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Serendipità

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Ptolemy's - Map of Taprobane


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Agosto 2018

La serendipità è cercare un ago in un pagliaio e trovarci la figlia del contadino.

Questa definizione del 1976 di “serendipità” del ricercatore Julius H. Comroe jr. spiega perfettamente il senso della parola.
Strano termine questo, serendipità. Un neologismo inglese, serendipity, creato nel 1754 da Horace Walpole per indicare la sensazione di felicità nel fare scoperte o nel trovare una cosa per puro caso mentre se ne sta cercando un’altra. La felicità della scoperta inaspettata.

La sua storia ha origine, inconsapevolmente, nel XVI secolo in Italia con il racconto persiano ‘Peregrinaggio di tre giovani figliuoli del re di Serendippo, per opera di M. Christoforo Armeno dalla persiana nell’italiana lingua trapportato’, racconto tradotto, appunto, da Cristoforo Armeno e pubblicato nel 1557 dall’editore veneziano Michele Tramezzino.

Serendippo era la traslitterazione di Serendib/Serendip nome con cui era conosciuta l’isola di Sri Lanka dai mercanti arabi e persiani. Il ‘Peregrinaggio’ è incentrato sulle avventure accorse ai tre figli del re di Serendippo, Giaffer, che li spinge ad intraprendere un viaggio nel corso del quale entreranno al servizio del re Beramo, Bahram di Persia, questo per mettere alla prova l’educazione a loro fatta impartire.

La casualità delle scoperte e le capacità deduttive e adduttive dei tre Principi protagonisti saranno loro d’aiuto per superare le insidie che si insinueranno sul loro cammino durante la risoluzione di vari casi che dovranno districare per conto del re di Persia.
Il viaggio si conclude con l’elevazione al trono di Serendippo del primo principe, il secondo diverrà re dell’India, mentre il terzo siederà sul trono di Persia succedendo al re Beramo avendone sposato la figlia.

Nato a Tabriz, nell’odierna provincia iraniana dell’Azerbaijan Orientale, Cristoforo Armeno intraprese il proprio viaggio in occidente nella prima metà del Cinquecento giungendo a Venezia nel 1554, alleata del regno di Persia. Era spinto dal desiderio di conoscere la cultura e la religiosità di quella parte di mondo conosciuta come “Franchia”.

Molto si è dibattuto sull’origine di questo autore soprattutto per le scarne notizie che si hanno della sua vita, al punto che nella metà del XIX secolo si ipotizzò anche una sua origine veneziana. Studi successivi hanno invece confermato il carattere di originalità dell’opera in ambito orientale.

Tale racconto lo si ritrova già pubblicato nel 1302 nell’opera ‘Hasht-Bihisht’ di Ab’ul Hasan Yamīn ud-Dīn Khusrau, conosciuto come Amīr Khusrow Dehlavī, a sua volta basato sul poema ‘Haft Paykar’ di Nizami Ganjavi scritto all’incirca nel 1197. Ancor prima la raccolta di questi racconti persiani trovano riscontro nell’opera del poeta Firdausi, ‘Shahnameh’, del 1010. Non mi soffermo sui vari autori citati né tantomeno sulle loro opere sia per motivi di spazio, sia perché richiederebbero trattazioni diverse.

Serendipità è un termine che ha quindi una storia, un cammino lungo e tortuoso che parte da Sri Lanka, anzi dall’isola di Serendib, per attraversare poi l’India e la Persia, giungendo nell’Italia rinascimentale e da qui infine all’Inghilterra del settecento quando Walpole la usò in una lettera del 28 gennaio 1754 indirizzata al suo amico Horace Mann, che all’epoca risiedeva a Firenze.

Un regno, un luogo quello di Serendib che stregò con il proprio fascino già i mercanti ed esploratori arabi e persiani nei secoli precedenti alla colonizzazione europea. Ancor prima i greci conoscevano quest’area con il nome di Taprobana – si dibatte ancora se la zona così chiamata sia davvero identificabile con Sri Lanka, ma sia la forma descritta da più fonti, sia il nome di un antico porto dell’isola, Tamraparni, suggeriscono la correttezza dell’ipotesi – descritta per primo da Megastene nel III secolo avanti Cristo come ricca di oro e di perle.

Per Plinio Taprobane era abitata dagli Antictoni, identificandola così nell’altro mondo dove tutto era alla rovescia. Aristofane e lo stesso Plinio pongono infine su quest’isola gli Sciapodi, uomini che possedevano un unico grande piede utilizzato per ripararsi dal sole di mezzogiorno. Un luogo dell’immaginario dove solo pochi uomini posero piede. Di loro tornarono solo leggende, storie e immagini di un “mondo altro”.

Mai mi era capitato di incontrare un termine riferito ad uno stato d’animo che avesse origine nel nome di un paese. Ed è davvero una sorpresa inaspettata Sri Lanka.
Una piccola perla nell’Oceano Indiano in cui sono racchiusi tesori unici, diversi e soprattutto inattesi.

Quando si arriva per la prima volta non ci si rende conto di questo patrimonio, basta però soffermarsi già sui tratti somatici dei suoi abitanti o sugli abiti delle donne per essere presi da un senso di stupore: diversi i tagli degli zigomi, le forme dei nasi, i sari e punjabi indossati. Svettano su colli e petti simboli di appartenenze religiose differenti. È un vivere più o meno pacificamente delle diverse anime che percorrono le tante strade di questa piccola isola. Buddhisti, cristiani, induisti, mussulmani, singalesi, tamil, burghers, malesi convivono tutti alla deriva nell’Oceano Indiano. Una convivenza certamente difficile e cruenta in determinati periodi, ma pur sempre fatta di strade che si intersecano e sovrappongono.

Una piccola isola, si diceva, dalle svariate anime e con un territorio estremamente vario da far nascere, negli abitanti che nei secoli si sono succeduti, una capacità all’adattamento, soprattutto intellettivo, da poter essere d’esempio. Si attraversano i luoghi rannicchiati e rinchiusi nel suo ventre sentendoli come parte di Taprobane, i luoghi nel “mondo altro” irraggiungibili con i comuni mezzi. Sri Lanka diviene così immagine interiore della serendipità, un sentire inaspettato su di un’isola inaspettata.

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Autore Fabio Picolli

Fabio Picolli, nato a Napoli nel 1980, da sempre appassionato cultore della conoscenza, dall’araldica alle arti marziali, dalle scienze all’arte, dall’esoterismo alla storia. Laureato in ingegneria aerospaziale all'Università "Federico II" è impiegato come capo reparto in "Leonardo", ex Finmeccanica. Il Viaggio? Beh, è un modo di essere, un modo di vivere!