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Pulcinella, Fabio Da’ath, Kremmerz e Mamo Rosar Amru

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Pulcinella


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L’Arte Reale è ormai giunta al suo prossimo risveglio. La scelta dell’Eletta è già fatta. I miei Adepti vedranno presto fiorire la “Nivea Rosa” sulla cima del vecchio cespuglio. Si farà Luce per chi cerca la Verità in purità di cuore. Questo sarà il mio dono per quest’Anno memorabile.
Raimondo di Sangro

Il sogno, nella sua struttura sensoriale, visiva, uditiva e tattile giunge a tutti, me compreso, Pulcinella, con un linguaggio che si discosta dagli usuali parametri di riferimento spazio-temporali per cui, per poter analizzare gli indizi che l’inconscio mi fornisce, faccio pratica con figure, enigmi, metafore, allegorie e simboli che lo compongono.

Di ogni figura, animale, colore o forma, devo prima cogliere l’aspetto archetipico, poi rapportarlo al mio vissuto, dato che l’interpretazione della visione consta anche di una chiave di lettura che è dentro ognuno di noi. Per decodificarla, occorre conoscersi profondamente, analizzare gli aspetti emozionali e quelli onirici.

La mia vita ordinaria è messa in ombra da quella notturna, quando ambisco ad apprendere il Tempo del Sogno o Mondo dei Sogni, ovvero quello conosciuto dagli aborigeni australiani come “tempo prima dell’inizio del tempo”, epoca antecedente alla creazione, in cui i progenitori spirituali affiorano dai mondi invisibili, si incarnano in corpi terreni e ritornano ai luoghi di provenienza, in cui passato, presente e futuro coesistono.

Nel sogno della scorsa notte, sono in compagnia dei cari Fabio, l’amico che in posti impossibili condivide con me le sue incredibili avventure, e Madame Carmen, la nonna, medium di grande spessore intellettuale.

Mentre saliamo verso la sorgente del Sebeto, dove la divinità, riposando, ristora le sue membra, si para davanti a noi, con sguardo stralunato, Ciro Formisano, alias Giuliano Kremmerz, ermetista e maestro di Fabio, intento a passeggiare in quei luoghi carichi di vibrazioni ctonie e sedimentati in un compendio caleidoscopico di immagini.

Incontro interessante, poiché l’esoterista divulga una teurgia da intendersi come scienza che, oltre a poggiare solide basi sulla conoscenza della Cabballah, opera per mezzo del Divino e, attraverso specifici riti e l’uso corretto e sentito della preghiera, permette di avvicinarsi alle potenze del cielo ed operare per il bene del cosmo e dell’umanità.

Kremmerz, così elegantemente vestito sembra un’immagine impressa sulla tavolozza di un esperto pittore. Pantaloni, camicia, scarpe e cappello Panama, di colore bianco, giacca e papillon nero, baffetti appena pronunciati, che gli donano il caratteristico aplomb degli intellettuali della sua epoca.

Giuliano Kremmerz

Felicissimo per averci incrociati, dopo i saluti canonici, ci spiega che è solito camminare alle falde del Vesuvio e del Monte Somma, luoghi ad alto potenziale energetico.

Parlare con lui è così intrigante che, senza accorgercene, passando a piedi attraverso un bosco di eucalipti, querce e ulivi, arriviamo ad Ercolano.

Giunti alla spiaggia, Madame Carmen esordisce:

Miei cari, penso che il percorso che partendo dalla sorgente del Sebeto, lambisce la sua valle e porta qui, possa essere considerato parte integrante di un’esperienza mistico-spirituale, in un’area carica di ancestrali richiami che, provenendo dal fondo oscuro delle radici dell’uomo, vanno più in là del dire, penetrano nel muto ascolto e nell’ignoto incanto e, aprendo gli abissi, oltre a portare alla luce le sotterranee alchimie, scorrono dentro e fluiscono in chi e con chi è pronto.

Fabio, agganciandosi alle parole della nonna, rivolgendosi al teurgo, aggiunge:

Maestro, sento scendere e sibilare dentro di me le lente e calde vibrazioni ctonie, avverto che, scuotendo la ciclicità del tempo, accendono in me il bisogno di viaggiare attraverso i mondi paralleli, di andare e tornare, di risorgere a nuova vita. Quando sono con lei, in ogni scena della realtà sensibile e sovrasensibile, non sento il respiro che va.

Se chiudo gli occhi e l’anima, invece, colgo pienamente la sua presenza e, alla stessa stregua di un frammento microcosmico del tutto, del macrocosmo, vivo un sogno in cui, inspirando in silenzio, scorgo, al di là del tunnel, il bagliore emanato da tante candele accese, da quel lume eterno di cui parla Don Raimondo di Sangro.

Maestro, perché siamo qui?

Il guaritore immediatamente risponde:

Sono contento che oltre a intravedere il primigenio lampo, sorseggi alla mia sorgente e segui la traccia che in tanti lasciano si disperda. L’assiduo studio che profondi, leggendo i miei scritti, mi fa notare che la tua presenza spacca la crosta del mio cuore e desquama la pelle riarsa della mia anima.

Mio caro, siamo qui per cercare acque calme in cui fluttuare.

È al largo di queste acque che una tempesta furiosa, cogliendo alla sprovvista un naviglio, con a bordo la Tradizione egizia, lo sospinse sia verso questo approdo, che verso altri della nostra regione. Quando i sacerdoti iniziati dell’Egitto ebbero udita la Sfinge annunziare che la missione era finita, i maestri e i pontefici si separarono. Chi affrontò il deserto, chi il mare, chi si confuse nelle turbe delle grandi città. L’ultimo dei pontefici di Iside si avviò alla foce del Nilo e vi si assise pensieroso sulla riva. Tutto era solitudine e silenzio.

Ora vi narro la leggenda di Mamo Rosar Amru, così potrete capire.

“Tu, o Mamo, prendi la via dell’esilio e qui tutto si prepara all’oblio…
Mamo guardò colei che parlava. Era la “agupica” assira, Myria, che lo aveva seguito.
Mamo rispose: La mia patria è l’universo e non conosco che sia esilio.

Ma hai l’animo stretto dalla pena dell’abbandono…

No, io aspetto che la Dea disponga di me; ricominciò; dove poggio il piede è un tempio che sorge; noi siamo seminatori di verità.

E vai lontano?

Lontano.

Dove nessuno al mondo ti ama e ti conosce?

Non ho mai amato, o Myria, perché non posso amare; le ombre della terra mi sono estranee e indifferenti, e non ho mai amato.

Non nasconderlo, o pontefice, perché la Dea ha parlato: colui che tu vedi ama tutte le creature del mondo e non conosce l’amore; la sua missione comincia sulla terra.

E che ti disse la Dea, che conoscerò l’amore?

Ha detto che la conoscerai amante.

E quando?

Quando avrai provata la vendetta della sua gelosia divina.

Mamo sorrise; guardò il cielo stellato e l’onda fragorosa: Come sei stolta, o femmina assira, come sei povera, testa di femmina calda di lussuria. Tu della Dea ne fai una danzatrice e la vedi, come tu sei nell’anima felina, una spugna di piaceri voluttuosi assetata di vendetta…

E così mi parlò.

Sciocca ella non era.

Sì, fu Iside a venire, fu lei che parlò…

Cieca, come la vedesti?

Come la più bella donna che mai l’Egitto vide.

Ed era la Dea?

Era la donna divina che ti ama.

Vattene, Myria, il tuo discorso è insensato, tu sei folle, tu non sai chi io sia e chi la Dea.

Myria disparve. Era notte. Passò una nave leggera con una fiaccola accesa, una barca si avvicinò alla sponda e un uomo gridò:

Chi è colui che la Dea ha destinato al passaggio del mare?

Mamo si avanzò, e avvicinò la nave. Appena vi fu sopra un vento dolcissimo gonfiò le vele e l’imbarcazione filò come un genio l’avesse condotta per mano. Ma sulla costa della Campania una tempesta furiosa portò il naviglio a riva e Mamo toccò la terra delle sirene, Baia, Paestum, Puteoli, Partenope, Ercolano, Pompei, Stabia accoglievano nell’incanto di un mare dalle sponde fiorite il lusso dell’opulenza latina. Si fermò a Pompei, Iside ebbe un tempio e riti sacrificali.

Intorno all’epoca in cui Ponzio Pilato entrava nel credo cristiano, Iside dava responsi a Pompei. Mamo guardava il mare azzurro e le notti stellate, le candide notti lunari della molle doviziosa Pompei…

A che pensi o Mamo?

Alle anime che passano nei vincoli della schiavitù e amano con la voluttà che i re non conoscono.

E tu conosci?

No, perché non posso amare.

Ma lasciando il Nilo non ti dissi che la Dea vuol farti conoscere il divino del suo amore senza nome…

O sciocca Myria, femmina calda di empia libidine, tu hai il delirio della mala fiamma! Tu vedi coi tuoi occhi osceni gli abbracci della Dea al più vecchio facitore di sibille.

Non sono folle amico pontefice, vedi il tuo tempio? Vedi i doni che vi hanno afflusso e i sacrifici consumati? Domani sarà spogliato di ogni bene e tu ne andrai in esilio…

La mia patria è l’universo.

Ma tu peni.

Non peno.

La tua voce è commossa.

Non amo.

Bastò la vicenda di un giorno di pazzia e Mamo partì per lidi più lontani. Myria, l’assira, sulla spiaggia scogliosa gli rivolgeva un cenno e Mamo la guardava impassibile.

Questa non è la terra dove la Sfinge ha parlato e la tua missione ricomincia qui.

Gli dei non vollero.

È la Dea gelosa che ti castiga. Ne andrai lontano, ma qui tornerai. Perché amerai e tornerai, dopo la vendetta della Dea comincerà la tua vendetta e conoscerai il suo amore.

Myria, l’assira, guardava l’orizzonte lontano; Pompei era seppellita con Ercolano e Stabia: sulla cenere non spuntava l’erba. Il piccolo tempio di Iside era stato distrutto. Una vela bianca comparve. Mamo ritornava.

O Mamo, tu ritorni. Vedi non fui folle, non ero sciocca… tu trionfi…

O Myria la Sua vendetta è compiuta, sono venuto a contemplarne le ruine…

Conosci la voluttà dell’odio?

No, o Myria assira, conosco l’amore”.

Miei cari, la storia che vi ho appena raccontato, la appresi sulle vie assolate di Pompei da una donna piacente che, all’ombra di un parasole, leggeva una guida per riconoscere l’antico giocondo riposo dei pingui cittadini dell’Urbe. Le domandai che cosa volesse dire la favola e mi guardò accigliata.

“Myria assira è l’eco della Dea, vive nel mondo; ho viaggiato insieme a lei da Londra a New York, in piroscafo di gran lusso. Ora porta sulla chioma bellissima un cappello da quaranta sterline, al braccio un gioiello che non ha prezzo, uno scarabeo che racchiude l’occhio della grande sacerdotessa di Menfi; al collo ha un monile di pietre preziose, ognuna di quelle è il dono di un Faraone. L’ho lasciata a Nizza l’ultimo carnevale, poi ha viaggiato la Svizzera e ora ritorna a Roma…”

A che fare?

La dama si accigliò. La voce divenne aspra.

“Come sono curiosi e indiscreti gli italiani! Abbassai gli occhi, guardai sulla soglia dalla casa dei Vettii, due magnifiche flessuose lucertole evocavano gli amori degli antichi protetti di Priapo, una guardia degli scavi, più in là, pelava una pesca e la trangugiava irriverente ai ruderi di uno splendore tramontato. La dama si allontanava. Ma io sentivo ancora negli orecchi – indiscreti gli italiani! – e in cuor mio le detti ragione: per noi il mondo delle fiabe anche delle fiabe a tinte e mezze tinte di carattere occulto – è finito per sempre”.

Riportato il racconto, il teurgo, con fare molto amicale e voce pacata ed armoniosa, asserisce:

Miei cari, Mamo, nonostante sia un misterioso personaggio caldeo, è il depositario dell’antica sapienza sacerdotale nilotico-partenopea, l’ultimo pontefice di Iside. Dato il suo spessore, è opportuno vi sottolinei la sua saggezza, le sue virtù e la sua fine conoscenza della scienza ieratica. È un individuo che, privo di passioni umane, riesce pienamente a dedicare la sua vita alla divinità.

Consacrazione che gli permette di ricevere in cambio frammenti di sapere, più o meno consistenti, che concede ai discepoli più pronti. Tra i suoi prediletti troviamo un altro valente sacerdote, Izar Bne Escur, colui al quale si rifà Pasquale de Servis, per il suo pseudonimo, sia Iriz Ben Assir, che, a sua volta, dissetandosi alla stessa fonte di conoscenza caldea, vive in Mesopotamia ai tempi ai tempi del gran sacerdote di Marduk, Berosso, ed è autore di ben «dodici aforismi magici», di grande profondità e codificati da insito ermetismo.

Invece di dodici, mediante le opere a mia stampa, ne espongo solo sei. Per illustrarvi le caratteristiche salienti di tali massime vi recito quella pregna di simbolismo «ovulare», ossia, la prima:

«Uno è il mondo, uno è l’uomo e uno è l’uovo. Il mondo, l’uomo e l’uovo fanno tre. In ogni uno vedi il tre, nel mondo, nell’uomo e nell’uovo tu trovi tre volte tre. Se vuoi imparare il secreto dell’uovo rimonta a tre. Se vuoi comprendere il mistero dell’uomo risali a sei. Se vuoi intuire il grande arcano del mondo sali a nove. Aspira e respira tre volte per conoscere il secreto dell’uovo. Sei volte pel mistero dell’uomo, nove volte per l’arcano del mondo. Così Ea, Jeova, creò prima il mondo, poi l’uomo e poscia l’uovo e dette a questo il secreto dell’uomo e del mondo. Perciò, figliuolo, il primo aforisma delle cose sacre e riposte è nel numero 369. Senza luce, senza rumore, senza pensiero di sorta che non sia aspirazione ad Ea, seppellisciti vivo con le orecchie turate con cera di api e lana di agnello in cavità in cui non entri luce di mondo e là 369 respiri e aspiri fino a quando non vedi il Mondo nell’Uovo di Ea».

Declamato l’aforisma, prosegue:

Miei cari, “Ea” corrisponde alla versione accadica del sumero Enki, figura di spicco del pantheon mesopotamico. Dio liquido dalle sembianze di un pesce definibile cristico, signore dell’Apsù, è il più astuto, ingegnoso e abile fra le divinità.

Mamo Rosar Amru è l’ultimo dei pontefici di Iside, esule dall’Antico d’Egitto, cittadino dell’universo, che diffonde la verità. Incalzato dalle domande dell’agubica Myria, pur dichiarando di non conoscere l’amore, afferma di essere devoto alla dea. In tal modo la libidinosa assira svela al sacerdote appena adescato l’intento di mettere alla prova la vendetta del nume dopo averne provocato la gelosia, dimostrandone, quindi, l’amore divino per il suo devoto.

Agub designa due demoni caldei che cavano metalli dalle viscere della terra e, grazie a Mamo, intorno al primo secolo a.C., l’antica sapienza sacerdotale egizia, sulla scia del culto di Iside, migra dal luogo di origine alla costa partenopea. L’esclusiva di questa eredità non può essere ascritta solo alla Campania, giacché bisogna registrare l’espansione di Roma nell’area mediterranea e i flussi di popoli sottomessi che trapiantano in tutte le province latine i culti di Iside e Serapide, Cibele e Attis, Mitra e Baal.

Conscio di scandalizzare le vostre pure orecchie desidero informarvi che per ciò che attiene l’elemento operativo, il racconto del viaggio dell’ultimo pontefice della divinità, nasconde una “chiave”, un mezzo di pratica operativa connesso con l’amore carnale per la lussuriosa Myria. Una passione che genera il rancore della divinità che, tentando di riesumare l’adorazione per il suo devoto, gli mette a disposizione quell’ampio contenitore fenomenologico astrale che permette varie operazioni magiche.

Se analizzate i due aspetti dell’amore, non dovrebbe essere difficile capire in cosa si traduca la vendetta divina, ma se così non fosse, leggete il mio testo ‘Angeli e Demoni dell’Amore’, in cui lo espongo accuratamente.

Fabio, ascoltate queste parole, sente un irrefrenabile desiderio di chiedere spiegazioni al suo mentore, quindi, interrompendolo con garbo, ma con malcelata ansia, dice:

Mamo Rosar Amru consiste in una rappresentazione mitologica oppure corrisponde ad una persona reale dell’antico panorama egizio?

Il taumaturgo, con indescrivibile gentilezza, risponde:

Fabio caro, molti pensano che Mamo, al pari di Hiram, sia un personaggio leggendario, ma sbagliano, perché è un sacerdote che custodisce, con profitto, le virtù e la magia isiaca, che sopravvive, nel corso del tempo, per essere trasmessa ai più meritevoli. È abituato a diffondere magnificamente la sua conoscenza e a fornire, ai più meritevoli, gli strumenti di evoluzione interiore e di investigazione del sovrasensibile.

Hiram Abif, il mitico costruttore del tempio di Salomone, e Mamo sono entrambi vittime di un destino non consono alle loro figure. Il primo, infatti, è costretto a terminare la sua missione, perché i capomastri lo uccidono per rubargli il segreto della conoscenza, mentre il secondo non può continuare a svolgerla, poiché la Sfinge gli comunica che non può proseguire.

L’esoterista, poi, rivolgendosi a tutti, rimarca:

È necessario che io vi irrori con splendenti gocce dell’immenso mare magnum dell’Arcana e Sapienza, che, colma di Verità, può essere attinta dal Nume Eterno, così come è essenziale dirvi che Mamo Rosar Amru, mediante ermetisti di buona volontà, ancora oggi, tramanda un grande bagaglio di conoscenze.

Miei cari, premettendovi che la sua leggenda può essere letta nell’ottica della tradizione egizia, quella del profeta e mistico iranico Zarathuštra, quale influenza mazdaica di Ahura  Mazdā, ossia, del Dio unico, quella di Hiram nel solco della tradizione ebraica, ritengo sia giusto affermare che di ognuna di queste dottrine si debba soppesare il messaggio anziché il messaggero.

Il messaggio è in grado di manifestare appieno il valore e la conoscenza dello scibile ermetico, alchemico o spirituale, di ideazione antichissima, riconducibile alla notte dei tempi, e di sviluppo, che sopravvive nel tempo. Il racconto fantastico e il mito stesso fungono da strumento di crescita, perché trasmettono la sapienza “secreta” di una scuola misterica. La leggenda e i simboli che li accompagnano stimolano la curiosità e il dubbio, quindi velocizzano il processo che conduce all’evoluzione individuale. Il racconto fantastico è paragonabile ad una fucina nella quale ribollono le idee e le loro rappresentazioni, nominalmente trasformate in spirito, ossia in realtà.

Chi entra nella parte più profonda della religiosità misterica è spesso mosso da un’incontenibile voglia di salvezza e da una ricerca di immortalità, che si traduce nei percorsi «iniziatico» ed «ermetico» che delineano bene personaggi quali Mamo Rosar Amru e Trismegisto. Quest’ultimo, nell’ambito della «Scienza ermetica», trasmette la teoria della «simpatia cosmica» e dell’indissolubile legame fra macrocosmo e microcosmo.

Alcuni miei negletti detrattori, anziché tener conto che grazie a me esiste e continua a essere sviluppata la «Schola» sapienziale italica, sostengono che, nell’ambito del panorama esoterico nostrano, io sia da considerare una figura controversa. Sviluppo che beneficia dell’insegnamento proveniente da quel fluido e luminescente mondo culturale della Napoli ottocentesca, filgido crocevia di culture ed antiche religioni.

Un universo da cui proviene la cerchia neoplatonica alla quale mi rifaccio sia io che un ampio ed erudito cenacolo cui appartiene l’amato Giustiniano Lebano, l’avvocato in grado di ridare vita ad antichi fasti teurgici, rivissuti in una sequenza filosofica che ha quali punti di riferimento il ‘De caelo’ di Aristotele e il ‘Cratilo’ di Platone.

Successione che, nel periodo tardoantico, vede i natali di linee guida di un brillante ambiente filosofico, il neoplatonismo appunto, che danno luogo a consuetudini che, nel trarre origine da riti ed operazioni teurgiche, sopravvivono nel tempo. Cerchia filosofico – sapienziale che, mediante le rivelazioni conosciute come Oracoli caldaici, giunge fino a noi e ci fa dono del termine «teurgia», ovvero «esecuzione di operazioni divine», dalla valenza salvifica e dall’insita capacità di conferire, a chi la pratica, doti straordinarie.  

Fabio, consapevole che l’esoterista sembra non essere intenzionato a proseguire, commenta:

Caro Pulcinella, il dotto Maestro, che ci sta onorando della sua presenza, nonostante appaia come personaggio complesso e per alcuni discutibile, grazie alle intrinseche doti taumaturgiche amalgama l’eredità culturale di Mamo Rosar Amru e di Ermete Trismegisto con l’arcaica magia ascritta alla sapienza «caldea». Lascito che, contaminato dalla sua personale conoscenza ieratica, si concretizza nella creazione di una cerchia di adepti e di una «Fratellanza», di cui mi onoro di far parte, che ha finalità terapeutiche e magiche.

Kremmerz, soddisfatto per le parole pronunciate da Fabio, gli poggia una mano sulle spalle e, mostrando grande emozione, nota:

Il mio discepolo, con le sue osservazioni, coglie sempre nel segno. Purtroppo, come Madame Carmen sa bene, il tempo a mia disposizione sta per terminare, però, prima di lasciarvi, oltre a promettervi di parlarvi della Fratellanza nel corso del nostro prossimo incontro, desidero aggiungere alcuni particolari.

Il termine «caldeo», che nell’alveo del mondo dei sortilegi antichi e moderni è noto, è ascrivibile al variegato e dinamico ambito aramaico in cui si sviluppano le religioni salvifiche del tardo ellenismo, ossia, lo gnosticismo, il cristianesimo, il mandeismo e il manicheismo. Un intreccio di culture che si manifesta con il fenomeno «ecumenico» dei Magusei, Magi ellenizzati o Magi delle colonie greche, ovvero, i sacerdoti persiani.  

I Magusei si defilano dallo zoroastrismo «ortodosso», si contaminano con nuovi culti, perdono il contatto con la tradizione originaria, abbandonano la lingua dei testi sacri e, per trascrivere le loro opere, apprendono l’aramaico, lingua delle colonie in cui vivono. I Magi, quindi, rinunciano agli ortodossi precetti di Zoroastro e, spinti dai Greci, ammaliati dalla sapienza orientale, si mettono in luce sia come saggi che come astrologi. Questi, però, oltre a rappresentare il sapere arcaico e luminoso, incarnano l’attesa messianica del Salvatore iranico, preannunciato dal profeta e mistico iranico.

Il mito della sapienza e della cultura misterica caldea nasce dalla contaminazione della cultura greca con quelle iranica e aramaica e il termine «caldeo» sta appunto a significare «arameo» o «aramaico», anziché «babilonese». Il Mago è un sacerdote, un sapiente conoscitore dell’universo, e la Magia consiste nella sapienza, nella sintesi di tutto ciò che è stato, che è e che sarà. Tale parola, infatti, racchiude gli attributi dell’onnipotenza divina, la suprema intelligenza che crea, regola e conserva l’universo.

Il teurgo, detto ciò, come per incanto, saluta tutti e, dopo l’elegantissimo baciamano alle affusolate e bellissime mani di Madame Carmen, sospinto da un caldo venticello si allontana, sparendo all’orizzonte.

Come sempre accade, albeggia il giorno, la luce del mattino mi ammanta e, trasportandomi dalla dimensione onirica a quella di veglia, non mi permette di proseguire nel cammino che conduce alla conoscenza.

Io credo nella virtù infinita, nel sole dei soli, che cangia l’arena in diamante, la terra in fiore, la crisalide in farfalla, l’oscura notte in aurora lucente. Io credo nella matrice delle forme universe, luna delle lune, che genera le cose, le accresce, le distrugge, le rigenera. Io credo nella forza combattiva che vince pugnando invitta. Io credo nell’intelligenza arcana che dà all’essere la coscienza del vero. Io credo nel bene contro ogni strazio del dolore nei mali umani. Io credo nell’amore che fissa nell’attimo che vola la parola che crea. Io credo nella morte principio di vita nova. Così credo nell’Uno che tutto in sé contiene: Moto, Forma, Forza, Intelligenza, Bene, Amore e Morte. Credo nell’ascenso dell’uomo all’UNO infinito, nella Legge Universa di ciò che fu, che è, che in eterno sarà.
Giuliano Kremmerz

Giandomenico Tiepolo, La partenza di Pulcinella, 1797, affresco. Ca' Rezzonico, Venezia

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Autore Domenico Esposito

Domenico Esposito, nato ad Acerra (NA) il 13/10/1958, laureato in Scienze Organizzative e Gestionali, Master in Ingegneria della Sicurezza Prevenzione e Protezione dai Rischi, Master in Scienze Ambientali, Corso di Specializzazione in Prevenzione Incendi. Pensionato Aeronautica Militare Italiana.