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Donna al volante

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Le donne appartengono a tutti i luoghi in cui vengono prese le decisioni.  Non dovrebbero essere l’eccezione.
Ruth Bader Ginsburg 

La data delle prossime elezioni politiche si sta avvicinando. Forte, come di consueto, l’impatto che le compagini partitiche stanno provando ad avere sul nucleo degli elettori: partono a iosa promesse, si sferrano a vicenda accuse, si provano combine atte a salvaguardare ogni utile soglia che consenta il sedersi placidi nella ambita poltrona del nostro Parlamento.

Si legge di tutto, si propina ogni tipo di impossibile patto, a volte anche alieno alla realtà quotidiana ma pur sempre utile a riempire pagine di giornali, manifesti stradali e, soprattutto, i social che sono la vera spada di Damocle o manna. Dipende.

Eviteremo, ovviamente, di scendere nella corrida di nomi e simboli, ci mancherebbe. Ci preme più che altro parlare di una chimera molto italiana: la donna leader nella nostra politica.

Se è vero che le donne con ruoli di primo piano nel mondo sono ancora poche, è anche vero che lo sono sempre di più.

Pensiamo ad Ursula Von der Leyen, alla guida della Commissione UE, all’eterna e forse fuori classifica regina Elisabetta II, alle leader di alcuni Paesi del Nord Europa: in Finlandia Sanna Marin, che con i suoi 34 anni è la più giovane Premier al mondo, in Estonia Kaja Kallas ha prestato giuramento, diventando la prima donna a guidare un governo nella sua nazione, ma soprattutto affiancando un’altra figura femminile, Kersti Kaljulaid; e poi in Danimarca, in Norvegia… senza dimenticare Angela Merkel, che ha da poco finito un quindicennio, dal 2005 al 2021, alla guida della sua Germania come Cancelliere.

Non siamo in una bolla di normalità, se si può dire così, ma sono primi segnali per un mondo, quello della leadership politica, ancora refrattario alla donna che comanda.

In Italia, per anni e anche nell’ultimo sondaggio fatto dalle componenti politiche, si è augurato che salisse al Colle una figura femminile: scavando nel passato, viene subito fuori il nome di Nilde Iotti. Raggiunse 256 voti: troppo pochi per andare davvero al Quirinale, ma tanto utili da far credere che, prima o poi, il sogno di una donna al comando si sarebbe avverato.

Nel tempo ci sono state le candidature della Anselmi, della Bonino e così via. Solo rumors, solo chimere. Qualcuno ha sfiorato la poltrona da Primo Ministro: sempre nella consueta bagarre dettata dalla caduta dei governi degli ultimi anni, nel pieno delle salite dei “tecnici”, si estraeva il nome che poteva mettere d’accordo un poco tutti, provando un politicamente corretto insensato, perché non realistico e proiettato a valorizzare il vero contributo di una leadership al femminile ma utile a far parlare, ergo fuffa come si dice oggi.

È una storia, quindi, di vuoto e di invisibilità, quella della donna nella politica italiana. Una storia incompleta e priva di ogni orizzonte. Una storia in cui metà della popolazione è stata ed è costantemente sottorappresentata nelle istituzioni e nei luoghi dove si prendono le decisioni che riguardano le vite di tutte e di tutti.

I numeri sono chiari: in 76 anni di storia della Repubblica, dal governo De Gasperi, il primo della Repubblica, al Conte, su 4.864 Presidenti, Ministri e Sottosegretari che hanno giurato al Colle appena 319 sono state donne. Il 6,56% del totale.

Eppure, nell’indice sull’uguaglianza di genere 2021 elaborato dall’EIGE, l’Istituto europeo per l’uguaglianza di genere, agenzia autonoma dell’Unione europea, l’Italia ha ottenuto un punteggio di 63,8 su 100, +0,3 rispetto al 2020.

Tale risultato è inferiore alla media dell’UE di 4,2 punti, ma l’Italia è tra i Paesi che nell’ultimo ventennio hanno fatto registrare i maggiori progressi tra tutti gli Stati membri dell’UE, migliorando di 12 posizioni la sua graduatoria dal 2005 e di 7 posizioni dal 2010, raggiungendo il quattordicesimo posto tra i 27 Stati membri. Tuttavia, dal 2018 non si riscontrano progressi di rilievo, +0,3 punti.

Altri numeri: nonostante più di 50 anni di politiche per l’uguaglianza di genere a livello europeo, il rapporto mostra come le disparità di genere risultino ancora rilevanti nell’Unione europea e come i miglioramenti siano raggiunti lentamente.

Nel periodo tra il 2005 e il 2020, l’indice sull’uguaglianza di genere dell’UE è migliorato di 5,9 punti, mentre è cresciuto di soli 0,5 punti dal 2017 e di 4,1 punti dal 2010.

Il problema, se lo si ritiene tale, è atavico: eccetto rare e circostanziate eccezioni, le società presenti e passate sono state certamente e volutamente maschiliste e lo sono ancora, leggendo i numeri di cui sopra.

Si è sempre ritenuto che per una donna sia difficile emergere perché automaticamente, oserei dire, viene considerata più fragile, e per questo meno capace e accreditata soprattutto per quei ruoli che richiedano l’esercizio del potere. Inoltre, le donne fin dall’infanzia vengono allevate con l’idea che non devono adottare certi comportamenti o superare certi limiti. Una sorta di legge convenzionale che primitivamente si portano le società nel loro corpus evoluzionistico.

È, ahimè, ancora evidente, infatti, che se in un uomo l’originalità, l’intuizione, la voglia di mettersi in gioco e rischiare vengono lodate e incoraggiate, nel gentil sesso questi atteggiamenti vengono invece frustrati e connotati negativamente.

E non ci stiamo riferendo solo a certe classi sociali ancora fuori dalla sfera dell’emancipazione e tuttora fortemente vincolate ad un livello ed una visione bieca e priva di speranza civile nella loro infertile quotidianità.

Ma allora la donna al potere, leader, che decide e indica la via fa paura veramente a questa società costruita su millenni di pregiudizi e di lezioni arcaiche e legate ad un retaggio socio – culturale zeppo di stereotipi e di sensazionalistiche frustrazioni oppure non riesce ad emergere per i limiti che si impone, in una sorta di autolesionismo che, da una parte è involontario, perché sempre legato a quel modello di vita abituale e, dall’altra, è voluto perché consente di ovattare le proprie banali convinzioni, e che persevera nell’oscuro obiettivo di dare ragione a chi arbitrariamente decide il destino di tutti?

È difficile dare una risposta lucida, si dovrebbe scavare nella storia dei tempi, nei costumi di ogni società e di ogni etnia, di ogni cultura e di ogni civiltà che si è succeduta nel corso della nostra vita su questa pianeta.

Siamo quello che siamo perché così abbiamo voluto, abbiamo ereditato ed accettato, coltivato e fomentato, costruito e consolidato.

Oggi più che mai, il ruolo della donna nella politica è evidentemente in un punto di svolta ma è anche tenuto sotto una governance maschilista che comprime ogni più ampia ambizione.

La domanda, ripeto, è perché c’è chi forzatamente pretende e opprime questo modello che privilegia solo l’uomo, o la donna recita ancora con un certo spirito “romantico” il suo ruolo comprimario con forte accezioni alla figura rassicurante della mamma o trasgressiva della diavolessa che lacera l’anima?

Si sta sempre più parlando di una futura donna come Presidente della Repubblica, e forse, anche prima del Consiglio e quando sta per arrivare questa novella, ecco che chi ha sempre forzato e spinto affinché si avverasse, si mostra cauto e fa, peggio, un passo indietro: per il gioco meschino della politica, per una questione di interesse, ma comunque si rimangia la parola.

La Destra non accetta che una donna di Sinistra potrà mai avere una posizione di rilievo fondamentale per la storia del nostro Paese e peggio fa la Sinistra quando, nonostante certe campagne mirate ad emancipare il ruolo della donna, una figura femminile si sta affermando per un ruolo di governance.

Tutti vanno in girotondo quando si deve far affrancare la donna da certe considerazioni e da certe missioni irrilevanti, poi, però, una frangia di questo girotondo anticipa la caduta a terra quando a salire su quella poltrona non è la una persona che appartiene alla sua schiera partitica.

Ecco, che la donna subisce e non fa fronte comune. Arranca e meschinamente rientra nei ranghi, in attesa del sol dell’avvenire, scivola nel limbo da contrappasso della cancel culture all’incontrario.

La battaglia sulla parità dei sessi è forse una pirlata ma, a guardarci dentro, nasconde il solito vizio italico del “chiagni e fotti” che vilipende il nostro intelletto e, soprattutto, prende per i fondelli tutti nascondendo senza pudore l’incapacità di fare qualcosa per il bene comune. Alla fine, non siamo pronti a cambiare quel proverbio. La donna al volante, per molti, è ancora un pericolo costante.

Se vuoi che qualcosa venga detto, chiedi a un uomo; se vuoi che qualcosa venga fatto, chiedi a una donna.
Margaret Thatcher 

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Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974.