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Il giorno dopo

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Coronavirus


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Queste memorie, o ricordi, sono discontinue e a tratti si smarriscono perché così appunto è la vita… La mia vita è una vita fatta di tutte le vite…
Pablo Neruda – ‘Confesso che ho vissuto’

È stato un giorno normale. Forse l’ultimo da più di un anno. L’Italia usciva dal Festival di Sanremo, il campionato di calcio continuava con il pubblico che riempiva gli stadi, Conte già si scontrava con Renzi, si parlava di razzismo e di terrorismo, di Brexit e di cosa fa stasera in TV.

Il 20 febbraio del 2020 è stato il nostro ultimo giorno normale. Qualcuno se lo ricorda?

Il giorno dopo, il 21 febbraio, era un venerdì primaverile. Arriva nelle redazioni di tutti i giornali la notizia che si sta cominciando a temere.

Bisogna fare un passo indietro: c’è un sospetto che serpeggia negli animi di molti. Numerosi cittadini cinesi, aderenti alle comunità insidiate nella nostra Penisola, sono da alcuni giorni in isolamento domiciliare volontario a causa di un misterioso virus che è partito dal pet market di Wuhan in Cina, secondo le informazioni trasmesse all’Organizzazione Mondiale della Sanità dalle autorità cinesi l’11 gennaio 2020.

In una conferenza stampa della China’s National Health Commission viene confermato quanto già sospettato da giorni. Il nuovo Coronavirus si trasmette da uomo a uomo. È la conferma della nascita di una nuova malattia virale che verrà identificata con il nome di Covid-19 ma qualcuno lo chiama “il virus cinese”, un qualcosa che sta a 8.500 chilometri di distanza dall’Italia e quindi sembra non riguardarci.

Eppure, il 23 gennaio inizia il primo lockdown di massa della storia. Sessanta milioni di persone della provincia di Hubei, di cui undici nella sola città di Wuhan, entrano in un rigido coprifuoco. Vengono chiuse le strade e ogni servizio viene ridotto al minimo.

Teniamo conto che già il 31 dicembre 2019, la Cina comunicava la diffusione di un “cluster” polmoniti atipiche di origine virale. Intanto, alcune autorità scientifiche nostrane che poi scopriremo avere un futuro da starlet nel palinsesto televisivo che vivremo dopo, erano rassicuranti anzi, quasi, schernivano chi mostrava segni di preoccupazione.

Nelle settimane successive il virus ha un nome, Sar-Cov-2. Le prime indagini indicano che è identico per il 96,2% del genoma al Coronavirus tipico del pipistrello.

C’è stato qualcuno che ha cominciato a ricordarsi di un film, ‘Contagion’, rassicurato che fosse solo un film, è andato a dormire comunque tranquillo nel suo letto.

Poi cominciarono ad uscire i primi “timidi” negazionisti, corsero dietro i “cospirazionisti”, poi fu tutto e fu niente. Fu quello che ancora oggi stiamo cercando di capire. Un tunnel lungo oltre 365 giorni, una strada infinita che sembra, a volte, un tormento che non smette mai di stancarti l’anima.

Hanno redatto libri, abbiamo avuto sociologi e psicologi, poeti e scienziati: tutti hanno detto, scritto e interpretato questo anno. Nessuno lo comprenderà mai. Tutti lo abbiamo vissuto e i segni ce li porteremo fino alla fine.

Abbiamo perso il tempo e lo spazio di noi e dei nostri sentimenti, abbiamo messo in freezer l’amore e l’amicizia, abbiamo guardato dentro il vuoto e il terrore del nostro animo, soccombendo e risalendo senza respiro.

Abbiamo imparato ad aspettare, a guardare il silenzio delle finestre, a rispettare lo sguardo amaro del cielo, a imprecare verso la legge morale, abbiamo imparato la guerra che non ha armi, abbiamo giocato a palla avvelenata con le nostre parole, abbiamo guardato i nostri figli e non abbiamo dato nessuna risposta.

Non abbiamo vinto ma non abbiamo perso.

Qualcuno ci ha lasciato. Qualcuno a cui volevamo bene. La colpa è di Dio, la colpa è dell’uomo, la colpa del destino. Abbiamo sparato a salve per centrare la responsabilità del caso.

Siamo stati ingannati e furiosi, giocando per i corridoi delle nostre case dietro un filo di Arianna che ci riportava allo stesso posto di prima. Siamo stati lasciati soli e abbiamo applaudito che ci dava una speranza, cantando qualche canzone che schiacciasse la noia e ci facesse sentire sotto lo stesso cielo ancora uniti e forti, nonostante tutto.

Abbiamo inventato slogan e abbiamo creduto che tutto sarebbe andato bene. Abbiamo imparato nuove parole o certi termini che conoscevamo sono diventati frustranti abitudini quotidiane: lockdown, smartworking.

Auto-dichiarazioni che un giorno speriamo di far leggere ai nostri nipoti, colori delegati a dare un senso alle zone, zoomate, call conference, video call al posto di un tavolo rotondo dove incrociare gli sguardi.

Abbiamo assunto cuffie e auricolari come parti integranti del nostro corpo. Abbiamo lavorato con il sottofondo delle nostre famiglie, quel vaniloquio eterno che separa l’intimità dalla socialità, colpendo con vigoria i tasti di un PC che evitasse di farci sentire piccoli e banali nella nostra straziante ma meravigliosa umanità.

Siamo stati assenti fingendo di esserci, contando mattonelle e riscoprendo sentieri della nostra dimora finora sconosciuti. Già, perché queste case che spesso ospitavano soprattutto il nostro sonno e qualche pomeriggio di passaggio, sono divenute il nostro fortino.

Torniamo al 21 febbraio: in mattinata arriva la notizia che non volevamo mai ricevere e che apre un cratere tra noi e la vita normale. All’ospedale civile di Codogno, in provincia di Lodi, è ricoverato in gravi condizioni un uomo di 38 anni. Il tampone molecolare inviato al nosocomio Sacco di Milano afferma la positività del malato. Il Coronavirus è arrivato in Italia e in Europa.

Quell’uomo verrà definito erroneamente per lungo tempo come il paziente zero. Più avanti scopriremo che già a fine gennaio erano stati identificati due casi di Coronavirus in turisti cinesi in visita a Roma.

Il giorno dopo Codogno è già svuotata, comincia a diventare una città fantasma. Tutto il lodigiano diventa una terra di paura. C’è un nemico invisibile che inquieta e che fa ritornare in vita tutti i mostri assediati nella nostra anima.

Ci rifugiamo nella speranza che sia un’influenza pericolosa ma che uscirà sicuramente la cura. Siamo troppo avanti nella scienza per temere il peggio. Abbiamo dato troppa confidenza al destino convinti che avremmo manipolato il nostro futuro assecondando i nostri bisogni e le nostre fantasie sempre e comunque. Ci accorgeremo lentamente di essere tornati vulnerabili.

I giornali e la TV rivoluzionano le loro giornate: articoli e palinsesti da quel momento avranno un comune denominatore in tutto il mondo. Codogno è la capitale d’Italia del dolore e della paura. In tarda serata il dramma nel dramma: arriva dal Veneto la notizia della prima vittima italiana da Coronavirus. Nel giro di pochi giorni si arriva a oltre trecento casi confermati. È l’inizio della prima devastante ondata per l’Italia.

L’8 marzo le autorità politiche governative annunciano il primo confinamento nazionale. Tre giorni dopo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità dichiara ufficialmente lo stato di pandemia. Il virus è fuori controllo e si diffonde rapidamente. La paura e il terrore prendono il sopravvento.

L’economia di tutti i Paesi viene sconvolta, aggredita e messa a terra. Il mondo occupazionale subirà un attacco che ricorderà quanto successo con la Seconda guerra mondiale. Ogni Stato proverà a reggere gli impatti ma sarà sempre più evidente, con il tempo, che ogni equilibrio sociopolitico ed economico sarà minato.

Arriviamo all’estate, alla seconda ondata, ai test sull’antidoto e al 14 dicembre: quando viene ufficialmente approvato dall’FDA il primo vaccino della storia contro Covid-19.

Il 27 dicembre segna una data storica per l’Unione Europea e per l’uomo: iniziano in tutti gli Stati membri le prime iniezioni del vaccino. È il vero giorno dopo, quello in cui finalmente si cercherà di contrastare la pandemia.

È trascorso un anno: 365 giorni di silenzi e suoni, di volti e di voci. Momenti di paura e di incertezza, di dolore e di vuoti, di forza e di stanchezza, di unione e di distacco, di isolamento e di avvicinamento.

Quello che ci ha detto veramente la pandemia ancora non lo abbiamo capito, quello che saremo ancora è da decifrare. Resteremo ancorati all’unica candida certezza che ci rimane: che senso avrebbe tutto questo anche per un dio capriccioso se non terminasse con un lieto fine.

Sono giorni infiniti dove il confine tra tutto e niente è labile, dove il limite tra vivere e sopravvivere è ancora tutto da scrivere. Fino a domani, quando guarderemo la luce del primo sole e riconosceremo il giorno dopo.

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Massimo Frenda

Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974.