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Giordano Bruno. Mago ermetico e Rosacroce?

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Giordano Bruno e William Skakespeare


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La televisione, può svolgere un compito importante nell’evoluzione delle persone, e spesso lo fa, offrendo validi spunti di riflessione. La serie TV ‘Il nome della rosa’, tratta dall’omonimo romanzo di Umberto Eco ha destato l’attenzione per la profonda presenza di Guglielmo da Baskerville, francescano inglese e seguace di Ruggero Bacone.

Quel Ruggero che, oltre ad aver, forse, ispirato il personaggio di Guglielmo potrebbe essere ricordato come depositario di vaste conoscenze ed esecutore del pensiero e della cultura rosacrociana. Non a caso, con il suo ‘De optica’, spiegò come costruire quel cannocchiale che fu poi realizzato dopo 400 anni.

Ruggero ci lasciò ampi spazi di riflessione con la frase:

È necessario che il corpo divenga spirito e che lo spirito divenga corpo.

Riflessione che porta a pensare che se ciò accadesse si riuscirebbe a decontaminare l’indole umana dalle impurità e, al tempo stesso, prolungare la vita.

Facendo le debite differenziazioni e considerazioni, tenendo conto del differente periodo storico, Fra Guglielmo ricorda Michele Serveto, martire della libertà di pensiero, arso vivo da Giovanni Calvino circa 50 anni prima di Giordano Bruno. Entrambi subirono, in momenti differiti, il martirio per la libertà di pensiero e il rogo; infatti, Giordano fu bruciato vivo in Campo de’ Fiori a Roma, 17 febbraio del 1600, con l’accusa di eresia. Serveto fu arso perché asseriva che la natura di Dio non fosse divisibile e la Trinità fosse solo un aspetto dello stesso essere supremo. Questo pensiero richiama alla mente l’idea di Giordano Bruno in merito all’Entità, all’Unità e non alla Trinità, intesa come persone fisiche.

Per cercare di capire se Giordano Bruno sia stato membro dei Rosacroce e se abbia influito o meno sulla loro filosofia, è necessario analizzare un po’ di aspetti. Mediante la sua visione scientifica del mondo, Giordano riciclò la tradizione iniziatica egizia, riorganizzò la confraternita, o gruppo di suoi seguaci, deputata a proseguirne il pensiero. Fecero parte di essa e furono denominati Giordaniti, persone in possesso di una vasta cultura e conoscenza. Tra questi troviamo Simon Studion, Michael Maier e Jacob Andreae, nonno di Johann Valentine Andreae. A quest’ultimo si attribuì la realizzazione di un testo importante per i Rosacroce: ‘Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutz’, romanzo alchemico e stupendo percorso d’iniziazione spirituale.

Simon Studion, umanista, alchimista, professore di latino, storico e poeta, fu l’autore dell’opera intitolata ‘Naometria’, che pubblico verso la fine del XVI secolo. Mediante questa, divulgò gli scopi della confraternita, manifestò un certo spirito profetico e si occupò di matematica, scienza della natura e architettura sacra. In tale opera menzionò, altresì, la Militia Crocifera Evangelica e con essa apparve, per la prima volta, la simbologia della croce e della rosa.

Michael Maier, medico, alchimista, musicista tedesco, ritenuto un Rosacroce, frequentò la corte e divenne consigliere dell’Imperatore del Sacro Romano Impero, Rodolfo II d’Asburgo, che era cultore della magia, del mistero, della tolleranza e della conoscenza, forse, previo interessamento di Giordano Bruno. Nel corso dei suoi viaggi in Inghilterra Michael conobbe il celebre filosofo rosacruciano Robert Fludd.

Inviò una cartolina natalizia a Giacomo I, re d’Inghilterra, auspicando in modo cifrato, tra le altre cose:

May the Rose not be gnawed by the canker of the North Wind.

La traduzione di questa frase potrebbe essere:

Possa la rosa non essere rosicchiata dal cancro del vento del nord.

Michael scrisse che chi avesse cercato di penetrare nel roseto dei Filosofi senza la chiave, sarebbe sembrato un uomo voglioso di camminare senza i piedi. Frase che fa pensare a una sorta di chiave, appunto, di algoritmo ermetico, capace di decifrare il messaggio tramandato. Sostenne, inoltre, che i Rosacroce sarebbero i successori dei collegi dei bramini indù, degli Egiziani, degli Eumolpidi di Eleusi, dei Misteri di Samotracia, dei magi di Persia, dei Gimnosofisti di Etiopia, dei Pitagorici e degli Arabi.

Quest’ultima asserzione, assieme alle comuni frequentazioni, alla voglia d’illuminare, nell’ombra, le impronte della natura, manifestata da Michael mediante l’emblema 42 dell’Atalanta Fugiens, alla condivisione della simbologia bruniana della Lampada vista come strumento della conoscenza, rappresenta un altro anello di collegamento con il pensiero di Giordano Bruno.

In ambito letterario inglese, nel corso degli anni, si è discusso dell’eventualità che i testi di Giordano Bruno abbiano potuto incidere sia sulla formazione di William Shakespeare, sia sulle sue opere. Gli studiosi riflettevano su questo per ragioni filosofico – letterarie, per la permanenza in Inghilterra del nolano e perché diversi amici e membri della cerchia che seguiva il drammaturgo e poeta inglese erano riconducibili all’’intellettuale campano oppure al mondo rosacruciano.

Per contribuire ad avvalorare l’ipotesi dei riflessi bruniani scorgibili nei lavori di Shakespeare, ma anche di Christopher Marlowe, sembra corretto citare come non sia affatto casuale che Thomas Vautrollier, francese ugonotto comproprietario di una stamperia pubblicasse alcuni lavori di Bruno in Inghilterra e nel continente europeo, con nomi fittizi e informazioni editoriali immaginarie. A sua volta, il tirocinante Richard Field, alla morte del titolare continuò a lavorare con la vedova, Jacqueline Vautrollier, finendo poi con lo sposarla, e a stampare alcune opere del geniale drammaturgo inglese.

Oltre a quanto sopra, è affascinante percepire le tracce di conoscenza, di esoterismo nelle opere del Bardo e coglierne i palesi contenuti riconducibili ai vari Ermete Trismegisto, Paracelso, Cornelius Agrippa, Marsilio Ficino, Giordano Bruno e i Rosacroce.

Recentemente, alcuni studiosi hanno ipotizzato che, in realtà, l’autore delle opere del Cigno dell’Avon non fosse altri che John Florio, figlio di Michelangelo, un erudito siciliano esiliato a Londra per sfuggire all’Inquisizione messinese. John, sfruttando la vastissima cultura paterna, fu accolto e protetto dal conte di Southampton insieme al giovane Will di Stratford, attore sprovvisto di un’ampia formazione classica. Per anni i due abitarono assieme presso il suo maniero e questo potrebbe dimostrare che il vero autore degli arcinoti capolavori possa veramente essere John Florio.

Per ciò che attiene, invece, il collegamento esistente tra Giordano Bruno e i Rosacroce, desta interesse un manoscritto, proveniente dalla biblioteca del convento di San Domenico Maggiore di Napoli a firma di Andreas Segura, del 1678, attinente i Capitoli dei fratelli dell’Aureo Fiorire, ossia gli Statuti segreti della Rosa Croce d’oro, scritti per un gruppo composto di dodici persone che si riconoscevano tra loro mediante parole di rito, che usavano un linguaggio rituale e che si riunivano o compivano viaggi con compiti esoterici sconosciuti ai più. L’interesse nei confronti del documento è amplificato dal fatto che lo stesso fa riferimento ad altri statuti del 1543, custoditi nel medesimo convento e poi smarriti o sottratti.

Ove mai tre indizi facciano una prova, potremmo dire che le frequentazioni inglesi di Giordano Bruno, i contenuti di alcune opere di Shakespeare, il documento sopra citato e la Tradizione Iniziatica Napoletana, sostengono la teoria che un embrione dei Rosacroce abbia visto i natali nella città partenopea. Qualora questo dovesse corrispondere a verità, proverebbe che Giordano Bruno, unitamente ai suoi Giordaniti, sia un importante anello di congiunzione tra l’ambiente esoterico napoletano e il pensiero cristiano riformato dei Rosacroce.

Giordano Bruno, con il suo pensiero magico – filosofico, cercava di spiegare i misteri dell’Universo. La magia, che reputava giusta ed importante, sarebbe profonda conoscenza della natura attraverso la quale si giungerebbe alla conoscenza di se stessi e, quindi, di colui che ci creò a sua immagine e somiglianza; dunque, una disciplina che riunirebbe l’uomo al Cosmo, in altre parole a Dio. Magia in grado di operare su più livelli partendo dalle realtà sensibili, dalle immagini fantastiche fino alle conoscenze universali che sarebbero causa e principio di tutte le cose particolari. Per il nolano i maghi erano, appunto, sapienti e scienziati in possesso di specifiche percezioni del Cosmo.

Egli riteneva che

L’Uno si manifesterebbe nel tutto e il tutto si risolverebbe nell’Uno.

Pensava che il mondo fosse una contrapposizione di opposti e che debba ricongiungersi all’unità per ricondurre il molteplice all’uno, per approssimarsi all’Unità a Dio mediante le tecniche della memoria, i sigilli, i simboli… L’arte della memoria di Bruno sarebbe, similmente alla reminiscenza platonica, l’aiuto affinché si possa ricordare che in noi c’è un elemento divino.

Per il nolano tutti gli esseri viventi, anche se fenomeni diversi, sarebbero composti dell’unica sostanza universale. Si prodigava per unire i concetti dell’infinito con le considerazioni rinascimentali, con l’emanatismo neoplatonico, dove tutti gli esseri dell’universo proverrebbero dall’Uno divino. S’impegnava per riunire, altresì, le sue idee d’infinito con la concezione o dottrina filosofica orientale che proclamava la nascita del mondo vivente e di tutte le cose dall’Uno, dal quel principio da cui tutto sarebbe scaturito.

Il filosofo campano schematizzò l’Universo in Divino, Fisico e Razionale. Dove per Divino intese l’archetipo, metafisico, il mondo delle idee; per Fisico quello naturale che lascerebbe l’impronta delle idee, mentre per Razionale, umbratile, quello che l’individuo percepirebbe, oppure osserverebbe.

In buona sostanza, la verità sarebbe conosciuta solo a Dio che è soprannaturale, la forma rappresenterebbe il modo in cui le idee materialmente si paleserebbero e l’ombra costituirebbe la personale espressione delle forme e delle idee.

In chiave esoterica è, inoltre, interessante considerare che Giordano Bruno mirasse sia al sapere intellettuale ma anche a quello che conduce alla purificazione mentale necessaria per ritornare all’unità, cosi come prevedrebbero i culti egizi e pitagorici. Come questi ultimi, infatti, Giordano parlava di punto e di cerchio, li intendeva come unica matrice, perché dall’uno si giungerebbe al tutto e dal tutto all’uno, quindi, mediante lo studio, avverrebbe una sorta di Ascenso e Descenso della mente che si articolerebbe in una successione ritmica da lui definita vicissitudine.

È forse importante riflettere sui luoghi in cui realizzò lo studio teso al sapere e alla conoscenza. Forse il convento napoletano, ma probabilmente anche le accademie filosofico – scientifiche napoletane che concretavano l’alchimia e la magia, intesa come sapienza, cioè, ottenimento della massima conoscenza, attraverso un percorso interiore. Qualora questo corrispondesse a verità, le accademie napoletane potrebbero aver implementato le sue ampie conoscenze alchemiche, oltre che influire sulla sua cultura ermetica, classica, greca e umanistica.

Per Filippo Bruno, poi divenuto Giordano, tutto ebbe inizio a San Domenico Maggiore, nel convento divenuto, nel tempo, pantheon degli aragonesi che, pensando di preservare il corpo per consentirgli di accogliere di nuovo lo spirito, si facevano imbalsamare alla stessa stregua dei faraoni. Quest’usanza potrebbe sembrare bizzarra, ma non dovrebbe distogliere l’attenzione dal pensiero di chi ritiene che gli Egizi avrebbero fondato la prima vera religione, quella dalla quale sarebbero nate tutte le altre.

La chiesa, come altri luoghi partenopei, palesa l’antico transito e permanenza esoterica del popolo alessandrino. Il transito sarebbe confermato dagli stessi aragonesi che costellarono di simboli ermetici le opere, le mura, gli archi e i portali della chiesa.

Questo cenobio, ospitando la biblioteca più ricca del regno, potrebbe aver destato la curiosità di Giordano Bruno. Lì ebbe la possibilità di leggere testi di Aristotele, San Tommaso d’Aquino, Cornelius Agrippa, Niccolò Cusano, Erasmo da Rotterdam, Paracelso e di altri autori della tradizione magico – ermetica.

Il noviziato culturale, all’interno del convento, consentendo la lettura dei testi contenuti, potrebbe indurre a supportare l’idea che la dottrina egizia abbia influito sul pensiero di Giordano, quindi su quello rosacruciano, e, in seguito, su quello di coloro che, dopo di lui, concretarono la tradizione segreta napoletana.

Sempre allo scopo di percepire il legame tra Giordano Bruno, l’antica tradizione napoletana e di riflesso i Rosacroce, è interessante pensare che per gli antichi egizi la rosa fosse simbolo della conoscenza segreta. Inoltre, la Chiesa di San Domenico è gotica, ma, allo stesso tempo, angioina e aragonese, dinastie rappresentanti due anelli di un’unica catena tesa a continuare la tradizione segreta cittadina. Infatti, sia la Chiesa, sia molti luoghi napoletani palesano l’antico transito e permanenza in città delle antiche colonie nilesi, perché le opere, le mura, gli archi e i portali fatti realizzare dagli aragonesi riportano simboli esoterici, ermetici, di stampo egizio.

Al mondo rosacruciano furono collegati o ritenuti parte attiva, famosi personaggi come Leonardo da Vinci, Paracelso, Nostradamus, Michele Serveto, Galileo Galilei, Isaac Newton, Johann Sebastian Bach, Johann Wolfgang von Goethe, Ludwig van Beethoven, Victor Hugo, Wolfgang Amadeus Mozart e lo stesso Giordano Bruno che fa ancora riflettere per la frase rivolta ai giudici:

Tremate più voi nel pronunciare la sentenza che io nell’ascoltarla.

Per chi osserva dall’esterno la filosofia rosacruciana, è difficile caratterizzarla, ma potrebbe non essere errato affermare che chi fa parte di questo mondo, implementerebbe la presenza divina nel proprio cuore, materializzerebbe il Sé e attuerebbe il processo trasformativo mediante un percorso iniziatico capace di debellare l’ego a favore dello sviluppo dell’anima. La teoria del macrocosmo e microcosmo, dove il primo rappresenterebbe l’Universo, ossia la residenza della divinità, in altre parole il principio generatore di tutte le cose, mentre il secondo sarebbe inteso come l’uomo che replicherebbe in miniatura l’Universo, oltre ad essere comune alla tradizione ermetica e, in particolare, alla tavola smeraldina e, allo stesso tempo, condivisa da Paracelso, permette di percepire la sintonia tra la filosofia di Giordano Bruno e la dottrina dei Rosacroce.

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