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Niksen

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Non fare assolutamente niente, molto, molto importante. E quanti lo fanno nella società moderna? Molto pochi. Ecco perché sono completamente pazzi, frustrati, arrabbiati, e carichi di odio.
Charles Bukowski

Quante volte abbiamo sentito parlare del ‘dolce non fare niente’, quante volte lo abbiamo sognato e cercato anche invano, chimerizzato come un’aspirazione massima nella pressa della quotidianità, schiacciati dalla fretta e dall’ansia degli impegni familiari e professionali.

Quante volte abbiamo creduto alle tante filosofie del momento o anche ai guru del dietro l’angolo di casa, sistematici imbonitori di ricette miracolose su come vivere e come farlo bene spensieratamente?

Almeno una volta nella vita di ciascuno di noi credo sia successo.

Abbiamo accarezzato questa certezza, ci siamo strofinati, come gatti, nel fare le fusa sui vestiti di questa o quella religione, pensiero o ideale, tentando di uscire dall’ingorgo in cui eravamo finiti, provando a scrollarci di dosso la polvere e la ruggine, la tristezza e la solitudine che ci stavano attanagliando.

Non sempre con i risultati sperati e non sempre trovando la via di uscita giusta e coerente alle nostre urgenze.

Ognuno ha una ricetta diversa: ai danesi piace l’hygge, low cost, ovvero un’atmosfera accogliente e rilassata evocata dal comfort e dalla convivialità; i finlandesi seguono la sisu, parola dal dolce suono che riassume un mix di determinazione stoica, tenacia, grinta, coraggio, resilienza e robustezza; in Norvegia il segreto prende il nome di ‘friluftsliv’, termine composto, a sua volta, da due parole, che nell’insieme può essere tradotto come ‘vita all’aria aperta’.

L’ultima ‘moda’ viene dall’Olanda e si chiama Niksen: ovvero l’arte di rilassarsi senza sensi di colpa. Niksen è diventato virale proprio nei Paesi Bassi e ha iniziato a farsi strada anche nel resto del mondo.

Letteralmente significa ‘fare niente’ per l’appunto, ma non consiste nel semplice ozio o nell’abbandonarsi alla pigrizia: è una vera e propria arte, nuova frontiera del benessere personale, e consiste nel rilassarsi senza sensi di colpa.

Praticare il Niksen significa credere nel potere della pausa come risposta alla cultura del burnout nella quale spesso ci perdiamo. Il concetto è stato esplorato per la prima volta fuori dai confini olandesi dalla giornalista e blogger Olga Mecking, autrice di un articolo pubblicato sul New York Times che ha fatto il giro del mondo e, nel 2020, del libro ‘Niksen – Embracing The Dutch Art of Doing Nothing’, ‘Abbracciare l’arte olandese del non far nulla’.

Olga Mecking ha analizzato il mondo di oggi e la necessità avvertita da molti di agire, spinti dal costante bisogno del fare e del raggiungere determinati obiettivi, grandi o piccoli che siano, invitando i suoi lettori a
‘non porsi obiettivi per ogni azione che si compie’.

L’arte del Niksen aiuta a liberarsi da questa pressione, lavorando sul puro piacere di vivere il momento. Lasciare andare il risultato, fare qualcosa per il semplice gusto di farlo, mangiare per mangiare, passeggiare per restare a contatto con la natura, non per dimagrire o raggiungere i 10.000 passi giornalieri segnalati dallo smartphone.

Si tratta di un’idea che oggi appare quasi controintuitiva: dedicarsi consapevolmente a non fare nulla di produttivo, lasciando che la mente vaghi libera, allontanando il disagio che può derivarne.

Fermarsi e apprezzare il momento presente, abbandonare la fretta, non pensare all’utilità delle nostre azioni, fare qualcosa – o non fare nulla – per godersi il momento.

Andando indietro nel tempo, possiamo ricordare che Aristotele definì il lavoro come l’attività utile. Lo svago, nella sua ottica, era qualcosa che l’uomo faceva soltanto per prendersi una pausa dal lavoro, in modo da poter tornare a lavorare alla fine dell’intervallo. Secondo il filosofo greco l’ozio era qualcosa di diverso, un fine in sé, l’apice della vita umana. Quasi un elemento divino.

Josef Pieper, filosofo del ventesimo secolo, era d’accordo con Aristotele, e definì il tempo libero come

la base della cultura.

Per molti anni l’ozio è stato considerato la promessa dorata della prosperità. Nel 1930 l’economista John Maynard Keynes predisse che i suoi nipoti avrebbero lavorato appena tre ore al giorno.

Per Keynes il duro lavoro non era un fine, ma un mezzo per ottenere qualcosa di più piacevole: la pace, il rilassamento, la libertà dalle preoccupazioni quotidiane.

La sua previsione partiva dal presupposto che l’ozio fosse una tendenza naturale, attuabile senza alcun esercizio preliminare né sforzo, e non necessitasse di alcuna esperienza.

Per molte persone questa supposizione non è valida. Forse è per questo che Keynes ammise che, nonostante la prosperità crescente del mondo, non esisteva nessun paese né nessun popolo che potesse

immaginare l’età dell’ozio e dell’abbondanza senza provare terrore. Questo perché siamo stati addestrati per troppo tempo a faticare senza divertirci.

Parte del motivo per cui molte persone evitano l’ozio è legata al fatto che abbiamo imparato a monetizzare il nostro tempo. Gli statunitensi si sono sentiti dire per tutta la vita che il tempo è denaro.

Possiamo anche lavorare nella prospettiva di avere un po’ di tempo libero, ma in realtà ‘spendere’ questo capitale ci fa sentire come se stessimo perdendo denaro.

Non c’è da stupirsi se siamo costantemente tentati di tornare al lavoro. Anteporre il tempo libero al lavoro, anche quando abbiamo già lavorato abbondantemente nel corso della nostra vita, ci fa sentire in colpa.

Nel 1932 il filosofo Bertrand Russell, noto maniaco del lavoro, parlava di

una coscienza che mi ha costretto a lavorare duramente.

Russell riconosceva che questa coscienza era dannosa e propose una campagna per indurre i giovani a non fare nulla. Non si è mai saputo se abbia ottenuto un risultato positivo.

Tornando al Niksen: l’idea, possiamo scriverlo chiaramente a questo punto, è di accantonare ogni dovere e lasciare che la mente vaghi dove vuole, così come il corpo. Senza freni, ma neanche senza esasperarsi in inutilità ingovernabili.

Spesso si tratta di uscire e fare due passi, o di sedersi su una panchina e guardare il panorama anziché il telefono. Ma si può anche declinare con l’attività sportiva, facendo la maglia o ritagliandosi una serata a casa, senza impegni né doveri.

L’importante è che quel nulla sia fatto di proposito e che non abbia uno scopo o un obiettivo. Conta il processo, non il risultato. Ma, soprattutto, che sia goduto senza sensi di colpa.

Non è un lasciapassare per la pigrizia o per ore di scroll social sul divano, ma è la rivendicazione del tempo del riposo. Che non deve essere guadagnato o contrattato, ma riconosciuto come un’esigenza fisiologica.

Il Niksen, paradossalmente, può renderci più produttivi: dopo una pausa si guadagna in concentrazione, attenzione e creatività. Separare in modo netto il tempo del relax dal tempo del lavoro permette di essere più efficienti e motivati nelle ore d’ufficio, anziché trascinare i compiti fino alla fine della giornata e continuare a guardare le mail anche di sera.

Ciò che conta, infatti, è sapere come gestire bene gli intervalli, brevi o lunghi, di distacco dalla routine. Saperseli godere farà cambiare completamente il modo in cui affrontiamo la vita, con tutte le sue imprevedibili difficoltà.

Oggi, visto anche il riconoscimento mondiale di temi legati alla depressione post Covid, al burnout, possiamo affermare che ciò che credevamo impossibile è accaduto: le nostre vite, che sembravano destinate a un’accelerazione infinita, hanno improvvisamente frenato, lasciandoci attoniti e un po’ smarriti.

Abbiamo piano piano scoperto che esiste una nuova misura del tempo e che questo tempo sottratto alla pressione delle scadenze può riempirsi di un senso nuovo e profondo. Una consapevolezza che potrà rimanere come dono prezioso per i tempi che verranno.

Occorre molto tempo per imparare che in realtà non si ha un bel niente da fare. E quasi sempre è proprio allora che si comincia finalmente a fare qualcosa.
Sandor Marai 

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Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974. Giornalista pubblicista. Opera come manager in una azienda delle TLC da oltre vent'anni, ama scrivere e leggere. Sposato, ha due bambine.