori trattano in particolare del rapporto tra stato e sovranità, dell’impatto delle teorie neocostituzionaliste sui sistemi nazionali e sovranazionali e delle libertà del singolo in ambito etico e giuridico. Collabora con riviste scientifiche e non. È membro del comitato di redazione della rivista “Persona” diretta da Giuseppe Limone.