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Ateleta, la città libera

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Statua di Gioacchino Murat ad Ateleta (AQ)

Marzo 2010

Ateleta (AQ) fu un luogo scelto praticamente a caso per un fine settimana improvvisato. Arrivammo in una sera fredda e innevata. Trovammo una casa ad ospitarci con un’anziana signora che ci accolse avvolta in una mantella di lana. Posammo i bagagli per andare subito alla scoperta di quel paese a noi affatto conosciuto.
Un luogo scuro, immerso nel buio di quella sera puntinata da fiocchi di neve. Lenti si depositavano sulle spalle di Gioacchino Murat portate dalla statua in bronzo di fianco al municipio. Sfrontato. Il mento verso l’alto. Le braccia conserte, orgoglioso della propria creatura.

A Gioacchino Murat fondatore di Ateleta nel MDCCCXI il popolo memore e riconoscente.

Così recitava la targa posta sul piedistallo. Fu proprio Murat, il re di Napoli, a fondare questa cittadina ai principi dell’Ottocento, sotto richiesta del Commissario de Thomasis, così da accogliere i coloni dei vicini Roccapizzi e Carceri, liberandoli dalla schiavitù della baronia di Pescocostanzo e affrancandoli dalle imposte per cinque anni.

Le fu posto, quindi, il nome di Ateleta, la “città franca”, la “città libera”, ἀτελής, “libero da obblighi”, e quella statua, nel suo essere sfrontata lo dimostrava. Non era il Murat del Palazzo Reale di Napoli, ieraticamente rituale. No, rappresentava invece l’anima giovane e ricolma di ribellione che fu protagonista della rivoluzione. Le sue spalle erano libere. Non si scorgeva l’abitato al di là della statua. Solo il vuoto buio da cui fuoriusciva.

Intorno le finestre erano chiuse. Ogni abitazione, ogni palazzina aveva le imposte chiuse. Non una luce filtrava da quelle fessure. Che uno strano timore, una consapevole paura risiedesse nei cuori degli abitanti di Ateleta? Beh, non ne ho idea, ma il paesaggio notturno di quel paesino al finire dell’inverno certo non dava grandi speranze alla felicità.

Di macchine ce n’erano meno di una decina e parcheggiate sotto qualche centimetro di neve. Le strade che si allontanavano dalla piazzetta erano stranamente illuminate. Lampioncini melliflui emettevano a fatica una flebile luce gialla. Usciva da sfere di vetro pronte a staccarsi. Non riusciva sempre a raggiungere terra. Si perdeva poco più giù, inghiottita da un baratro dimensionale. Chissà quale luogo altro l’avrebbe ospitata. Quale parte del “non percettibile” sarebbe stata toccata da quella luce? Ero dinanzi ad una realtà che mutava in un’altra. Seguivo il breve viaggio della luce immaginandone il seguito.

Anche la neve aveva il proprio modo di viaggiare e di valicare gli spazi e i tempi. Compariva dal buio fitto del cielo al di sopra delle nostre teste. Non se ne percepiva l’origine. In un altro luogo a noi non accessibile particelle d’acqua si cristallizzavano in forme geometriche lamellari che precipitavano sulla nostra piccola realtà.

Continuammo a camminare lungo le strade di Ateleta interrompendo le luci dei lampioni, lasciando impronte nella neve fresca compattata al volere dei nostri passi. Lontano nell’oscurità il freddo nitido lasciava scrutare luci lontane lungo le pendici dei monti vicini.

Le vite scorrevano in maniera diversa per ognuna di quelle luci che ignoravano le nostre di vite, come del resto noi stessi non percepivamo altre realtà così lontane dai nostri occhi. Ogni realtà, in fondo, esiste se percepita, a prescindere dal senso indagatore. Come se prendessero forma in quel momento particolare di creazione senziente per poi giungere a diversa fine in quelle strade tortuose e spesso buie, chiamate memoria. Così accadde per quelle luci lontane e per la stessa realtà di Ateleta in cui ci trovammo immersi.

La sera stava per giungere al proprio epilogo. Arrivammo alla porta di quella che sarebbe stata la nostra casa per quei pochi giorni. Venne ad accoglierci l’anziana signora. Le chiesi dove avessi potuto trovare un libro sulla storia di quel paese, le brillano gli occhi.

Mentre gli altri salirono alle stanze fui invitato ad entrare nel piccolo appartamento che si era ritagliato per compiere la propria vita. Uno spazietto creato dalle pieghe della superficie intorno in cui era confluita l’intera esistenza terrena di quella donna mescolata al ricordo del marito, il professor Francesco Le donne. Tutto lì. L’ambiente ristretto che ne conteneva centinaia di altri che si dischiudevano ad ogni apertura di porta o anta o cassetto.

Il caffè era bollente. Ci misi un po’ a berlo, mentre il vapore caldo innalzava le proprie volute verso il soffitto, le parole dell’anziana iniziarono a prendere quei riccioli di vapore riempiendo l’aria di racconti in quella particolare cadenza abruzzese che riporta il tempo alla dimensione arcaica della terra e della montagna. Racconti che la voce tremula faceva vivere accanto al fuoco del piccolo camino.

Prima di salutarci mi mostrò un piccolo armadio con dentro varie copie del libro scritto dal marito proprio su Ateleta: ‘Origini e storia di Ateleta fino all’anno 2000’. Ne prese uno, enorme se si pensa la breve storia del paese. La copertina era di colore azzurro. Voleva regalarmela, ma non avrei potuto accettare. In quelle pagine c’era la storia di un uomo che aveva dedicato la propria vita alla raccolta di documenti, dissotterrando storie, registrando minuziosi racconti che correvano per le strade della sua terra.

Erano tanti i testi stipati nell’armadio. Tante le pagine che faticosamente furono scritte dal marito, ideatore, tra le altre cose, del Museo della Civiltà Contadina, a cui dedicò interi giorni scavando nella memoria fisica degli ultimi agricoltori che, negli anni ’80 del Novecento, vivevano l’ultimo tempo prima che il futuro li divorasse.

La moglie del professore non volle l’intera cifra scritta sulla quarta di copertina. Tornai in camera sfogliando le pagine del volume dal profumo di stamperia e di armadio.

La notte ebbe inizio fino a quando il sole non abbracciò di nuova luce la neve che intanto si era impossessata del mondo di Ateleta.

Quel giorno ebbe inizio con una nuova storia che prese vita in un’altra realtà.