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Ho una grave allergia!

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Sulle dipendenze da cellulare

Ricordo che quando ero adolescente e facevo visita a qualche amico o parente, se questi ultimi non spegnevano il televisore in mia presenza mi congedavo con una scusa.

Se la televisione è così importante è bene che se ne stiano con lei anziché con me, pensavo, poiché significa che quello schermo racconta cose più interessanti di quel che potrei raccontare io.

Sono rimasto coerente, con il passare degli anni, e qualcuno ancora si stupisce di come, quando sono in compagnia, non mi si veda quasi mai con in mano il cellulare. D’altra parte, mi stupisco io quando mi si ritiene persona gentile solo per questo motivo, poiché, invece, dal mio canto, lo reputo del tutto normale.

Se sto parlando con Maria, con Giovanni o con un gruppo di amici, mi pare naturale non dovermi continuamente bloccare per rivolgermi, ad esempio, a chiunque passi per strada; per quale motivo dovrebbe essere un atteggiamento di educata consuetudine spostare la mia attenzione su qualche WhatsApp o su qualche telefonata mentre sono in compagnia?

Ciò significherebbe dare la precedenza a tutti quelli che sopraggiungono dopo, rispetto a coloro che già erano con me con un appuntamento vicendevolmente concordato e che quindi dovrebbero avere la priorità su tutto, salvo reali e catastrofiche emergenze.

Nessuno sopporterebbe, in un ufficio postale, di essere scavalcato durante l’attesa in coda. Se l’impiegato, allo sportello, permettesse ad ogni suo amico di fare quattro chiacchiere con lui, mentre le persone attendono in coda il proprio turno, lo si apostroferebbe senza pensarci due volte.

Quando perciò siamo noi ad interrompere una conversazione, poiché è sopraggiunto uno squillo, una notifica di un social o un messaggio, ci stiamo comportando come un impiegato postale che si dimentica di noi ogni volta che qualcuno sopraggiunga maleducatamente scavalcando tutti i presenti.

Che ci volete fare?

Ero allergico da adolescente e non sono ancora guarito, perciò faccio preventiva selezione e rifiuto molti inviti, come coloro i quali, essendo allergici al polline, al glutine o ai latticini, declinano le occasioni per un giretto al parco, per pranzare o per cenare in compagnia nei luoghi non idonei.

Ognuno è libero di incurvarsi sui propri cellulari, ma perché mai dovrei incurvarmi io, sui miei sbadigli e lasciarmi travolgere dalla noia?

Eh, sì, siete mica così belli da guardare a testa in giù sapete?

Siete uguali alla maggioranza, perciò non vi trovo affatto originali, tanto quanto voi, d’altronde, preferendo uno smartphone, non trovate interessante me.

Quindi non vi offenderete se alle vostre teste da ghigliottina, con stampata nella nuca la vostra inattendibilità, preferisco piuttosto un buon libro o quattro passi in solitudine.

Non amo le soperchierie perciò di certo non vi rimprovero, ma nemmeno amo passare il tempo, parassitariamente, pigiando anch’io con dita nevrotiche su una bislacca scatoletta, anche se firmata.

Quando vi vedo così solipsistici la mia reazione è robinsoniana, e vado alla ricerca di un’isola tutta mia che tanto, un venerdì, un pappagallo e magari anche una Jane Porter che ha divorziato da Tarzan, e che ha traslocato da una giungla qualunque, la si trova.

P.S.: al seguente link un frammento della mia collezione di volti e sorrisi, tutte persone fermate e coinvolte per le strade dell’Asia, da me fotografati tra il 2017 e il 2019: https://www.facebook.com/natyanindiasia/photos/?ref=page_internal

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Autore natyan

natyan, presidente dell’Università Popolare Olistica di Monza denominata Studio Gayatri, un’associazione culturale no-profit operativa dal 1995. Appassionato di Filosofie Orientali, fin dal 1984, ha acquisito alla fonte, in India, in Thailandia e in Myanmar, con più di trenta viaggi, le sue conoscenze relative ai percorsi interiori teorici e pratici. Consulente Filosofico e Insegnante delle più svariate discipline meditative d’oriente, con adattamento alla cultura comunicativa occidentale.