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Il Sole di Praga

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Il Sole di Praga Santuario di Loreto


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Gennaio 2015

Il pomeriggio era pronto a concludersi. Attendeva solo il nostro rientro, ma non potevamo lasciare il Santuario che custodisce la Santa Casa senza ammirare il tesoro lì custodito.

Seguimmo le indicazioni messe lì, credo, un po’ a caso. I corridoi erano deserti. Ogni tanto un colpo di tosse o un piccolo starnuto trovavano strada nel silenzio. Non si vedevano i proprietari di quei suoni. Forse era qualche custode rintanato nel caldo di una stufa.

Camminavamo liberi quasi fossimo invitati a rimanere lì, a divenire parte di quella storia come le anime che corrono tra le stanze del monastero tra i riposi nel campanile e le preghiere nelle cappelle.

Al primo piano, nel corridoio principale si apriva la sala che ne ospita il tesoro. La luce era soffusa e riempiva quello spazio in cui il colore blu, un blu scuro, obbligava gli occhi ad adattarsi e a prepararsi alla vista delle opere lì custodite. La più antica di queste è un calice del 1510 donato da Kryštof Ferdinand Popel von Lobkowicz, figlio di Benigna Kateřina z Lobkowicz, fondatrice del monastero. Le teche si presentarono come un esercito dorato composto da paramenti religiosi, scatole e oggetti coperti di diamanti, rubini, perle così da sembrare illuminare da solo quegli ambienti. Lo spazio recuperò le proprie dimensioni riordinando le teche e i singoli tesori in esse contenuti.

Davanti a noi lo splendere dei raggi di un sole sospeso, il “Sole di Praga”.
Un ostensorio ricoperto da 6222 diamanti, il cui progetto fu affidato all’architetto austriaco Johann Bernhard Fischer von Erlach, mentre la sua realizzazione fu portata a compimento a Vienna, alla fine degli anni novanta del Seicento, dal gioielliere Matthias Stegner e dall’orafo Johann Baptiste Känischbauer. I 6500 diamanti, ricevuti come dono di nozze dal suo terzo marito, nel 1695 furono donati per testamento dalla contessa Ludmila Eva Frances Kolowrat, nata Hýzrle di Chodau. Durante il trasporto dell’opera da Vienna a Praga, si racconta che guardie armate ne avessero protetto il viaggio. L’ultima volta che fu mostrato in pubblico durante una celebrazione fu nel 1999 in occasione del quarto centenario dall’arrivo dei primi cappuccini in Boemia.

Dalla base si innalzano nubi che si aprono in una mezzaluna su cui tende al cielo l’Immacolata. Attorno alla testa un’aureola di 12 stelle sorregge la Corona Solare con i suoi raggi d’oro. Lo Spirito Santo appare al suo interno nelle sembianze di una colomba bianca.

L’effetto è sorprendente: il Sole sembra staccarsi dal resto dell’opera, fluttua nell’aria leggero. Il resto del tesoro si dissolve, le luci delle teche sembrano spegnersi. In quella penombra blu l’unica luce è il Sole.

Eravamo gli unici nella sala. Il maltempo forse aveva fatto desistere le flotte di turisti che assaltano costantemente questa città. Gli unici a godersi lo spettacolo del tesoro, una rappresentazione messa in scena in privato. Ospiti d’onore di quel teatro barocco dalle mille stanze segrete che è il Santuario di Loreto. Quando ci destammo dallo stato di sospensione lasciammo il tesoro con passi leggeri e lenti, come a non voler alterare lo stato di quel luogo.

Quel giorno ebbe termine con lo schiarirsi del cielo invernale. Uscimmo in silenzio dal Santuario sospeso tra magia e dimensioni a noi nuove. Le campane rintoccarono con la magia del carillon in quella piazza prospiciente il monastero.

Lo sguardo, per un attimo, si diresse alla sommità del campanile nell’inconsapevole speranza di intravedere nuovamente un’anima pronta all’ascesa, come narrato in un racconto di Jan Neruda, dal quale trasse il proprio pseudonimo Ricardo Reyes Basoalto, rinato al mondo appunto come Pablo Neruda, in cui una povera donna, madre di 27 figli, tanti quante sono le campane alla sommità del campanile, iniziò a veder morirne uno per volta durante la peste.

Andava ogni giorno in chiesa lasciando una moneta d’argento per chiedere la salvezza dei propri figli da quel male dilagante. Ad ogni moneta offerta, secondo il racconto di Neruda, una campana rintoccava, dalla più grande alla più piccola, ma, allo stesso modo, a quella povera madre moriva un figlio: dal più grande al più piccolo. Rimasta sola, anche la donna fu colpita dalla peste e morì. In quel momento le campane risuonarono tutte insieme producendo una melodia come fosse composta da voci di angeli, come se ogni figlio di quella donna avesse dato la propria voce, o meglio, la propria anima ad ognuna di quelle campane. La madre, raggiunti ora i figli, avrebbe accordato ognuna delle loro anime per donare ai praghesi quelle limpide e delicate melodie.

Le stelle per un breve attimo riapparvero sopra le luci soffuse di Praga accompagnando il nostro ritorno nel cuore della città.

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