Home Rubriche Il viaggio è un'impresa Santa Starosta di Praga

Santa Starosta di Praga

847
Santa Starosta di Praga

Gennaio 2015

Non sempre siamo coscienti dell’itinerario del nostro viaggio. Spesso questo compare davanti ai nostri occhi con la forza della curiosità, alla quale piace cedere quasi senza opporvisi. Praga in quel gennaio del 2015 era, senza alcuna sorpresa, fredda, con la neve e la pioggia che si alternavano.

A volte venivano giù insieme mostrando una differente bellezza di questa città.
La bellezza della malinconia. Si ricreava, in quelle particolari sere, la sospensione del tempo come in un ripetersi sempre nuovo delle Arti di Sendivogius, Kelly o Dee.

Una di quelle sera trovai nella hall dell’albergo un libro, una piccola guida alla città. Era scritto in ceco. Mi limitai a guardare le immagini e a cercare di decifrare le didascalie subito sotto. Un insieme di consonanti che nascondevano suoni ignoti. Le foto di quel libricino scorrevano sotto le mie dita finché l’immagine di un Cristo crocifisso non mi permise di procedere oltre.

Qualcosa stonava, qualcosa di fuori luogo bloccava il pensiero. Era un primo piano della scultura. Parte della croce, il volto, la barba, le spalle e un vestito. Se ne vedeva la parte superiore, subito al di sotto del collo. Era un vestito di donna. Il Cristo vestito da donna. Il viso, ad osservarlo meglio, aveva la dolcezza della femminilità. Mancavano spigoli in quel volto. Cercai degli spunti nella lettura della didascalia. Starosta. Santa Starosta. La santa a cui crebbe la barba e che fu crocefissa come Cristo. Era davvero una donna. L’opera in quella fotografia si trovava alla Loreta. La sera potei andare a sognare in pace. Il pomeriggio del giorno seguente vide la “Loreta” come nostra destinazione.

Il cielo era grigio e pesante. Quel grigio che tende al bianco accecante ricopriva il cielo alla vista. Ellie era completamente rannicchiata, sulle mie spalle, dentro una copertina. Arrivammo e quello stesso cielo iniziò a divenire sempre più denso, quasi palpabile che lasciava poco spazio all’aria intorno a noi. Il santuario di Loreto era di un bianco risplendente, accecante che rifletteva la scarsa luce del sole opaco. Le finestre erano chiuse. Inserrate. Lasciavano al di fuori di quelle mura il silenzio che si impregnava di un’atmosfera di sospensione.

Eravamo soli. Unici viaggiatori su quella strada. Poco distante un piccolo agglomerato di edifici, credo seicenteschi, posavano un po’ di colore sulla tela bianca. Un particolare rintocco delle campane ci invitò ad entrare. All’interno il cortile ospita la copia della Casa di Loreto. Si gira l’angolo e, quasi di sfuggita, ci trovammo nella cappella della Madonna dell’Addolorata. La parete di sinistra ospita il crocefisso. La Santa Crocifissa.

Secondo la tradizione legata al culto di santa Vilgefortis,culto soppresso nel 1969 dalla chiesa cattolica, qui conosciuta con il nome di Starosta, il nome deriva dal latino “Virgo fortis”, cioè “Vergine forte”, anche se studi più recenti ne fanno risalire l’origine al “Heilige Vartz” ovvero “Volto Santo”.

Ma molti e vari sono i nome con cui è conosciuta nel resto d’Europa: Kümmernis, Reginfledis, Uncumber, Dignefortis, Cumerana, Hulpe, Eutropia e, tra i tanti altri, Liberata.

La storia della sua vita si vuole risalga all’VIII secolo, anche se la leggenda pare essere nata in un periodo precedente che va dal terzo al quarto secolo dopo Cristo. Figlia di un re portoghese, pagano, fu destinata dal padre a sposare un principe, anch’esso pagano. Alcune versioni della storia lo identificano con un re di Sicilia, probabilmente nord africano. Il padre, però, era all’oscuro che Vilgefortis avesse abbracciato la religione cristiana e che avesse donato al proprio dio la sua verginità, il suo cuore e l’intera sua vita. Saputo ciò, il padre la rinchiuse in carcere, dove lei digiunò per interi giorni.

Volendo mantenere il voto fatto, il giorno prima delle nozze pregò dio di privarla della bellezza e di trasformare le sue sembianze in un aspetto ripugnante. Fu così che quella notte crebbe sul suo volto una folta barba, facendo fuggire via il principe il giorno seguente. L’uomo, adirato per quanto accaduto, le chiese spiegazioni. Lei rispose che era sposa solo di Cristo e che questi, con quel miracolo, l’aveva salvata dallo sposare non solo un altro uomo, ma anche un pagano. A queste parole il padre avrebbe risposto che sarebbe morta come il Cristo che adorava. Fu così che i familiari la crocifissero.

Alcune leggende riportano che durante questa tortura avesse detto che chiunque avesse ricordato la sua passione sarebbe stato liberato dai dolori e dai problemi che l’affliggevano. Ecco, quindi, l’accostamento a Santa Liberata, anche se vari studi hanno escluso che le due sante siano la personificazione dello stesso culto.

In Europa il suo culto si diffuse a macchia d’olio. Ogni paese aveva la propria “Vilgefortis” con il proprio caratteristico nome, come si diceva prima. A Londra, nella zona di Billingsgate, ad esempio, fu eretta una statua dedicata alla santa qui conosciuta come St. Uncumber. Le donne che volevano liberarsi da uomini crudeli e oppressivi o da fastidiosi amanti le offrivano una ciotola di avena. Una diffusione stranamente veloce e ampia, soprattutto nell’Europa del nord, di un culto oggi quasi scomparso, come se ci fosse un substrato culturale comune.

Un’ipotesi ne fa derivare il culto dalla tradizione greca, nello specifico da quello di Ermafrodito, nato dall’unione di Ermes e Afrodite, anche se l’iconografia di Afrodito, divinità di origine cipriota, era compagno di Afrodite, maggiormente si avvicina a quella di Starosta. Era, infatti, rappresentato, con barba, seno, abiti femminili e genitali maschili. Altra divinità androgina del mondo greco è Agdistis.

Due le principali versioni in cui ci è stata tramandata questa storia: una lo vuole nato da un sogno di Zeus in cui possedeva Cibele, il suo seme, però, sarebbe caduto sulla terra colpendo una pietra da cui sarebbe poi nato Agdistis; altra versione racconta che Zeus, volendo sempre possedere Cibele, facesse cadere il proprio seme sulla terra, ma questa volta fu la stessa terra ad essere fecondata, dando al mondo la divinità androgina. Forse, questo fu un modo per portare nel mondo cristiano medievale un culto che per la nuova morale, per i nuovi precetti non poteva affatto essere palesato.

La leggenda divenne mito oppure fu il mito a tramutarsi in leggenda, non è dato ancora saperlo. Studi recenti pongono, quindi, la nascita del culto nel Medioevo quando in Europa iniziarono a giungere dal Medio Oriente raffigurazioni del Cristo non più con un solo semplice panno a coprirgli il ventre, ma con intere tuniche lunghe fino alle caviglie, il “colobium”, secondo i costumi mediorientali. Questa particolarità, mai vista prima di allora dagli europei, fece loro credere che su quei crocifissi fosse raffigurata una donna iniziando, così, a speculare sulla presenza di quella barba. La leggenda cominciò a prendere forma, legandosi forse a quella del Volto Santo di Lucca che, in quel periodo, arrivava sulle coste italiane proprio dalle terre orientali del Mediterraneo. Ecco, quindi, la spiegazione moderna del nome come si diceva poco prima.

Particolare da non trascurarsi per un’interpretazione dei simboli legati al culto di Vilgefortis è la storia secondo la quale prima di morire la Santa donò una sua scarpa d’oro, in altre leggende la scarpa è d’argento, ad un povero violinista, o ad un suonatore di liuto, che le si era avvicinato. Questa leggenda pare sia stata mutuata da un’altra anche questa legata al culto del Volto Santo. Pur nascendo dalla stessa tradizione e dalla stesso “oggetto” mediorientale, come si è supposto, i due culti però presero strade differenti creandosi ognuno una particolare forma di venerazione e, soprattutto, di simbologia; in particolare, quella legata a Starosta rimanda al Rebis e all’unione degli opposti.

Il piede nudo, denudato volontariamente dalla stessa santa, riporta alla tradizione latina del dio Ceculo e del cammino su suolo consacrato, chiamando a proprio testimone il povero musicista, senza metalli – musicista – suonatore di violino/liuto -, profano, in quel rito di passaggio alla morte, violinista che diviene ora iniziato al culto della “Vergine” dalla “forte e ferma” volontà, ma il nome Starosta, con il quale è qui venerata la santa, indicava, presso gli antichi slavi, l’anziano saggio di una comunità, richiamando, così, il neofita alla devozione verso la Sapienza, verso la Conoscenza più alta a cui tendere.
La strada a cui è però chiamato non deve temere dolore e persecuzioni, ma deve essere libera, forte e ferma.

La cappella era chiusa da una bassa ringhiera di ferro. Non ne era consentito l’accesso.
Il crocifisso era lì e noi eravamo al di fuori cercando di carpire il volto nascosto dalla barba, cercando di cogliere i segni di una tradizione ormai quasi scomparsa, ma non perduta, che, per secoli, è vissuta nel grembo dei propri oppressori.

L’acqua iniziò a cadere giù. Batteva sempre più forte sulle pareti del santuario coprendo il cielo. Il vento s’infrangeva sugli alberi intorno alla Casa di Loreto. Un grigiore biancastro si impossessò di quel luogo avvolgendolo come in una perla, come protezione da chi ha cercato di inseguirne il Segreto.

Vilgefortis

Print Friendly, PDF & Email