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Çanakkale e il calzolaio ebreo

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Çanakkale

Agosto 2008

Çanakkale è una cittadina da sempre strategica per il controllo dello stretto dei Dardanelli. Quell’agosto il cielo era particolarmente nervoso, agitato. Come se non gli andasse a genio qualcosa, sfogava tutta la propria frustrazione su quel lembo di terra. Ma quel giorno riportò il Sole su questo pezzo d’Asia.

Dopo aver visitato ciò che resta dell’antico insediamento troiano, la mia mente ebbe un momento di pace, la sensazione di aver raggiunto il tesoro tanto bramato. Fu con questo stato d’animo che mi immersi con Helen nelle strade di Çanakkale, lasciando in camera Schliemann e la sua ‘Iliade’.

Questo luogo non fu da noi scelto a caso. È uno dei posti da cui si raggiungono più facilmente le rovine dell’antica Troia. Non molti sono stati i giorni che ci ha ospitato, ma sono stati sufficienti a farci apprezzare questo piccolo pezzo di Turchia. I greci chiamarono questa terra Dardanus in onore del dio Dardano, capostipite mitico dei troiani, ma, come quasi sempre è accaduto, i nuovi dominatori imposero un proprio toponimo ai luoghi conquistati soppiantando, così, i vecchi.

Nel caso di Çanakkale gli ottomani dapprima le misero nome “Kale-i Sultaniye” o “Sultaniye kalesi”, cioè “Fortezza del Sultano”, che, con lo svilupparsi dell’arte ceramica, mutò in “Çanak kalesi”, la “Fortezza delle Ciotole”. Questo avvenne intorno al XVII secolo quando da Iznik iniziò ad essere qui introdotta questo tipo di arte.

Per secoli, se non millenni, Çanakkale è stata il crocevia di culture e idiomi fin dalla sua nascita. Ciò ha fatto sì che la sua trama culturale diventasse estremamente eterogenea e ricca. Importante per lo sviluppo marittimo nel Mediterraneo, ad esempio, è stata la presenza della comunità ebraica qui giunta dalla vicina Gallipoli dopo l’espulsione dalla Spagna e dal Portogallo iniziata nel 1492. Su una popolazione che sfiorava le 11 mila unità, nel 1890 Çanakkale contava circa 1800 ebrei che mantennero come lingua madre lo spagnolo, affiancati dalle comunità armena, mussulmana, greca, nonché da un 20% di stranieri.

In questo amalgama culturale si affaccia la presenza di Lord Byron, quasi un’ombra che, di tanto in tanto, affiorando sul mio cammino, apre porte a racconti avventurosi al limite del romanzo. Per assaporare al meglio questa piccolissima parentesi della vita di Lord Byron legata a tale parte del Mondo, devo iniziare dal varo della nave che lo portò nei pressi di Çanakkale.

Era il 17 gennaio del 1805 e la Compagnia delle Indie Orientali inaugurava, nei propri cantieri di Bombay, la prima nave realizzata interamente in legno di tek, nonché la prima costruita lì, la fregata di quinta classe “HMS Salsette”. Il suo nome originario non era questo però; fu varata come “HMS Pitt” per poi cambiar nome, esattamente il 19 febbraio del 1807, in onore dell’isola su cui era posta la città di Bombay. Credo non sia mai accaduto nella storia della navigazione che la stessa flotta abbia avuto due navi con nome identici; la marina di sua maestà, difatti, dal 19 febbraio al 26 ottobre 1807 ebbe due navi denominate “HMS Salsette”. Questa, però, è un’altra storia. Torniamo a noi.

La “HMS Salsette” compì varie spedizioni dall’India al Baltico, da Mauritius al Mediterraneo dove nel 1810 ebbe a bordo George Gordon Byron diretto a Costantinopoli. Da Malta la fregata raggiunse prima Smirne per poi attraversare i Dardanelli.

E qui si ritorna a Çanakkale e alla poco distante Abido. La leggenda, ripresa da Ovidio, racconta che nella città di Abido vivesse il giovane Leandro. Innamorato follemente di Ero, sacerdotessa di Afrodite nel tempio di Sesto, città difronte Abido sulla costa europea dell’Ellesponto, lui attraversava a nuoto ogni sera lo specchio d’acqua per raggiungere la propria amata. Per aiutarlo lei accendeva una lampada, ma una notte questa fu spenta da una tempesta. Perso l’orientamento, Leandro quella notte morì tra i flutti del mare.
La mattina seguente la sacerdotessa trovò il suo corpo esanime. Il dolore fu tale da spingerla al suicidio lanciandosi da una torre.

Lord Byron fu preso da questa storia al punto da voler attraversare egli stesso quello stretto. Il 3 maggio di quell’anno, in compagnia del tenente William Ekenhead, compì l’impresa in poco più di un’ora. Forti erano le correnti che misero a dura prova i due nuotatori. L’impresa è tutt’oggi ricordata con la traversata a nuoto dell’Ellesponto da Eceabat a Çanakkale. La lunga passeggiata che si affaccia sul mare mi fece tornare in mente questa storia che avevo letto prima di partire, mentre preparavo approssimativamente le tappe del cammino in Turchia. Una delle tante legate George Gordon Byron, una delle tante storie che ne costruirono il mito.

La città di Çanakkale si slancia sul mare come una bocca famelica che sta per spalancarsi su quella parte di Mediterraneo. Divisa in due dal fiume Çanakkale Çayı, conosciuto anche con il nome di Sarıçayı, il Fiume Giallo, è lì in attesa degli avvenimenti, in attesa che il cielo e il mare uniscano l’appendice d’Europa, lì difronte, a quella protuberanza d’Asia.

L’albergo non era lontano dalla piazza dell’orologio e dal lungo mare dove svettava il cavallo utilizzato nel film ‘Troy’ di Wolfgang Petersen. La torre dell’orologio fu realizzata in pietra Ayvalik nel 1897 ad opera del governatore della città Cemal Pasha e finanziata del vice console italiano Emilio (Emile, Emili) Vitalis (Vitali), mercante originario dell’isola di Chios, con un suo lascito di 10 mila pezzi d’oro francesi. L’opera rientra tra le 5 torri costruite in altrettante città dell’Anatolia per i festeggiamenti del ventesimo anno di regno del Sultano Abdulhamid II.

Alle spalle della torre si aprivano, o chiudevano, le colorate vie della città vecchia con i suoi quartieri ebreo, greco-anatolico e, ovviamente, turco. Con il mercato che assorbe ogni raggio di luce rigurgitandolo in ombre e colori che diventano suoni e voci.

Le strade si perdevano lungo la planimetria che non riuscii subito a focalizzare. Affacciandomi in alcuni vicoli avevo la sensazione che finissero in un muro fatto di ombra. Il calpestio si smarriva restringendosi tra i palazzi che via via divenivano sempre più fumosi, indefiniti. In quelle ombre dai contorni sfocati feci la conoscenza di un calzolaio.

Iniziammo a parlare cercando di far comprendere il mio scarso inglese. Lui capì subito che ero italiano. Le sue parole passarono in un istante allo spagnolo, sua lingua madre, come disse. Era un discendente di quegli ebrei cacciati dalla Spagna più di cinquecento anni prima. Magro, con i capelli lunghi e brizzolati, il viso fine incorniciato da un filo di barba che terminava in un lungo pizzetto grigio. Su quei lunghi capelli spiccava la kippah di filo colorato. Quel piccolo oggetto sembrava un quadro di Mirò in miniatura.

Anche il gilet si faceva notare: un insieme di gialli, arancioni e blu che si univano alla rinfusa sul suo corpo. Da varie generazioni la sua famiglia continuava l’opera di calzare i piedi affinché i singoli cammini potessero essere percorsi alleviando i timori di chi ne inizia uno nuovo.

Ebbe così termine quella giornata. Tutto ciò che venne in seguito si racchiuse nella voce del calzolaio ebreo.

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