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Pulcinella, Fabio Da’ath e il pensiero iniziatico di Goethe

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Pulcinella


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C’è una verità elementare la cui ignoranza uccide innumerevoli idee e splendidi piani: nel momento in cui uno s’impegna a fondo, anche la provvidenza allora si muove. Infinite cose accadono per aiutarlo, cose che altrimenti non sarebbero mai avvenute. Qualunque cosa tu possa pensare di fare o sognare di poter fare, incominciala. L’audacia ha in sé genio, potere e magia. Incomincia adesso!
Johann Wolfgang von Goethe

Il desiderio di osservare, nella notte più lunga dell’anno, che apre le porte al giorno più corto, di assistere all’inizio dell’inverno astronomico, che ha luogo con il verificarsi del solstizio, quando il Sole, nel suo moto apparente lungo l’eclittica, raggiunge il punto di declinazione, che per molti rappresenta il passaggio dalle Tenebre alla Luce, mi incuriosisce e mi conquista.

Un evento di rara bellezza, la grande congiunzione Giove – Saturno, unione che dà vita ad un unico punto luminoso da molti conosciuto come Stella di Natale. Non potendo raggiungere la casa dell’amico Fabio Da’ath mi siedo fuori al balcone, per osservare ciò che accade.

È così che mi addormento e, come in uno stato di catalessi, mi ritrovo sul suo terrazzo cenacolo assieme a lui e a sua nonna, Donna Carmen.
La medium, che con bellezza e gentilezza riesce a teletrasportare le persone, prima ci conduce sulle rive di un fiume a noi sconosciuto, poi ci presenta un signore distinto, dall’animo cortese e dal linguaggio colto.

Si tratta di Johann Wolfgang von Goethe, il geniale scrittore e statista tedesco, che, ricordandosi dei giorni passati in Italia, afferma che a Napoli si riesce a gustare la bellezza di una vita senza affanni e che il presepe è la rappresentazione della quotidianità piena di aspetti divergenti che la maschera illuminata di Pulcinella, mediante le battaglie contro la pena di morte, l’inferiorità della donna, la schiavitù, le regole che non permettono l’emancipazione dell’uomo, manifesta in maniera forte.

Ci invita quindi a sederci all’ombra di un albero secolare, quando, improvvisamente, un serpente verde sguscia fuori da un ammasso di pietre e va a aggrovigliarsi attorno alla sua gamba.

Incurante degli eventuali pericoli che potrebbe correre, accarezzandogli la testa, esordisce:

Cari miei, desidero raccontarvi la mia Favola del Serpente Verde.

Un vecchio barcaiolo, stanco delle fatiche della giornata, viene svegliato, nel cuore della notte, da alcune voci. Affacciandosi alla porta, vede ondeggiare sulla sua chiatta due grandi fuochi fatui, che, assicuratogli di avere molta fretta, vogliono essere traghettati sull’altra riva del fiume che, rigonfio dopo una violenta pioggia, è straripato.

Dopo essere stati accontentati, per sdebitarsi, vogliono donargli le monete d’oro che si scrollano allegramente di dosso dalle proprie fiamme; egli, però, rifiuta, perché può accettare solo i frutti della terra, così chiede loro tre cipolle, tre cavoli e tre carciofi. Essi, promettendo di ripagarlo quanto prima, si allontanarono.

Il nocchiere, tornato sull’altra sponda, getta il denaro in un dirupo in alta montagna dove si trova un serpente verde, che, ingoiatolo, diviene estremamente luminoso. Il rettile, in cerca dei donatori, si imbatte nei fuochi fatui, i quali, scuotendo via da sé altro oro, gli permettono di deglutirlo, così che l’animale diventi ancor più brillante. Per riconoscenza, la serpe indica loro la strada per raggiungere la bella Lilia, dalla parte opposta del canale rispetto a quella da cui provengono e,

tornato nella sua voragine, con la sua luminescenza, riesce in parte a distinguere degli oggetti lisci e modellati dall’uomo che sono in uno stretto crepaccio. Scorge tre nicchie contenenti tre statue di re seduti, una d’oro, una d’argento e una di bronzo. Una quarta statua, scolpita in piedi, appare composta da un miscuglio disarmonico di questi tre metalli.

Vede entrare in quello che riconosce essere un tempio un uomo anziano con in mano una lampada singolare che non getta ombre.

«Quanti segreti conosci?» gli chiede il re d’oro.
«Tre» risponde. Il serpente, che è al corrente del quarto segreto, glielo rivela all’orecchio, e il vecchio esclama: «L’ora è venuta».

Tornato nella sua capanna, il timoniere trova la moglie afflitta: è stata importunata dai fuochi fatui, che hanno leccato via le pareti dorate della loro abitazione e hanno gettato intorno delle monete d’oro che il loro cane ha inghiottito, rimanendone soffocato.

La lampada dell’uomo ha la capacità di trasformare le pietre in oro e gli animali morti in onice, cosicché opera il prodigio, rendendo la bestiola un’opera d’arte. A questo punto solo la bella Lilia, che, con il suo tocco uccide ogni essere vivente, ma può anche dare vita alle pietre preziose, riuscirà a far rivivere la bestiola.

L’anziana donna, quindi, si mette in cammino per portale a Lilia il corpo del cane, adagiato in un cesto insieme a tre cipolle, tre cavoli e tre carciofi, cioè il debito dei fuochi fatui che lei, ingenuamente, si era impegnata a saldare per loro nei confronti del fiume. Giunta verso mezzogiorno in vista del torrente, si imbatte in un maldestro gigante, che le sottrae una cipolla, un cavolo e un carciofo.

Incerta se andare avanti, prosegue e, alla riva, il barcaiolo, che ha appena traghettato un bel ragazzo, le dice di non poter accettare la verdura, perché manca un pezzo di ciascun ortaggio, a meno che non saldi il debito entro ventiquattr’ore. La donna accetta, dà in pegno la sua mano, che, immersa nell’acqua, diventa tutta nera: presto scomparirà del tutto se non manterrà la parola.

Incuriosita dall’aspetto regale ma dimesso del giovane, la vecchia viene a sapere che anche lui è diretto dalla bella Lilia e che ha perduto corona, scettro e spada. Insieme attraversano il ponte formato dal serpente che, a quell’ora, come ogni giorno, si inarca sopra il fiume per consentire il transito dei passanti. Il rettile li segue, accompagnato dai fuochi fatui, finché giungono al giardino di Lilia, sulle rive di un lago.

La splendida ragazza dal tocco letale è triste per il suo destino, tanto più che il suo canarino, impaurito da un falco, l’ha sfiorata inavvertitamente ed è morto. Lo dà allora alla vecchia perché il marito, con la sua lampada magica, lo trasformi in una pietra preziosa. La donna le lascia il cane d’onice, che grazie al suo tocco, si anima, ma il giovane, ingelosito dalla bestiola che stringe al seno, le si getta tra le sue braccia e ne resta ucciso.

Lilia è disperata; il serpente, con il suo corpo, circonda subito il cadavere per rallentarne la putrefazione, e tre ancelle cercano di rincuorare la ragazza. La vecchia e i fuochi fatui vengono incaricati di far venire l’uomo con la lampada, che, guidato in lontananza dal falco, arriva in fretta. Una sicura speranza attenua l’ansia generale, finché giunge mezzanotte.

La salma viene adagiata nel cesto allargato della vecchia e tutti seguono in processione il serpente, che, incamminatosi verso il fiume, fa loro da ponte. Sull’altra riva al vecchio che gli domanda cosa abbia deciso, il rettile risponde: «Di sacrificarmi prima di essere sacrificato».

Lilia è ora in grado di riportare il principe in vita, anche se solo in uno stato di sogno, toccando sia lui che il serpente, il quale si trasforma in un mucchio di pietre preziose che vengono gettate nel fiume. Il vecchio guida il gruppo verso il tempio, le cui porte sono però chiuse da una serratura d’oro, che viene leccata via dai fuochi fatui.

L’uomo esclama che l’ora è giunta, il tempio inizia a tremare e viene magicamente trasportato sotto il fiume, emergendo, infine, sopra la capanna del barcaiolo, che si trasforma in un altare d’argento. L’alba sta sorgendo e il vecchio invita la moglie ad andare a bagnare la mano nel torrente perché i suoi debiti sono saldati. Proclama poi che sono tre a dominare sulla terra: saggezza, bellezza e potenza. A quelle parole i tre re, alzatisi in piedi, elargiscono i propri doni, spada, scettro e corona, al principe, che si desta dal sonno.

Il quarto re, invece, crolla a sedere, con le venature d’oro ormai mangiate dai fuochi fatui. Ora che il tocco di Lilia non porta più la morte, il giovane, divenuto re, corre da lei sull’altare, dove vengono uniti in matrimonio.

«Hai dimenticato che la quarta forza è l’amore», dice il giovane re al vecchio, ma questi osserva: «L’amore non domina, ma forma e questo è ancor più».

Guardando fuori dal tempio, vedono un maestoso ponte permanente che si incurva sul fiume: il risultato del sacrificio del serpente. Un ultimo momentaneo disagio è causato da un gigante, la cui ombra goffa provoca un breve scompiglio tra la folla, ma che perde la sua potenza distruttiva tramutandosi in una poderosa statua che segna le ore del giorno.

E «fino a oggi il ponte ha brulicato di viandanti e il tempio è il più frequentato di tutta la Terra».

Dopo il racconto, Goethe ci dice che volutamente la favola non ha alcun titolo, che, oltre ad essere nota agli studiosi di esoterismo come ‘Il Serpente Verde’, lascia spazio a diverse interpretazioni dei simboli in essa riportati e che si impegna a svelarne il significato al raggiungimento di cento interpretazioni.

Madame Carmen prende la parola:

La favola ha una forte matrice illuministica presente anche in Pulcinella, perché, mediante l’ironia, è palesata in anticipo rispetto ad altri intellettuali appartenenti alla stessa corrente politico – culturale. Una connotazione che inserisce la maschera napoletana tra quelle che appartengono all’Italia, al mondo, al cosmo e anche oltre.

Caro Pulcinella, quali sono le tue impressioni in merito?

Ancora fortemente emozionato perché incontrare un portavoce di sapienza della levatura di Goethe, non è da tutti, esordisco:

Poiché il racconto è molto conosciuto nel mondo esoterico, mi stuzzica non poco, pieno com’è di svariati e profondi risvolti. L’alto numero di personaggi, simboli e significati segreti non ne rende agevole l’interpretazione.    

La storia, in cui alcuni intravedono concetti che esprimono l’evoluzione dell’uomo e quella della società in cui egli stesso vive, secondo vari esperti di esoterismo si ispirerebbe a ‘Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutz’, opera rosacruciana scritta nel XVI secolo da Johannes Valentinus Andreae.

Goethe, intuendo che le mie parole non denotano saccenteria, accenna un galante sorriso, e aggiunge di non poterlo né confermare né sconfessare, perché chi intende perseguire un cammino di crescita interiore deve riuscire a discernere in modo individuale e saper distinguere le parti utili dalle inutili allo stesso modo in cui lo scalpellino, con il suo strumento, rimuove le porzioni di pietra non necessarie alla realizzazione del suo lavoro.

Fabio, concordando pienamente con questa affermazione, chiede di poter contribuire, così, alla realizzazione dell’edificio che, con le nostre osservazioni, stiamo costruendo.

Quindi attacca:

Miei cari, Rudolf Steiner sostiene che chi riesce a comprende i significati della Favola del Serpente Verde si rende conto che Goethe sia un “teosofo” e un “un mistico” e, attraverso essa, si faccia portavoce della sapienza e della visione di vita che divulgano i conoscitori delle realtà divine.

Ritiene che, come da tradizione antica, si esprima attraverso immagini e parabole perché, in questo modo, mediante immedesimazione, riesce a pervenire, in forma astratta, alle più alte visioni.

Una sorta di iniziazione che non consente di parlare di queste verità superiori a chi sente che, per poterle far proprie, occorre una specifica disposizione d’animo, un determinato afflato interiore.

Steiner crede, inoltre, che Goethe voglia risolvere l’enigma sulla trasformazione dell’uomo da un livello sensibile, da quello dell’essere superiore. Colui che vive nella dimensione quotidiana, che è capace di vedere ed udire solo con occhi ed orecchie fisiche, come può concepire il “muori e diventa”, l’alchimia spirituale, la trasformazione dell’anima ordinaria a quella spirituale? Questa, per l’esoterista austriaco, è la domanda che i mistici, da sempre, si pongono.

Secondo Steiner il risultato più alto a cui si possa anelare consiste nella sublime trasformazione che Goethe palesa mediante Lilia, la bellissima donna che simbolizza il giglio, che, oltre ad avere lo stesso significato della somma saggezza, indica la più elevata tra le forze di vita dell’anima, la più alta condizione di coscienza in cui si dà, all’uomo, la possibilità di essere libero. Libertà che, oltre a non poter utilizzare in modo indebito, non può turbare l’ordinato fluire.

Le parole di Fabio mi scuotono così tanto da indurmi a intervenire:

La Favola del Serpente Verde affascina tanti studiosi di esoterismo perché Goethe, mediante uno scenario ricco di immagini, spinge il lettore nel cuore della propria individualità, verso quel mondo sconosciuto e silenzioso che, pur albergando nel singolo, rendendosi visibile, cerca di ripristinare l’originario equilibrio tra interno ed esterno, natura e spirito, in cui, l’anima, nel corso del viaggio iniziatico, cerca di portare a termine il suo riscatto.  

Il racconto, ricco di simboli alchemici ed esoterici, evidenzia che tutto ruota attorno alla traversata del fiume, che indica il divario tra l’esteriorità e le aspirazioni ideali, riflesso della corrente della vita e della morte.

Un corso d’acqua che, con il suo movimento, fa pensare sia al fluire delle forze verso l’oceano della manifestazione sia a quella risalita verso il Principio di ogni cosa, che necessita del superamento degli ostacoli rappresentati dalla separazione tra le due rive, il mondo sensibile e quello sovrasensibile.

Il viaggio verso lo scorrere dell’esistenza che ogni anima deve compiere per realizzare una nuova incarnazione, ha luogo sulla barca su cui salgono i passeggeri desiderosi di essere trasportati. Il barcaiolo, invece, personifica la divinità che guida in questa esperienza, poiché è lui a conosce bene entrambe le sponde e i pericoli del canale. Nocchiere, che per il ritorno, non consente la risalita sul natante se il passeggero non opera prima su di sé una vera trasmutazione, mediante abnegazione e utilizzo di tutte le forze spirituali.  

Solo i fuochi fatui, anime erranti, sono in grado di farsi traghettare, senza vincoli e a loro richiesta, sul torrente. Ignari portatori di luce celeste, rappresentano il veicolo tra il mondo dei vivi e quello dei defunti, non hanno coscienza dell’oro, dunque della sapienza di cui dispongono, che, una volta dispersa, apre uno spiraglio al risveglio dell’anima. 

La caverna in cui è gettato il lume della saggezza, simboleggia, a sua volta, quel mondo delle apparenze da cui occorre uscire per ammirare la verità del mondo superiore. Essa è intesa anche come archetipo dell’origine, della dimensione materiale, ‘regressus ad uterum’, discesa agli inferi che consente la nuova nascita. Allude all’inconscio primordiale, cavità uterina, ambiente amniotico, matrice e madre, inconscio primordiale, luogo di sofferenza ed ignoranza, abisso da cui emergono i pericoli e gli imprevisti da cui l’anima può liberarsi solo previo un graduale processo di purificazione.

Antro in cui dimora il serpente verde, che si distingue sia per il significato alchemico dello spirito, che per i suoi paradigmi, che esprime il legame con la vita stessa, poiché emerge dalle profondità della terra, vive in armonia con ogni sua vibrazione energetica, incarna la psiche inferiore dell’uomo che, nonostante sia ancora legata alla fredda e sotterranea notte delle sue origini, riemerge verso la luce.

Scintillio di quell’oro divino che dà vita all’azione, che penetrando nella spelonca ridesta, è assorbita dal rettile ed emana radiazioni, sensazioni visive, raggi luminosi che, riflettendosi anche all’esterno, rendono brillanti le sue sembianze esteriori.  

I fuochi fatui, che gli antichi egizi associano alle anime luminose dei defunti distintisi in vita per bontà, raffigurano due esseri angelici di fuoco, due uomini in ricerca che, anziché compenetrarsi con il loro essere, è buttata fuori senza alcuna assimilazione. Essi, nel vomitare monete d’oro come compenso per il barcaiolo, innescano il processo sulfureo dell’oro.  

Credo, infine, che nella favola il fiume rivesta un ruolo veramente importante.

 A questo punto, Fabio, interrompendomi, precisa:

Secondo Steiner, Goethe, mediante il corso d’acqua, si riferisce ai tre regni in cui l’uomo vive: il mondo fisico, simbolizzato da una riva; quello spirituale, conosciuto anche come devachan, dall’altra sponda, quella su cui si trova il giardino della bella Lilia; poi quello animico o astrale da tutto il torrente.

Si tratta di una rappresentazione figurativa degna di nota, perché tiene conto della relazione tra l’uomo e i tre regni e dell’aspirazione dell’individuo a tornare a quello dello spirito.

Detto ciò, mi prega di continuare la mia esposizione, per cui aggiungo:

Nel traghettare i fuochi fatui da una sponda all’altra, il barcaiolo li conduca, appunto, da un regno all’altro. Il battelliere che può scortare i passeggeri da una parte, ma non dall’altra, sta ad indicare che l’uomo, nonostante sia giunto, non per sua volontà, nel mondo sensibile, non può fare il percorso inverso allo stesso modo perché, per rientrare nel mondo spirituale, necessita di un difficile lavoro e di grande volontà.

I fuochi fatui si alimentano di quel metallo prezioso che, nonostante si compenetri con il loro corpo, è dato come compenso al nocchiere, che non può accettarlo perché il torrente, non potendolo sopportare, si rigonfierebbe violentemente. Dato che quest’ultimo rappresenta la vita dell’anima, la somma di istinti, impulsi e passioni umane, se l’oro venisse incautamente gettato nel fiume delle passioni, l’anima, oltre a turbarsi, si sconvolgerebbe.   

Secondo Steiner Goethe ritiene che, per accogliere la saggezza si debba prima vivere un’adeguata catarsi e che qualora essa venisse effusa nella passione non purificata, diverrebbe fanatica.

L’ascesa dal kama al manas, al sé spirituale, se non accompagnata da un sacrificio dell’io inferiore, è pericolosa. L’individuo, quindi, tenendo conto che i fuochi fatui sono impigliati nella sua rete, poiché la consapevolezza non tollererebbe un altro tipo di ascensione, deve sacrificarsi affinché la vita animica sia purificata gradualmente e pian piano salga.

Il serpente, infatti, nonostante mangi ed incorpori le monete d’oro, ha la forza di non rendere il proprio io orgoglioso ed egoistico, non tende altezzosamente verso l’alto, bensì si muove in linea orizzontale, nei crepacci della roccia, perché sa che così può raggiungere progressivamente la perfezione.

L’anima, oltre che dimorarvi, può manifestarsi nel corpo, anzi è proprio qui che, risvegliandosi, comprende che la vita consiste in un continuo atto di trasfigurazione, la rilevanza dell’essere parte attiva nella rivelazione e manifesta l’insita affinità segreta. In altre parole, emula il serpente verde che esce dalle tenebre della sua tana per conoscere il mondo e se stesso.

Anima che, percependo sia sé che il flusso dell’esistenza come un riflesso, un’emanazione del mondo divino, per giungere alla sua realizzazione spirituale, penetra nella sacralità del tempio interiore, rappresentazione della sintesi del macrocosmo, del microcosmo, e lì scopre sia i segreti del passato, sia il lungo viaggio dell’umanità verso l’evoluzione. 

L’anima vede quattro re, le quattro età del mondo, grazie all’arrivo del vecchio che, con la lampada, che ha la peculiarità di rischiarare soltanto là dove c’è già una luce, illumina il serpente, il quale, a sua volta, attraverso l’oro, diviene scintillante ed irradia il tempio.

Inoltre, nello scorrere del tempo, percepisce l’apparenza di un’ascesa, che, in realtà, è un allontanamento dal regno spirituale originario, una decadenza necessaria affinché si possa realizzare la putrefazione indispensabile per compiere la trasmutazione chimica.  

I quattro sovrani, uno d’oro, uno d’argento, uno di bronzo e uno composto di una mistura degli altri tre, personificano i quattro principi dell’uomo, tre superiori e uno inferiore.

Il primo monarca raffigura l’età dell’oro in cui si rispecchia ancora lo splendore del sole divino, il sé spirituale, la saggezza che irraggia fuori nel mondo e che, nel singolo, può accogliere la splendente saggezza.  

Il secondo l’età dell’argento ancora non completamente privo di luminosità della purezza e dell’innocenza, dello spirito vitale, dell’amore, grazie al quale può stabilire un vincolo spirituale che lo unisce a tutte le persone.

Il terzo l’uomo spirito, l’io divino e l’età del bronzo, il metallo che, ricordando il matrimonio tra sole e luna, porta alla mente l’idea di duplicità. 

Il quarto, oltre a ritrarre i quattro principi inferiori dell’individuo, incarna un’era ancora in embrione, non ancora ben caratterizzata, che include in sé i tratti ereditari delle epoche precedenti, poiché il progetto divino prevede che nulla debba essere perduto.

I principi inferiori, però, secondo una prassi consolidata, attraggono nella sfera dell’apparenza e in modo dissonante il sé, l’intelligenza, la mente e l’ultimo sostrato della personalità. Disarmonia utile perché innesca il processo di purificazione che, altrimenti, non avrebbe ragione di esistere e che fa da preludio all’equilibrio, al desiderio di vivere i principi superiori, alla volontà di ascendere a cui si deve mirare. I ricercatori, attraversando il fiume, passando dal mondo sensibile a quello sovrasensibile, giungono all’armonia con sé e con gli altri.

Nel tempio che s’innalza sopra al corso d’acqua, dove si compie l’iniziazione alla scuola dei misteri, può entrare solamente colui che è carico di luce e pieno della stessa abnegazione del serpente. L’edificio sacro personifica anche il regno del futuro a cui aspira il viandante in cerca di sé, luogo destinato, un giorno, ad essere rivelato, come ogni posto in cui si tengono insegnamenti segreti.    

I re sono illuminati dal vecchio con il lume, che già oggi, nonostante non sia ancora giunto all’apice della saggezza, grazie all’ausilio di devozione, sentimento e fede, può acquisire la conoscenza, signore del tempo, che racchiude in sé tutte le esperienze del mondo, sin dalle sue origini.

Emblema di saggezza, potere del pensiero e riflessione, immagine imperfetta dell’immortalità, in cui l’anima scopre che i giorni che si susseguono non fanno che ripetere assiduamente quello creato da Dio, che si ferma nell’eterno presente, nel qui e ora.

Egli ha con sé la lampada di quell’illuminazione che, con il suo bagliore, mediante irradiamento, vibrazione, genera l’ordine dal caos primordiale, luce che deriva dalla fede e consapevolezza della presenza dell’Onnipotente, della chiarezza dello spirito e che conduce agli alti misteri.

Chi percepisce la presenza delle forze dello spirito possedute dal vecchio e dal serpente, che conducono a coloro che devono guidare nel futuro, è sulla buona strada verso la conoscenza.

La luce sussegue le tenebre sia nell’ambito della manifestazione cosmica che in quello della “illuminazione interiore”. Come la stella indica la strada di Damasco a San Paolo, così la legge dell’Altissimo rischiara il cammino degli uomini verso la vera conoscenza.

Il dipanarsi delle vicende umane, il succedersi delle ere nell’ambito mondo fenomenico, avviene secondo un progetto cosmico e imperscrutabile, che non si è in grado di sapere, infatti, i tre re ignorando il progetto, chiedono alla saggezza primordiale ed immortale, di cui è portatore il vecchio signore del tempo, di svelar loro i segreti legati al fluire della esistenza.

Costui dice di conoscerne tre, ma non si pronuncia in merito al quarto, perché il serpente verde, l’anima risvegliata che entra in contatto con il sentiero della conoscenza, gli sussurra nell’orecchio di essere pronto al sacrificio. Ed ecco che l’anziano grida: «È giunta l’ora!». È arrivato il momento in cui l’uomo comprende che, affinché possa divenire, deve prima morire.

“E finché non lo fai tuo, questo: muori e diventa!”

Un’importante affermazione alchemica che attesta l’impossibilità di fornire un’idonea risposta se prima non si svela l’ultimo segreto, quello legato al significato e allo scopo finale della vita stessa. L’anima, per vincere le forze negative che la tengono legata alla materia, alla caverna di Platone, deve rimuovere il velo dell’illusione terrestre definibile anche come realtà relativa; la sua natura inferiore, l’ego, le contaminazioni terrene devono morire affinché essa, liberandosi dalle catene, si incammini verso una nuova esistenza.

Il vecchio non può rivelare le conoscenze misteriche perché l’uomo, impreparato a cogliere le verità spirituali che si nascondono nel segreto stesso, potrebbe snaturarlo. La strada che porta alla conoscenza impone un viaggio individuale ed intimo; l’anima, secondo le esperienze della vita e le proprie forze interiori, deve percorrerla in tal modo.

Nel rientrare alla sua capanna, egli trova la moglie addolorata per la morte del loro cane, che ha ingerito le monete d’oro disseminate per la stanza dai fuochi fatui. Il lume, avendo la capacità di trasformare le pietre in oro e gli animali morti in onice, realizza il prodigio, rendendo il cadavere un’opera d’arte che la bella Lilia rivitalizza.

L’anziana coniuge simboleggia le manifestazioni dei sensi e della memoria, quelle in cui si fissano i pensieri, le azioni e gli eventi che formano il tessuto umano lungo il cammino dell’esistenza. Costei dimostra abnegazione e spirito di sacrificio perché promette al fiume della vita di saldare, entro ventiquattro ore, il suo debito, portando con sé i frutti delle esperienze, delle azioni e della saggezza acquisita vivendo nei mondi spirituali.

Nell’intingere la mano nell’acqua del fiume si spaventa molto perché la vede annerirsi, rimpicciolirsi e diventare quasi invisibile, a dimostrazione del legame tra la cultura esteriore e il torrente, il mondo delle passioni, e sa che deve onorare il suo impegno, pena la perdita dell’arto.

Mentre fiumana rappresenta la corrente della vita e della morte, l’immersione della mano, nel fluire dell’esistenza sensoriale, agendo su ciò che manifesta l’origine divina dell’uomo, trasformando quel che splende per bellezza in un organo prensile nero, introduce una verità ineludibile, la caducità delle cose materiali.

L’arto, inoltre, esprime l’idea di attività, potenza e dominio. La mano della memoria raccoglie i frutti dell’anima, che, grazie all’esperienza terrena, sono ormai maturi e vengono trasportati in una dimensione che non risente del condizionamento spazio – tempo.

Sulla riva la donna incontra un bel giovane dall’aspetto regale ma dismesso, con indosso un mantello rosso, privo di corona, scettro e spada, che intende raggiungere il regno di Lilia, ossia, la spiritualità. Entrambi oltrepassano il ponte costituito dal serpente che, a quell’ora, come ogni giorno, si inarca per consentire il transito dei viandanti.

Il rettile, che così posizionato sembra evocare il passaggio dalla temporaneità all’immortalità, dal mondo sensibile a quello sovrasensibile, ha altri compiti da esperire, come accompagnare vecchia e giovane, insieme ai fuochi fatui, al giardino di Lilia.

L’abbandono dei simboli regali indica la rinuncia ai poteri terreni ed umani. Il manto rappresenta le metamorfosi, le diverse personalità che si assumono nel corso della propria evoluzione. La tinta scarlatta, oltre a rievocare il colore del fuoco e del sangue, fa riferimento al calore centrale dell’individuo e della terra, l’Athanor degli alchimisti, il luogo dove si realizzano la maturazione e la rigenerazione spirituale.

Il giovane si reca da Lilia, lo splendore divino, perché ambisce ad accedere alle verità eterne, che sono così abbaglianti da bloccare ogni sua facoltà nel momento in cui giunge al suo cospetto. Ciò dimostra che le sue basi morali non sono veramente salde, che l’ambizione non è fruttuosa se non si è pronti; occorre prestare attenzione perché di fronte a tale vista l’anima non preparata potrebbe restare uccisa.   

Il principe, ossia l’umanità ammalata di nostalgia della vita, per accedere all’antichissima verità, è obbligato a sottoporsi al rito magico della catarsi; in assenza di purificazione non potrebbe raggiungere la saggezza e accogliere la magnificenza dell’alta spiritualità. Egli tende alla vita spirituale, cerca la nuova vita e si dirige verso casa di Lilia, ma deve prima affrancarsi delle zavorre che dimorano nella sua interiorità, libertà che può realizzarsi solo previo innalzamento del tempio sul fiume.

La splendida ragazza, invece, rappresenta l’origine della saggezza, lo spirito divino che s’incarna nel mondo fisico, l’anima umana e terrestre che, oltre a dar vita alle pietre preziose, attraverso la sua potenza elettrica, può sia uccidere ogni cosa non ancora matura, sia resuscitare ciò che è esanime e che è passato attraverso il “muori e diventa”.

Un altro avvenimento prende corpo nella storia, che porta alla mente il guardiano di soglia, il custode minaccioso della porta di accesso ai mondi sovrasensibili, che, apparendo al discepolo, cerca di spaventarlo e respingerlo indietro nel suo percorso di iniziazione.

I protagonisti della favola, incamminatisi verso il fiume, giungono al tempio, dove, però trovano il varco sbarrato; l’iniziato, quindi, non ha accesso al mondo sovrasensibile.  

I fuochi fatui, gli unici che possono compiere l’impresa, alimentandosi dell’autentica saggezza che suggella le porte del tempio, leccando la serratura d’oro e aprendo il portone, compiono un atto dal forte significato umanitario.   

Lilia, intanto, attende con ansia il risveglio del giovane. Il ponte dell’anima, a sua volta, unendo, le due coste rende possibile la traversata del fiume, a mezzogiorno, momento di pienezza e maturazione della coscienza, che, simbolicamente, accoglie chi emerge dalle tenebre perché misurando la giornata secondo l’hora italica, agli equinozi corrisponde il sorgere del Sole. Un’ora che permette al viandante di osservare la stella madre al meridiano e al tramonto e detta i tempi della giornata, e quindi del lavoro, che sta compiendo chi si dirige verso il tempio.

L’ombra del gigante simboleggia le forze dell’oscurantismo e della superstizione che cercano di contrastare il progresso dell’umanità avviata ad un futuro radioso, l’ottimismo illuministico finale e che, diffondendosi ovunque, porta alla mente il concetto del macrocosmo comprensivo del mondo sensibile, delle forze terrestri e della loro pochezza spirituale.

Rappresenta, inoltre, ciò che si oppone alla luce, l’immagine delle cose fuggevoli, irreali e mutevoli, l’opposto complementare della coscienza, ciò che rifiutiamo di riconoscere come parte dell’uomo stesso, un potente archetipo, l’Alter Ego, il Nemico, l’Antagonista e il contenitore di tutto quello che manca nel bene e di tutto quello che si riceve nel male.

Nel riversarsi sul corteo di protagonisti, ricorda che chi vive il processo di evoluzione ed incede verso la spiritualizzazione, per sconfiggere i giganti, i bassi istinti, l’ego e il male che interiormente lo circuisce, anziché contare solo sull’aiuto divino, deve compiere un gran lavoro interiore.  

L’anima raffigura anche quell’elemento di sé che l’uomo, per essere completo, deve riconoscere ed integrare. Dato che i suoi contenuti sembrano essere correlati con l’inconscio, la coscienza è in grado di accedervi facilmente.

Ascoltate queste parole, Madame Carmen rimarca:

Il serpente disteso sul fiume consente ai vari personaggi di raggiungere l’altra riva. L’uomo, quindi, deve attraversarlo, diversamente non risolverebbe la sua insita conflittualità interiore.

Il rettile, smettendo di operare come ponte, inizia a strisciare sulla terra, elemento in cui si opera l’alchimia della rigenerazione. I viandanti, invece, sopraggiungendo sull’altra sponda, arrivano alla frontiera del sacro che partecipa già alla spiritualità del centro.

Il regno di Lilia è simbolo di irradiamento del sole spirituale, del vero cuore del mondo, a cui si può pervenire solo dopo aver superato la cortina che separa il profano dal sacro ed aver operato in sé una profonda trasformazione. Costei, facendo risuonare le corde dell’arpa, voce cristallina del cuore, è in grado di far vibrare il Tutto. Questo strumento musicale, così particolare perché vuoto al centro, rappresenta un numero pari, l’armonia cosmica, ed esprime il mezzo per accedere all’assonanza segreta.

L’affascinante creatura, attendendo che il giovane si rivitalizzi, aspetta che l’umanità, purificata dagli errori, torni al candore delle origini e protenda verso la sorgente della vita. Le sue tre ancelle ritraggono le energie spirituali da cui si irradiano quelle dell’universo che consentono, ai segni segreti impressi da Dio, di essere conosciuti.

Lo specchio che una di loro le consegna allude all’immagine riflessa che rivela e contiene l’anima e all’occhio della dea che vede e diffonde ogni cosa sulla terra, presenta numerose analogie con la luna e può evocarne gli aspetti più oscuri. Emblema di conoscenza e saggezza, è assimilabile a strumento di illuminazione.

Prende ora la parola Fabio, che sottolinea:

A questo punto del racconto giunge la mezzanotte, l’ora dei Grandi Misteri, dei fantasmi che scompaiono, quella che, come sostiene René Guénon, portando con sé il Sole Spirituale, dà il là all’iniziazione agli antichi misteri, quella che contiene il seme da cui ha origine il giorno, che comprende il buio da cui nasce la Luce e che, sposandosi con il Sole di Mezzanotte, fa sì che si compiano l’illuminazione della materia e il riscatto dalle tenebre.

Il Sole di Mezzanotte, ricorda il sole alchemico dell’annerimento, il Sole Nero, il Sol Niger, di cui Marsilio Ficino dice:

«Il corpo deve essere dissolto nell’aria mediana più sottile: il corpo viene dissolto anche dal suo stesso calore e dalla sua umidità; laddove l’anima, la natura di mezzo, mantiene il dominio sul colore dell’oscurità in tutte le parti del vetro: oscurità della natura che gli antichi filosofi chiamavano la testa di corvo, o il Sole nero».

Il bel giovane che esanime a mezzanotte deve essere risvegliato, rammenta l’anima che, rigenerata dallo spirito, deve conoscere una seconda nascita e, affinché ciò accada, è necessario che muoia e si unisca all’amore supremo che il Principio Unico diffonde; la rivelazione, la tradizione, l’iniziazione, lo stadio del ciclo evolutivo che funge da condizione indispensabile per accedere ad un livello di vita superiore.

Tradizione e stadio che riportano alla mente sia che nell’antico Egitto le iniziazioni ai misteri isiaci si svolgono nella grande Piramide o in un tempio addobbato in modo da sembrare l’oltretomba, sia che nel mitraismo viene creata una notte artificiale, con un soffitto dipinto a cielo stellato, in quanto la Luce che deve diffondersi sui presenti deve brillare nel buio in cui il vecchio con la lampada funge da mediatore della trasmutazione ed elargisce le verità divine e la sapienza.   

Penso che Goethe, mediante il racconto, voglia far intendere che la saggezza egoistica fa da collegamento verso quella disinteressata e conduce all’abnegazione; difatti il rettile, immolandosi per il bene dell’umanità e per la completa fratellanza, fa comprendere la vera accezione dell’amore incondizionato.  

Il serpente verde, l’anima, nel momento in cui riesce a superare la conflittualità tra gli stati interiori dell’essere, si trasforma in un ponte che risplende di pietre preziose e di immagini di quella trasmutazione che permette l’unione dei due regni dell’esistenza, il sensoriale e lo spirituale, da cui tutto ha origine, e aspira al possibile ritorno alla sorgente, che coincide con la voglia che il divino ha di abbracciare la stessa anima incarnata.

Il mio amico mi cede nuovamente la parola e così osservo:

L’autore, scrivendo che il serpente verde circonda e protegge il corpo esanime del giovane da eventuali pericoli e dalla veloce putrefazione, intende simbolizzare il ciclo evolutivo, chiuso in sé, la pace, la prosperità, il potere di conciliare tra loro gli opposti e la volontà di creare armonia tra i diversi elementi.

Così attorcigliato ricorda il movimento, la continuità, la persistenza, l’autofecondazione e l’eterno ritorno. Nello scomporsi in tantissime pietre luminose, che il vecchio getta nel fiume, fa sì che il principe possa rinascere a nuova vita, rigenerazione che indica, forse, la vittoria spirituale dell’uomo sulla propria componente animale.

Il nobile, però, non è ancora conscio del suo nuovo stato, giacché la porta del Tempio interiore è chiusa. In suo soccorso, ossia, all’anima che cerca la sua armonia, giungono i fuochi fatui, che, in modo non consapevole trasportano la saggezza non trasformata in esperienze concrete.   

L’anima libera vive una spiritualità definibile come quell’arte della trasfigurazione che rende ogni cosa luminosa, sacra e colma di possibilità, profondità e bellezza, trasformazione possibile perché nel regno di Lilia tutto muta e brilla di quel ciclo dell’eterno presente in cui, oltre a non esistere degrado, tutto torna a risplendere di nuova e vera vita. Un tutto che comprende l’anima, che, incontrando ed unendosi al suo contraltare spirituale, nel tempio interiore, definisce il futuro di chi, dopo un lungo e stancante viaggio iniziatico, torna alla Sorgente.

Credo che la favola dia il via ad un rapporto di amicizia e riconoscimento interiore che inviluppa, in un unico abbraccio, natura, divinità, mondo sotterraneo ed umano, che apre gli orizzonti dell’universo spirituale dell’immaginario, che dà spazio al formidabile tesoro delle intuizioni, dei racconti e degli insegnamenti che giungono da un lontano passato.

Esimio Goethe penso che lei, con questa storia, voglia simbolizzare la redenzione dell’uomo singolo e di tutto il genere umano, il segreto del divenire, il morire e la conclusione animica e spirituale. Condivida con noi la sua interpretazione del racconto.

Lo scrittore tedesco risponde:

In primo luogo desidero dirvi che solo un cambiamento di livello degli individui può modificare il mondo, in secondo luogo, non posso fornirvi spiegazioni, ma posso dirvi che tutti i vostri commenti sono conformi al mio pensiero.

In questa favola è rappresentata l’eterna storia dell’uomo, il quale, oltre ad essere pellegrino nel mondo, è immerso nel mistero della sua origine e della sua fine. Solo l’anima cela, in sé, la mappa del proprio destino; colui che presta attenzione alla propria voce interiore, nel difficile cammino dell’esistenza, può trovare il giusto ritmo e può non sentirsi esule.

Detto ciò, ci saluta con cordialità e si congeda.

Madame Carmen, prima di abbandonare quel mondo onirico al quale sono molto legato, perché non risente delle zavorre della realtà relativa ed è rischiarato da quella assoluta, conclude:

Il compito dell’iniziato, oltre ad essere quello di guida degli altri lungo la strada che conduce alla salvezza, è quello di emulare il bel giovane, ormai giunto all’illuminazione, e di diventare pastore di anime.

Salutati i miei amici, rifletto sul fatto che la favola riporti alla mente le nozze dell’uomo con lo spirito, che sia corretto concordare con Steiner quando dice che questa narrazione agisce sulla coscienza anche di chi la legge ma non la analizza con la giusta attenzione e porta alla mente il desiderio di vedere realizzato, sul ponte che consiste nel dorso del serpente, la tanto anelata unione di tutti gli uomini in un sol popolo.

Mentre mi accingo a far rientro nel mondo sensibile, in una sorta di dormiveglia, penso che nel leggere il racconto ci si accorga che il linguaggio in cui si articola sfrutta simboli interpretabili come centri della vita immaginativa che rivelano i segreti dell’inconscio, conducono alle origini più nascoste, incentivano le azioni e spalancano l’uscio dell’animo così da permettervi l’accesso dell’ignoto e dell’infinito.

L’autore, dando luogo ad una sintesi armonica delle funzioni del simbolo, lo esprime non solo come semplice comunicazione di conoscenza, bensì come convergenza di affettività, possibilità di comprensione profonda di sé e del senso della vita.

La favola dimostra che Goethe è un teosofo a tutto tondo perché comprende che ogni cosa che vive nel mondo dei sensi è una similitudine, che ogni azione che l’uomo tenta e a cui aspira può essere realizzata solo attraverso un valido agire, che il mondo dei sensi, se vissuto senza il desiderio dell’ascesa verso la sorgente, è imperfetto e, come tale, deve sfociare in un evento pieno che dia un senso all’evoluzione umana.

Mentre mi sveglio, medito sul fatto che l’intellettuale tedesco, tra i vari paradigmi, assegni un importante ruolo anche all’acqua, che riveste per lui un significato biblico:

Chi non rinasce dall’acqua e dallo spirito non può entrare nel regno dei cieli.
Nicodemo.

Infine, penso alle parole profonde e dense di significato, lasciate come testamento da Johann Wolfgang von Goethe:

Tutto l’effimero non è che un simbolo, l’imperfetto qui si completa, l’ineffabile è qui realtà; l’Eterno femminino ci trae verso l’alto!

Giandomenico Tiepolo, La partenza di Pulcinella, 1797, affresco. Ca' Rezzonico, Venezia

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Autore Domenico Esposito

Domenico Esposito, nato ad Acerra (NA) il 13/10/1958, laureato in Scienze Organizzative e Gestionali, Master in Ingegneria della Sicurezza Prevenzione e Protezione dai Rischi, Master in Scienze Ambientali, Corso di Specializzazione in Prevenzione Incendi. Pensionato Aeronautica Militare Italiana.