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Il mercato del Male

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Giorno della Memoria

Agosto 2016

La grandezza della storia sta nel permeare la vita di ognuno di noi, in maniera più o meno manifesta, divenendo parte del baule culturale di ogni singola famiglia.

Spesso lo dimentichiamo o, peggio, non ne siamo affatto consapevoli, lasciando così scivolare via gli avvenimenti dalle pieghe del ricordo, ma ciò che scivola è solo un’apparenza perché, in realtà, quelle pieghe fanno esse stesse parte della storia.

Chi ci ha preceduto in questa vita ha superato guerre, pestilenze, cataclismi, fame, sofferenze facendo sì che potessimo venire al mondo e continuare il loro cammino. A noi resta il compito di recuperare, lì dove perduti, quei pezzi della nostra storia familiare per tramandarli a chi continuerà quello stesso cammino su questa terra.

Riflettevo su questo quel giorno in Polonia. Lungo le strade di Cracovia si vedevano le varie agenzie turistiche che offrivano pacchetti per visitare i campi di Auschwitz, Birkenau e Płaszów. Gruppi di tedeschi, inglesi, giapponesi erano lì fuori riuniti in attesa della propria guida e del veicolo che li avrebbe condotti in quegli antri del male. C’erano anche bambini al seguito di quelle mini truppe cinematografiche.

Come all’ingresso di un circo quegli astanti chiacchieravano, ridevano, conversavano prima di entrare nel tendone a godersi lo spettacolo. Tutti muniti di macchine fotografiche e smartphone pronti a immortalare lo spettacolo del dolore.

No, decisi di non andare. Non volevo vedere quello spettacolo. Luoghi come quelli debbono continuare la propria esistenza come perpetuo monito, devono oltrepassare i confini del futuro per continuare ad essere memoria concreta e vivente del male. No, non ho voluto vedere quella memoria. Non ho voluto che quel male divenisse una semplice parentesi di dolore inserita nelle righe di un viaggio.

Mi tormentavano diverse emozioni, diverse domande anche pratiche: come raccontare ai miei figli quello che avrebbero visto? Come parlar loro di quei luoghi, di quelle pietre? Come poter proseguire il viaggio, fermarci a pranzare, come far incedere i nostri passi verso la prossima meta? Come poter semplicemente parlare?

I monumenti dell’orrore come questi devono continuare la loro opera di memoria soprattutto per coloro che facilmente dimenticano, per coloro che volutamente dimenticano, per coloro la cui mente non ha conosciuto la storia di questo male.

Il mondo è pieno di persone del genere, perché la storia, il più delle volte, non viene ascoltata. Viene lasciata lì, in un angolo, su di una logora sedia come una vecchia abbandonata dai propri cari. Le parole che pronuncia divengono sempre più sorde, i passi incerti, quasi immobili.

La si vede lì rannicchiata morire sotto la soffusa luce paglierina immersa nel buio che incombe. I suoi figli, i figli dei suoi figli, i figli dei figli dei suoi figli le sono attorno, ma non ascoltano il suo lamento. Inondati di luce artificiale attendono l’ultimo respiro della loro amata vecchia. La storia si spegne. Muore lentamente. Un sospiro per volta lascia quelle vesti lacere e insozzate.

I padroni del circo invitavano i paganti a prender posto sui moderni vagoni che conducono ad Auschwitz e Birkenau. Si vedevano riempirsi quelle carrozze e le teste ciondolare dai finestrini. Mi venne in mente Phnom Phen e la sua “collina” degli orrori. Tornò alla memoria Pol Pot e il suo terrore avvenuti in Cambogia poco più di trent’anni dopo gli abomini nazisti. C’è perversione nella nostra storia, c’è la perversione del male nella storia dell’uomo. Negli astanti, nei partecipi, negli attori, nei paganti questo circo.

Avevo mia figlia Eleonora sulle spalle, ne sentivo, e ne sento ancora, il peso della responsabilità di raccontare questa parte incancrenita della storia umana. A lei, nelle cui vene scorre il sangue non solo di chi ha subito, ma anche, e forse un giorno sarà la parte per lei più difficile con cui rapportarsi, il sangue di chi è stato fautore del male, anche se in un altro posto lontano del pianeta. Sentivo la voce di Ellie e ascoltavo quella dei più piccoli partecipanti allo spettacolo di fronte noi.

Varie volte mi sono trovato ad avere davanti agli occhi il ricordo, la memoria di quel male che pervade la storia. Racconti, luoghi, immagini scavano dentro un po’ per volta fino ad arrivare alla caverna buia dove trovano giaciglio.

Alessandro dormiva tra le braccia di Helen. I miei figli erano, sono, gli stessi figli di chi ha provato l’orrore, di chi, di fronte alla testa vestita di serpi, si è pietrificato fino all’ultimo brandello di carne. Sono gli stessi figli che hanno visto i propri genitori, amici, zii e nonni camminare verso la morte. Non ne sono ancora consapevoli, come non lo eravamo noi alla loro età.

Ricordo che vicino a quell’agenzia dove si svolgeva il mercato del circo della morte vi era una chiesa. Un edificio ben più antico di Auschwitz o Birkenau. Le sue pietre vedevano l’affollarsi, l’andirivieni compulsivo dei turisti che prenotavano per le visite ai campi di concentramento. Quelle pietre che avrebbero dovuto dare conforto alle anime si ritrovavano ad essere parcheggi di attesa per quelle persone.

Da una parte la commercializzazione del male, dall’altra la salvezza di quelle stesse anime. Una volta tornati da quei luoghi quei turisti avrebbero avuto l’animo cambiato, poi la vita sarebbe corsa loro in contro facendo sbiadire lentamente il ricordo del male fino a farlo divenire un racconto, un aneddoto per amici e parenti che li attendevano a casa.
No, non volevo accadesse a me questo.

Quei giorni a Cracovia si fissarono nella mia memoria con quelle immagini. Quei giorni si fissarono con l’immagine dei miei figli non ancora pronti per l’oscenità del Male.

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