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Pulcinella, Fabio Da’ath, il Barone Spedalieri e la Kabbala di Lévi

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Pulcinella


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Cammino spedito perché Fabio e Madame Carmen mi aspettano sul terrazzo – cenacolo per salire con me su un cavallo baio e dai crini neri come la pece, che, con il suo manto ancestrale, ospitando tutti e tre contemporaneamente, può farci scorrazzare tra le praterie dei sogni esoterici.

Giunto al luogo dell’appuntamento, anziché trovare un purosangue, scorgo un ricco dromedario e un povero cammello. I due si incontrano, si salutano, si oltrepassano, poi si fermano, ci ripensano e si incrociano di nuovo.

Il primo, incuriosito, chiede al secondo perché abbia due gobbe anziché una sola e, non avendo ricevuto risposta, ingelosito, gli offre un’ingente somma di denaro perché gliene ceda una.

Il cammello è molto povero, e, per qualche istante pensa di accettare, però, mentre si dirige verso il dromedario, prima osserva me, poi guarda le sue due gobbe con occhi molto tristi, scuote la testa, cambia idea, gonfia il petto d’orgoglio e afferma di non essere interessato allo scambio perché non ambisce alla fortuna.

Dunque, asserisce:

Dromedario caro, oltre a essere povero sono bello e nerboruto, quindi in questo viaggio onirico mentre tu puoi trasportare una sola persona, io porto Pulcinella e Fabio, perché sono bi gobbuto.

Con occhi che manifestano grande gioia, piegandosi sulle gambe, si siede per permetterci di montare in groppa, non prima però che Fabio abbia aiutato la nonna a salire sul dromedario.

Sui camelidi la traversata del deserto è magica. Man mano che ci allontaniamo dal terrazzo – cenacolo i rumori si affievoliscono, lasciando il posto all’ipnotico rumore degli zoccoli degli animali che, con una naturalezza incredibile e sfoggiando un’andatura mai veloce, passeggiando tra le terse nuvole, ci permettono di ammirare ciò che ci circonda. Poiché la marcia è confortevole e non avvertiamo bruschi movimenti, manteniamo una comoda posizione. Il loro lento incedere non è fastidioso, anzi, ritmicamente culla i nostri corpi.

Tra le nubi, la virtuale assenza di vita è così gradevole e totale, che, senza rendercene conto, arriviamo nel triangolo magico dell’amata Napoli. Come d’incanto, giunti in prossimità della Guglia di San Domenico Maggiore, atterriamo delicatamente a pochi metri dalle scale dell’omonima Chiesa e scendiamo. Non appena smontiamo, i camelidi, prima di andar via, ci guardano con gli occhi corrucciati e, per salutarci, dondolano la testa e la sollevano.

Madame Carmen ci informa che siamo in procinto di incontrare un cittadino del Regno di Napoli “al di là del faro”, il Barone Nicola Spedalieri, partenopeo dai natali catanesi, allievo del monaco agostiniano Don Antonio Marino.

Molto legato al Maestro francese Alphonse Louis Constant, alias, Eliphas Lévi, può vantare stretti rapporti iniziatici con illustri figure esoteriche della sua epoca, tra cui Helena Petrovna Blavatsky, la fondatrice della Società Teosofica, di cui il Barone è membro, e Gérard Encausse, il Papus.

Madame Carmen ci spiega:

Miei cari, anche Lévi è allievo di Don Antonio, che lo avvia a quegli studi occulti che, nell’orbita iniziatica, gli fanno acquistare notorietà intramontabile con lo pseudonimo di Eliphas Lévi.

Lo stesso Don Antonio, abate di San Giovanni a Carbonara, è una figura di grande spessore, un riferimento Iniziatico importante nello scenario ottocentesco del Regno di Napoli, grazie ai suoi studi Tradizionali ed Ermetici.

La nonna di Fabio, rivolgendosi poi direttamente a me, aggiunge:

Pulcinella caro, siamo in procinto di incontrare il Barone, membro dell’Antico e Restaurato Ordine dei Manichei e un Alto Illuminato dei Martinisti.

Affiliato all’importante e iniziatica organizzazione rosicruciana denominata Hermetic Brotherhood of Luxor, aderisce, assieme a Giustiniano Lebano e a Pasquale De Servis, figlio naturale di Francesco I di Borbone delle Due Sicilie, ad un circolo martinista che, pur operando a Napoli, è in stretti rapporti con la “società magnetica” di Avignone, consesso che fa capo a Eliphas Lévi.

Spedalieri, appassionato cultore di Louis Claude de Saint-Martin, già in giovane età evidenzia consistente intelletto e grande erudizione. Parla correttamente il francese e l’inglese e, poco più che ventenne, intraprende studi ermetici, consacrandosi alle dottrine esoteriche e ricevendo l’iniziazione agli “Arcana Arcanorum”. 

La nonna di Fabio, rivolgendosi, poi al nipote, sottolinea:

Oltre al tuo amato Maestro Giuliano Kremmerz un altro porticese, comunemente ritenuto figlio di Ferdinando II delle Due Sicilie, Gaetano Petriccione, noto con lo pseudonimo di Morienus, è discepolo prima di Lebano e poi di Spedalieri.

Il Barone inizia Gaetano Petriccione all’Arte Regia, non perché è al corrente della sua origine regale bensì, perché lo ritiene degno.   

Intanto scorgiamo un uomo molto distinto che si avvicina. Indossa un abito scuro, papillon nero, camicia bianca con colletto da smoking, panciotto nero, occhialini circolari e con barba e baffi che ben si adattano alla sua forma del viso.

Da vero galantuomo, dopo un perfetto baciamano alla dama, pronuncia poche ma affettuose parole di saluto.

Madame Carmen, nel presentarci il Barone, ci scorta al bar vicino dove degustiamo un ottimo caffè.

Il nuovo arrivato esordisce:

Miei cari, è sempre un piacere accettare gli inviti di Madame Carmen e questa volta lo è maggiormente, poiché Fabio, oltre ad essere un Martinista, come me, è un cabalista ed è discepolo di un mio allievo, l’amato Giuliano Kremmerz.

Sono qui per parlarvi di Kabbala e lo faccio raccontandovi delle lettere ricevute da Eliphas Lévi, che per chi come me, cerca la verità nella sincerità del cuore e per trovarla è pronto a fare sacrifici, sono vere e proprie lezioni. Nella prima sostiene che la verità, essenza stessa di quello che è, non è difficile a trovarsi, risiede nell’uomo e questi è in lei. Mentre essa è come la luce, per cui non può essere vista dai ciechi, l’Essere è. Assunto incontestabile ed assoluto.

L’idea esatta dell’Essere è verità, la sua conoscenza è scienza, la sua espressione ideale è la ragione, la sua attività è la creazione e la giustizia. Per credere basta saper amare la verità perché la vera fede è l’adesione incrollabile dello spirito alle necessarie deduzioni della scienza nell’infinito congetturale. Soltanto le scienze occulte danno la certezza, perché esse hanno come base la realtà e non le fantasticherie.

Si dividono in tre branche, Kabbala, Magia ed Ermetismo, e fanno distinguere, in ogni simbolo religioso, la realtà dalla menzogna. La verità è ovunque la stessa, mentre la falsità varia secondo luoghi, tempi e persone.

La Kabbala, o scienza tradizionale degli Ebrei, è definibile come sistema matematico del pensiero umano. È l’algebra della fede e, alla stessa stregua delle equazioni, chiarisce le incognite e risolve tutti i problemi dell’anima. Dà alle idee la pulizia e la rigorosa esattezza dei numeri. I suoi risultati, per lo spirito, sono l’infallibilità relativa alla sfera delle conoscenze umane e la pace profonda per il cuore.

Fabio, ascoltatolo, chiede:

In cosa si distinguono la Magia e l’Ermetismo dalla Kabbala?

Don Nicola risponde:

Lévi, mediante la sua corrispondenza, sostiene che la Magia, o scienza dei magi, ha come rappresentanti, i discepoli e forse i maestri di Zoroastro. Essa corrisponde alla conoscenza delle leggi segrete e di particolari che producono le forze nascoste, le attrazioni, sia naturali che artificiali, che possono esistere anche al di fuori del mondo metallico.

È la scienza del magnetismo universale, celata nei geroglifici e nei simboli del mondo antico. Per chi non è ancora arrivato al compimento della Grande Opera, è la ricerca, con il sogno, del principio vitale. L’Ermetismo rappresenta la riproduzione, da parte dell’uomo, del fuoco naturale e divino che crea e rigenera gli esseri.  

Lévi, conscio del mio interesse per lo studio della Kabbala, mi scrive che la sfera di ciò che desidero studiare è immensa, ma i suoi principi sono così semplici da essere rappresentati e contenuti nei segni dei numeri e delle lettere dell’alfabeto.

Mi informa che a detta dei maestri è una fatica di Ercole che assomiglia ad un gioco da bambini.

Per riuscire in questo studio sono necessari grande rettitudine di giudizio e grande libertà di spirito.
È necessario liberarsi da ogni pregiudizio e preconcetta, infatti, Cristo dice: se non vi presenterete con la semplicità del fanciullo, non entrerete nel Malkuth, cioè nel regno della scienza.

Lévi, in un’ulteriore missiva, mi scrive che chi decide di studiare la Kabbala deve proporsi di giungere alla pace profonda sia con la tranquillità dello spirito che con la pace del cuore. La prima è un effetto della certezza, la seconda deriva dalla pazienza e dalla fede. La scienza, senza la fede, conduce al dubbio, mentre la fede, senza la scienza, porta alla superstizione. Entrambe, riunite, danno la certezza, ma non vanno mai confuse.

L’oggetto della fede è l’ipotesi, che diventa una certezza quando è necessitata dall’evidenza o dalle dimostrazioni della scienza, che constata dei fatti e dalla ripetizione di questi, congettura le leggi. La maggioranza dei fatti in presenza di quella o quell’altra forza dimostra la Resistenza delle leggi.

L’unità nelle leggi fa supporre quella dell’intelligenza legislativa, che siamo costretti a supporre secondo le opere manifeste, ma che ci è impossibile definire, è quella che noi chiamiamo Dio!

La Kabbala è contenuta in trentadue vie e cinquanta porte. Le trentadue vie sono trentadue idee assolute e reali, legate ai segni dei dieci numeri dell’aritmetica e alle ventidue lettere dell’alfabeto ebraico.

Le idee sono schematizzabili in numeri e lettere. I segni delle cifre sono: 1. Potenza suprema, 2. Saggezza assoluta, 3. Intelligenza infinita, 4. Bontà, 5. Giustizia o rigore, 6. Bellezza, 7. Vittoria, 8. Eternità, 9. Fecondità, 10. Realtà.

Le ventidue lettere sono: Aleph – Padre, Beth – Madre, Ghimel – Natura, Daleth – Autorità, He – Religione, Vau – Libertà, Dzain – Proprietà, Cheth – Ripartizione, Theth – Prudenza, Iod – Ordine, Caph – Forza, Lamed – Sacrificio, Mem – Morte, Nun – Reversibilità, Samech – Essere Universale, Gnain – Equilibrio, Phé – Immortalità, Tsade – Ombra e riflesso, Koph – Luce, Resch – Riconoscenza, Shin – Potenza totale, Thau – Sintesi.

Le idee espresse attraverso numeri e lettere sono realtà incontestabili; si collegano e concordano come gli stessi numeri. Si procede logicamente dall’uno all’altro. L’uomo è figlio della donna, ma costei esce dall’uomo come il numero dall’unità. Ella chiarisce la natura e quest’ultima rivela l’autorità, crea la religione che serve di base alla libertà e rende l’uomo maestro di se stesso e dell’universo.

Bereschith vuoi dire genesi, mentre Mercavah significa carro e con questo termine si allude alle ruote e agli animali misteriosi di Ezechiele.

La Bereschith e la Mercavah riassumono la scienza di Dio e del mondo. Lévi afferma che nonostante lui dica scienza di Dio, è infinitamente sconosciuto. La sua natura sfugge totalmente alle ricerche dell’individuo. Il Principio assoluto dell’essere non può essere confuso con gli effetti che esso produce e si può dire, proprio affermando la sua esistenza, che esso non è né l’essere e nemmeno un essere.

Dio è il postulato unico e assoluto di ogni scienza, l’ipotesi assolutamente necessaria che costituisce la base di ogni certezza che consente agli antichi maestri di stabilire, sulla scienza stessa, la sicura ipotesi della fede, in cui si dice che l’Essere è. La vita consiste nell’Essere, si manifesta con il movimento che si perpetua con l’equilibrio delle forze. L’armonia risulta dall’analogia dei contrari, è presente nella natura ed è legge immutabile e progresso indefinito.

Nell’osservare il mondo fisico si trovano il mutamento perpetuo nelle forme e l’indistruttibilità della sostanza. La metafisica presenta leggi e fatti analoghi, sia di ordine intellettuale che morale.

Da una parte ci sono il vero, il bene, l’immutabile, dall’altra la fantasia, la finzione, il male; dai questi conflitti apparenti scaturiscono il giudizio e la virtù, che, a sua volta, si compone di bontà e giustizia.

La grande armonia del mondo fisico e del mondo morale non potendo avere una causa superiore a se stessa, rivela e dimostra l’esistenza di una saggezza immutabile, di principio e leggi eterne e di un’intelligenza creatrice infinitamente attiva. Su di esse, che sono inseparabili, riposa la potenza suprema che gli Ebrei chiamano “la corona” e non “il re”, perché l’idea di un sovrano implicherebbe quella di un idolo. Per i cabalisti, la potenza suprema è il diadema dell’universo e la creazione incarna il reame della corona, il suo dominio.

Nessuno può dare quello che non ha. L’uomo può virtualmente ammettere nella causa quello che si manifesta negli effetti. Dio è dunque la potenza o la corona suprema, Keter, che riposa sulla saggezza immutabile, Cho-chmah e l’intelligenza creatrice Binah. Nell’Altissimo c’è la bontà, Chesed e la giustizia, Geburah, che sono l’ideale della bellezza, Tiphereth. In Lui ci sono i movimenti sempre vittoriosi Netzah e il grande riposo eterno, Hod. Il suo volere è un continuo generare Jesod e il suo reame, Malchuth, è l’immensità che popola gli universi.

Fabio, interessatissimo, lo interrompe:

Poiché sono interessato al metodo filosofico – kabbalista, potrebbe illustrarcelo?

Il Barone, disponibile, replica:

La risposta alla domanda la fornisce l’amatissimo Lévi mediante una sua epistola, in cui sostiene che la conoscenza razionale della divinità, articolata sulle dieci cifre, di cui sono composti tutti i numeri, fornisce il metodo della filosofia kabbalistica, che si compone di trentadue mezzi o strumenti di conoscenza, chiamati le trentadue vie, e di cinquanta argomenti, chiamati le cinquanta porte, ai quali si può applicare la scienza.

La scienza sintetica universale è considerata come un tempio al quale conducono trentadue sentieri in cui si entra attraverso cinquanta porte. Questo sistema numerale, che si potrebbe anche chiamare decimale, perché il numero dieci ne è la base, stabilisce, attraverso analogie, una classificazione esatta di tutte le conoscenze umane. Niente è più ingegnoso, nulla è più logico, né più esatto.

Il numero dieci, applicato alle nozioni assolute dell’essere, nell’ordine divino, metafisico e naturale, si ripete tre volte e da trenta, per i mezzi di analisi, si aggiunge la sillepsi e la sintesi che si propone allo spirito a quella del compendio universale, si realizzano, appunto, le trentadue vie. Le cinquanta porte sono una classificazione di tutti gli esseri in cinque serie di dieci ciascuna, che abbracciano tutte le conoscenze possibili e irraggiano su tutta l’enciclopedia.

Trovare un metodo matematico esatto non è sufficiente perché per essere perfetto è necessario che esso sia progressivamente rivelatore, che dia cioè il modo di trarre esattamente tutte le deduzioni possibili, affinché si ottengano le nuove conoscenze e si sviluppi, senza lasciare nulla al capriccio dell’immaginazione, lo spirito. Questo è quanto si ottiene tramite la Gematria e la Lemurah, che sono le matematiche delle idee.

La Kabbala ha la sua geometria ideale, la sua algebra filosofica e la sua trigonometria analogica. È così che essa, in qualche maniera, forza la natura affinché riveli i suoi segreti. Chi acquisisce tali conoscenze, passa alle ultime rivelazioni della Kabbala trascendentale, dunque studia, nella schemah-phorasch, la fonte e la ragione di tutti i dogmi.

In una lettera successiva, Lévi asserisce che la Bibbia assegna due nomi all’uomo. Il primo è Adamo, che significa tratto dalla terra, o l’uomo di terra, il secondo è Enos o Enoch, che significa uomo divino o elevato fino a Dio. Secondo la Genesi, è proprio Enos che, per primo, rivolge omaggi pubblici al principio degli esseri e, in vita, è elevato al cielo dopo aver inciso sulle due pietre, dette le colonne di Enoch, gli elementi primitivi della religione e della scienza universale.

Enoch non è però un personaggio, bensì una personificazione dell’umanità innalzata, dalla religione e dalla scienza, al sentimento dell’immortalità. È nell’antichissima epoca indicata con il nome di Enos o Enoch, che comparendo sulla terra il culto di Dio, oltre ad aver inizio il sacerdozio, prende piede la scrittura, iniziano la civilizzazione e i movimenti ieratici.

Il genio civilizzatore, identificato dagli Ebrei con Enoch, dagli Egizi con Trismegisto e dai Greci con Kadmos o Cadmus, è quello stesso che osserva Anfione mentre costruisce le mura della città utilizzando le pietre viventi di Tebe, che al suono della sua Lira si elevano e si collocano da sole. Il libro sacro primitivo, il testo che Guillaume Postel chiama la Genesi di Enoch è la fonte primitiva della Kabbala o tradizione divina, umana religiosa.

Nella tradizione divina, in tutta la sua semplicità, appare la rivelazione dell’intelligenza suprema alla ragione e all’amore dell’uomo. La legge eterna che regola l’espansione infinita, i numeri nell’espansione infinita, nell’immensità ed essa in loro, la poesia nelle matematiche e viceversa.

Nonostante sia difficile credere che il libro ispiratore di tutte le teorie e i simboli religiosi veda la luce in un’epoca remota, sia conservato così lungo e sia oggi disponibile sotto forma di un gioco composto di carte bizzarre, nulla è più evidente. Nel Settecento, Antoine Court de Gébelin, seguito poi da tutti coloro che si dedicano seriamente allo studio del simbolismo di queste carte, scopertone per primo l’evidenza, divulga il suo pensiero.  

L’alfabeto e i dieci segni dei numeri sono certamente le cose più elementari che esistano nelle scienze. Se si aggiungono i segni dei quattro punti cardinali del cielo e delle quattro stagioni, si ottiene il libro di Enoch nella sua interezza. Ogni segno, però, rappresenta un’idea assoluta, essenziale.

La forma di ogni cifra e di ogni lettera ha la sua ragione matematica e il suo significato geroglifico. Le idee, inseparabili dai numeri, seguono sommandosi, dividendosi, moltiplicandosi, e i movimenti dei numeri ne acquisiscono l’esattezza. In sostanza, il libro di Enoch corrisponde all’aritmetica del pensiero.

Incuriosito, non avendone mai sentito parlarne, per interromperlo appoggio la mano sull’avambraccio del nostro affabile interlocutore e gli chiedo:

Può dirmi perché Lévi parla di Antoine Court de Gébelin, chi è?

Il Barone, senza esitare, risponde:

È un letterato ed esoterista francese. La sua vita si dipana tra gli inizi del millesettecento e la fine dello stesso secolo. Abbandona il ministero di pastore protestante per dedicarsi agli studi di teorie esoteriche quali i Rosacroce, l’Ermetismo, la Kabbala. È l’autore di un’imponente opera in più volumi, in cui sostiene che l’umanità vive una perduta età dell’oro e, frammentandosi in più civiltà, disperde e dimentica l’antica sapienza.

Il nostro interlocutore, quindi, guarda i miei occhi, scruta i miei pensieri e prosegue:

Lévi lo menziona perché il letterato francese afferma che i Tarocchi vedono i natali con gli antichi sacerdoti egizi, i quali, attraverso tali figure, nascondono la loro sapienza. La sua interpretazione di queste carte, proprio perché creati da questi antichi sacerdoti, dà inizio alla tradizione esoterica che li considera una fonte di conoscenza arcana.

Court de Gébelin vede nelle ventidue chiavi dei Tarocchi la rappresentazione dei misteri egizi e ne attribuisce l’invenzione ad Ermete, o Mercurio Trismegisto, chiamato anche Thout o Thot.

I loro geroglifici si ritrovano sugli antichi monumenti dell’Egitto e i segni di questo libro, tracciati in complessi sinottici, su stele o lastre di metallo, simili alla tavola isiaca del Cardinal Bembo, sono riprodotti separatamente su pietre incise o su medaglie che, più tardi, diventano amuleti e talismani.

Si separano così le pagine del libro infinito nelle sue diverse combinazioni, per riunirle, trasportarle e disporle in un modo sempre nuovo, per ottenere gli oracoli inesauribili della verità.

Un amico di Lévi, rientrando dall’Egitto, gli porta in dono un talismano che rappresenta il binario dei Cicli, o, volgarmente il due di denari, espressione figurata della grande legge di polarizzazione e di equilibrio, che produce l’armonia attraverso l’analogia dei contrari.

La medaglia è un po’ consumata ed è grande all’incirca come un cinque franchi d’argento, ma, è più spessa. I due cicli sono rappresentati esattamente come nel tarocco italiano: un fiore di loto con una aureola o un nimbo.

La corrente astrale che, allo stesso tempo, separa ed attira i due fuochi, nell’amuleto egizio è rappresentata dal becco Mendes, collocato tra le vipere analoghe ai serpenti del caduceo. Sul rovescio della medaglia si vede un adepto, o un sacerdote egizio, che, sostituitosi al capro tra i due cicli dell’equilibrio universale, conduce, in una strada alberata, l’ariete divenuto docile come un animale comune, sotto la bacchetta dell’uomo imitatore di Dio.

I dieci segni dei numeri, le ventidue lettere dell’alfabeto e i quattro segni astronomici delle stagioni sono il sommario e la sintesi di tutta la Kabbala. Ventidue lettere e dieci numeri danno le trentadue vie del Sepher Jetzirah e quattro danno la Mercavah e la Schémhamphorash.

È semplice come un gioco da bambini e complicato come i più ardui problemi delle matematiche pure. È primitivo e profondo come la verità e la natura. Questi quattro segni elementari ed astronomici rappresentano le quattro forme della sfinge e i quattro animali di Ezechiele e di San Giovanni.

Fabio, intriso dai tanti significati e desideroso di conoscenza, interrompendolo con educazione, candidamente chiede:

La Kabbala riesce a conciliare la fede con la ragione?

Il Barone, senza esitare, risponde:

Sicuramente sì, tant’è che in un’altra lettera Lévi mi scrive che la scienza della Kabbala, in materia di religione, rende impossibile il dubbio, perché è la sola che concilia la ragione con la fede e mostra che il dogma universale, diversamente formulato ma fondamentalmente, sempre e ovunque lo stesso, è l’espressione più pura delle aspirazioni dello spirito umano rischiarato da una necessaria fede.

La Kabbala, oltre a far comprendere l’utilità delle pratiche religiose che, attirando l’attenzione, fortificano la volontà, getta in modo equanime una luce superiore, su tutti i culti. Essa prova che la più efficace di tutte le pratiche devozionali è quella che, con segni efficaci, ravvicina la divinità all’uomo, gliela fa vedere, toccare e, in qualche modo, incorporare. È sufficiente dire che si tratta della religione cattolica.

Questa religione, così come appare al volgo, è la più assurda di tutte, perché è quella meglio rivelata. Lévi usa questo termine nel suo senso reale, rivelare come “tornare a velare”, “velare di nuovo”. Nel Vangelo si dice che alla morte del Cristo il velo si squarci per intero e che tutto il travaglio dogmatico di alcuni religiosi sia quello di tessere e ricamare un nuovo drappo.

Gli stessi capi del santuario, per il desiderio di essere i principi, perdono, dopo tanto tempo, le chiavi dell’alta iniziazione, cosa che non impedisce alla lettera del dogma di essere sacra ed ai sacramenti di essere efficaci. Lévi afferma che il culto cristiano cattolico corrisponde all’alta magia organizzata e regolarizzata con il simbolismo e la gerarchia e lo rappresenta come un insieme di aiuti offerti alla debolezza umana per rafforzare la sua volontà nel bene.

Niente è trascurato, né il tempio misterioso e ombroso, né l’incenso che, contemporaneamente, calma ed esalta allo stesso tempo, né i canti prolungati e monotoni, che cullano il cervello in un semi sonnambulismo. Il dogma, le cui formule oscure sembrano la disperazione della ragione, serve da barriera alla petulanza di una critica inesperta ed indiscreta.

Esse si mostrano impenetrabili per meglio rappresentare l’infinito. Lo stesso ufficio, celebrato in una lingua che la massa non capisce, amplia il pensiero di chi prega e gli fa trovare nell’orazione tutto quello che è in rapporto con i bisogni del suo spirito e del suo cuore. Ecco perché la religione cattolica assomiglia a quella sfinge della leggenda che succede a se stessa, di secolo in secolo, e rinasce sempre dalle sue ceneri, e questo grande mistero della fede è semplicemente un mistero della natura.

Lévi aggiunge che sembrerebbe un paradosso enorme affermare che la religione cattolica sia la sola a poter essere chiamata naturale, eppure questo è vero, poiché è l’unica capace di soddisfare pienamente quel bisogno naturale dell’uomo che è il senso religioso.

Sostiene, inoltre, che se il dogma cristiano-cattolico è interamente kabbalistico, altrettanto si deve dire di quelli dei grandi santuari del mondo antico. La leggenda di Chrisna, che riporta la Baghavadam, è un vero evangelo, paragonabile a quelli conosciuti nel mondo occidentale, ma, è più ingenuo e brillante.

Le incarnazioni di Vichnou, pur essendo dieci, come le Sephiroth della Kabbala, differiscono da queste perché costituiscono una rivelazione definibile più completa. Osiride, ucciso da Tifone e poi resuscitato da Iside, rappresenta Cristo rinnegato dagli Ebrei e successivamente onorato nella persona di sua madre.

La Tebaide è una grande epopea religiosa che deve essere affiancata al simbolo di Prometeo. Antigone è un tipo di donna divina altrettanto pura quanto Maria.

Il bene trionfa ovunque, grazie al sacrificio volontario, dopo aver subito, per un certo tempo, gli assalti disordinati della forza del fato. Anche i riti sono metaforici e si trasmettono da un credo all’altro. Le Tiare, le Mitre e le Cotte appartengono a tutte le grandi fedi.

Si conclude, poi, che tutte sono false. La verità è che la religione è una, come l’umanità, e come essa è progressiva, rimane sempre la stessa, pur trasformandosi sempre. Se presso gli Egizi Gesù Cristo si chiama Osiride, presso gli Scandinavi Osiride è Balder ed è ucciso dal lupo Joris. Woda, o Odino, lo richiama alla vita e le stesse Walkirie gli versano l’idromele nel Walhalla.

Gli scaldi, i druidi, i bardi cantano la morte e la resurrezione di Terenis, o Teteno, distribuiscono ai loro fedeli il vischio sacro, come gli occidentali il bosso benedetto alle feste del solstizio d’estate e tributano un culto alla verginità ispirata delle sacerdotesse dell’isola della Senna. In tutta coscienza e con piena ragione, si può adempiere ai doveri che impone la religione materna.

Le pratiche sono degli atti collettivi e ripetuti, con un’intenzione diretta e perseverante, che sono sempre utili da esercitare e fortificando la volontà della quale essi sono la ginnastica, permettono di giungere alla meta spirituale che si vuole raggiungere. Quelle magiche e i passi magnetici non hanno diverso scopo, danno risultati analoghi a quelli delle prassi religiose, ma sono più imperfetti.

Ci sono tanti uomini che non hanno l’energia di fare quello che vorrebbero e quello che dovrebbero fare. Ci sono numerose donne che si dedicano senza scoraggiarsi a lavori molto faticosi, come quelli dell’infermiera e dell’insegnante. Costoro, ogni giorno, dicono il loro ufficio e il loro rosario, recitano, in ginocchio, l’orazione e facendosi l’esame di coscienza.

Il Barone riporta i concetti di Lévi in un modo così accattivante da far passare un supplemento della sua anima, tant’è che ascoltiamo con grande interesse.

Il nostro interlocutore prosegue:

Per quanto riguarda la Kabbala, Lévi conclude il ciclo di lezioni, che sto mettendo in comunione con voi, con una lettera molto esaustiva.

Reputa la religione non una schiavitù imposta all’uomo, ma un aiuto che offertogli. Le caste sacerdotali, prima dell’avvento di Cristo, cercano di sfruttare, vendere e trasformare questo sostegno in un gioco insopportabile. L’opera evangelica di Gesù ha lo scopo di separare la religione dai sacerdoti della sua epoca o, almeno, di rimettere l’appartenente all’ordine sacerdotale al suo posto di ministro o servitore della religione, rendendo alla coscienza tutta la sua libertà e la sua ragione.

La parabola del buon Samaritano e i preziosi testi in cui è redatto che la legge è fatta per l’uomo e non il contrario, indicano che la religione ufficiale si dichiara infallibile nella chiave kabbalistica degli evangeli, l’Apocalisse. Esiste, da sempre, un culto occulto o Gioannita che, pur rispettando la necessità della religione ufficiale, conserva un’interpretazione del dogma tutta diversa da quella che si usa dare al volgo.

I Templari e i Rosacroce prima della Rivoluzione francese fanno parte della religiosità di cui sono apostoli, nel loro secolo, Martinès de Pasqually, Saint-Martin e la stessa Mme Krudemer. Il carattere distintivo di questa scuola è quello di evitare la pubblicità e di non costituirsi mai in setta dissidente.

Il conte Joseph de Maistre, cattolico molto radicale, oltre ad essere simpatico ai Martinisti più di quanto non si creda, annuncia una prossima rigenerazione del dogma, grazie a lumi emanati dai santuari dell’occultismo. Esistono ferventi religiosi della sua epoca che sono iniziati alla dottrina antica e tra costoro, c’è un alto prelato che gli fa chiedere informazioni cabalistiche.

I discepoli di Saint-Martin, che si fanno chiamare sia filosofi sconosciuti, che allievi di un maestro moderno, sono molto fortunati poiché, ancora ignorati, non hanno bisogno di prendere alcun nome perché il mondo nemmeno suppone la loro esistenza. A tal proposito, Lévi aggiunge che Gesù dice che il lievito, per agire giorno e notte in silenzio, deve essere nascosto nel fondo del vaso che contiene la pasta, fino a che la fermentazione impregni, a poco a poco, tutto il rimpasto che deve diventare pane.

Un iniziato, dunque, con semplicità e sincerità, può praticare la religione nella quale è nato, perché tutti i riti rappresentano, seppur in modo diverso, un solo e stesso dogma, ma non deve aprire il fondo della sua coscienza che a Dio e non deve rendere conto a nessuno delle sue credenze più intime. I suoi segni esteriori sono la scienza con modestia, la filantropia senza clamore, l’equilibrio di carattere e la bontà più inalterabile.

Il Barone Nicola Spedaliere, dopo queste profonde parole, ringrazia tutti per l’interessato ascolto, in particolare Madame Carmen, giacché è merito suo se è seduto al tavolino di una piazza colma di vibrazioni ctonie sedimentate in un compendio caleidoscopico di persone che, prese dalla quotidianità, nemmeno si accorgono della nostra presenza e delle nostre parole.

Lo Spedaliere, però, non appena nota che un vento a quaranta gradi, sopra lo zero, sbatte incontrastato contro il campanile e che la piazza, come d’incanto, si svuota, chiede scusa, si alza, bacia la mano di Madame Carmen e dicendo che deve andare in una stanza con la luce fioca di candele e lampade a petrolio, per studiare gli antichi testi e per trovare l’alba dentro l’imbrunire, si allontana.

Alcune donne anziane, con il rosario tra le mani, facendo a malapena sentire la loro soffice e modulata voce, creando una sorta di processione, lo accompagnano sino a che la sua sagoma sparisce all’orizzonte.

Come sempre accade, sorgendo, il sole porta con sé l’inizio del nuovo giorno e, in modo metaforico, la rinascita dalle ceneri, la ripartenza del ciclo della vita, il persistere delle cose. Come direbbe, Victor Hugo l’alba ha una sua misteriosa grandezza che si compone di un residuo di sogno e di un principio di pensiero. Sogni che riescono a trasportarmi in luoghi particolari e a farmi incontrare persone che fanno della conoscenza la loro vita.
Giandomenico Tiepolo, La partenza di Pulcinella, 1797, affresco. Ca' Rezzonico, Venezia

 

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Domenico Esposito

Autore Domenico Esposito

Domenico Esposito, nato ad Acerra (NA) il 13/10/1958, laureato in Scienze Organizzative e Gestionali, Master in Ingegneria della Sicurezza Prevenzione e Protezione dai Rischi, Master in Scienze Ambientali, Corso di Specializzazione in Prevenzione Incendi. Pensionato Aeronautica Militare Italiana.