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Digital Off Life = Digital Divide Culturale

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Connessioni digitali


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Oggi, 3 aprile, l’inserto del Corriere della Sera intitolato ‘On Life Digital’ dedica molte delle sue pagine alle riflessioni sul Divario Digitale che impera nella nostra società globalizzata.

Sulle pagine del Corriere Innovazione si alternano le riflessioni di esperti, studiosi e ricercatori magistralmente introdotte dalla sintesi editoriale a firma del suo Direttore Massimo Sideri.

Leggendo queste pagine, tuttavia, non posso trattenermi, sebbene a malincuore, dal sorridere. Perché?

La pandemia Coronavirus ha definitivamente portato alla ribalta, non solo nazionale, un problema che da ben 25 anni stiamo trattando con un gruppo di lavoro formato da liberi ricercatori, accademici, esperti tecnici ed imprenditori, finanche illuminati (pochi) politici nel campo della Cultura Digitale.

Nel 1995 avemmo infatti la (s)ventura di avviare sotto la direzione della cattedra di Sociologia della Letteratura di un’università napoletana un programma di ricerca dall’ambizioso titolo ‘Umanesimo & Tecnologia’.

In estrema sintesi, il programma aveva l’obiettivo di ‘provocare culturalmente per scopi sociali’ l’Accademia, la Politica e le Istituzioni, volendo dimostrare e promuovere l’idea che la diffusione della Cultura Digitale e la Formazione Permanente sarebbero stati efficaci driver di innovazione sociale e di sviluppo economico per il Sistema Italia.

In quegli anni, negli USA ed in alcune altre lungimiranti nazioni, come la Corea del Sud, il Giappone, e alcuni Paesi dell’Europa settentrionale, iniziava già a farsi strada il prodromo di quella ‘società permanentemente interconnessa’ che oggi va sotto il nome di Società (globale) dell’Informazione.

Esperti, studiosi ed imprenditori, in questi Stati, riconoscevano la trasformazione e la cultura digitale come una delle cause dei profondi cambiamenti e sconvolgimenti, socio-economici e culturali, che si andavano configurando nel mondo post-moderno del nuovo secolo.

Le università e le istituzioni di questi Paesi iniziarono immediatamente ad organizzarsi per facilitare la cosiddetta gestione del cambiamento sfruttando i principi del knowledge management.

Perché una sventurata avventura?
Sebbene l’Italia sia stata la quarta nazione in Europa a connettersi ad internet nel 1986, tuttavia, nei primi anni ’90, ancora in pochi sapevano cosa fosse mai Internet. Ancora meno erano coloro che conoscevano il significato di “world wide web”, una importante minoranza già usava l’email: era ancora il fax lo strumento ritenuto innovativo ed il cellulare era ancora considerato un ‘must’ per pochi eletti.

Sempre alla metà degli anni ’90, voler introdurre in molti ambienti politico decisionali ed accademici nuovi concetti e progetti correlati alla cultura digitale, così come promuovere l’impellente necessità di adottare adeguate politiche culturali e nuovi paradigmi formativi per facilitare il mantenimento della competitività del Sistema Italia, significava essere percepito come una ‘cassandra’ che tentava di trattare argomenti che sarebbero stati utili solo quali spunto di riflessione per creativi scrittori di genere ‘futurologia catastrofica’ o di ispirazione orwelliana.

Il ritardo non si osservava solo nella scarsa diffusione familiare dei PC domestici, ma, soprattutto, nella sfera del mondo imprenditoriale; ad esempio, il desktop publishing, per non parlare del CAD, erano ancora ritenuti da gran parte dei professionisti della stampa, o del design industriale, come una sorta di inutile divertissement. Ancora più grave, ci rendevamo conto che anche l’Accademia, in particolare nelle discipline umanistiche, era indietro, salvo qualche lungimirante dipartimento.

Ecco la frustrazione, ci siamo scontrati a tutti i livelli per dare il nostro piccolo contributo così come altri gruppi sparsi nel Paese. Abbiamo elaborato tra i primi in Italia, i documenti lo testimoniano, e forse tra i primi pochi in Europa, significativi progetti per contrastare il Digital Divide Culturale, intuendo le concause di ciò che oggi stava per bloccare lo sviluppo della Nazione, ma, probabilmente, gli interessi personali nel voler mantenere rendite di posizione di quegli ‘Immigrati digitali’ che avevano la responsabilità di avviare i processi di innovazione del Sistema Italia erano più forti della necessità di modernizzare il Paese. Ora ne paghiamo le conseguenze.

Sono trascorsi oltre venti anni da quando abbiamo iniziato la nostra ‘battaglia culturale’ con Umanesimo & Tecnologia. Oggi il dibattito pubblico politico istituzionale è tutto orientato sulla parola ‘Smart’ a voler definire l’uso del digitale per facilitare l’impiego intelligente dell’informatica nelle nostre relazioni sociali, di formazione e lavoro.

Le tecnologie Smart ci sono, in abbondanza, tuttavia dove sono tutte le donne e gli uomini necessariamente capaci di usarle per ridare slancio alla creativa competitività italiana? Il Digital Divide Culturale è ancora troppo diffuso.

Digital divide - ph Mondadori Education

La Cultura digitale e il Digital Divide Culturale

Antropologicamente, per Cultura si intende quell’insieme di conoscenze e di pratiche acquisite dall’Uomo, che vengono trasmesse di generazione in generazione, dunque un complesso di modelli per sviluppare idee, simboli, azioni, disposizioni e procedure sia intellettuali che pratiche.
La Sociologia della Cultura tratta la Cultura per come questa si manifesta nella Società.

La Cultura, in campo sociologico, può essere definita come i modi di pensare, di agire e gli oggetti materiali che, insieme, formano lo stile di vita di un popolo. Può essere di due tipi, immateriale e materiale.

La prima si riferisce alle idee non fisiche che gli individui hanno sulla loro cultura, inclusi valori, sistemi di credenze, regole, norme, morale, lingua, organizzazioni e istituzioni, dunque, i principi di organizzazione sociale, comprese le pratiche di organizzazione politica e istituzioni sociali.

La seconda copre le espressioni fisiche della cultura, come la tecnologia, l’architettura, l’arte.

La Cultura Digitale si riferisce al modo in cui lo sviluppo della Cultura Individuale e Sociale viene modellata dall’introduzione e dall’uso delle Tecnologie Digitali.

La Cultura Digitale ha iniziato ad assumere la sua significativa funzione d’influenza diffusa nel mondo con l’emergere di Internet come forma di comunicazione di massa e con l’uso massivo di personal computer ed altri dispositivi come gli smartphone. Queste tecnologie sono oggi così onnipresenti in tutto il mondo che lo studio di questo ambito comprende, potenzialmente, tutti gli aspetti della vita quotidiana e non si limita a Internet o alle moderne tecnologie di comunicazione.

La Cultura modellata dalla digitalizzazione differisce da ciò che è avvenuto in passato, ad esempio con la quelle della Stampa o della Trasmissione.
Le Tecnologie digitali, infatti, modellano forme di Cultura più interconnesse e collaborative. L’emergere è solitamente associato a una serie di pratiche basate sull’uso sempre più intensivo delle tecnologie di comunicazione.

Queste pratiche implicano più comportamenti partecipativi sul lato utente, in ambienti sempre più ricchi di risorse visive e caratteristiche di connessione che eccellono nelle dimensioni personali. Si distingue, innanzitutto, per i cambiamenti causati dall’emergere di media digitali, e dal passaggio da fasi di comunicazione centrate su stampa e mezzi di trasmissione a supporti più personalizzati e in rete, che utilizzano le capacità di compressione e di elaborazione digitale.

Le caratteristiche specifiche possono essere spiegate con i tipi di processi tecnici coinvolti, i tipi di forma culturale emergenti e il tipo di esperienze implicati. Le tecnologie digitali influenzano anche i collegamenti tra oggetti, spazio e tempo, rivelando nuovi tipi di esperienze che spesso sono ancora incomprensibili per la stragrande maggioranza della popolazione mondiale nata nella seconda metà del secolo scorso, per tutto ciò che riguarda i loro processi tecnici.

Il gap culturale che affligge gran parte di coloro che compongono questo importante Universo di Cittadini Immigrati digitali è dovuto ad inadeguata, spesso assente, Alfabetizzazione digitale.  Il che significa che le loro competenze specifiche sono limitate o peggio assenti. Che inevitabilmente si traduce in Analfabetismo funzionale che tormenta larghe fasce della popolazione. Questo fenomeno prende il nome di Divario Digitale Culturale, in inglese Digital Divide Culturale, che in Italia è ancora significativamente presente in larghissime fasce di popolazione, inibendo il vivere consapevole per il benessere personale, lavorativo e sociale nella Società 4.0 e la futura 5.0.

L’alfabetizzazione digitale e l’accesso digitale sono fattori critici sempre più importanti di differenziazione della concorrenza tra le persone, cioè tra coloro che sanno usare e non sanno usare le tecnologie per socializzare; tra coloro che capiscono e non capiscono i processi digitali per produrre o lavorare; tra coloro che possono acquisire e coloro che non possono (auto)acquisire nuove conoscenze ed informazioni sfruttando i nuovi media e le tecnologie I.C.T. durante la loro vita professionale, quindi non potendo accedere alle nuove forme del cosiddetto long-life learning, tra coloro che possono partecipare e coloro che non possono partecipare alle nuove forme di cittadinanza digitale (e-democracy), e via dicendo.

L’alfabetizzazione digitale richiede determinati set di competenze di natura interdisciplinare. Allo scopo di raggiungere un livello sufficiente di abilità personali e skill lavorative per perseguire la piena ‘e-Cittadinanza’ nella Società 4.0. Per vivere con pari dignità in questo nuovo modello è anche necessario essere in grado di esercitare flessibilità e adattabilità, essere dotati di auto-iniziativa e capacità di auto-direzione, sviluppare nuove abilità sociali e interculturali come ad esempio avere una indispensabile conoscenza di base della lingua inglese che nel web e nell’informatica è diventata la lingua globale.

Gli studiosi Aviram ed Eshet-Alkalai sostengono cinque tipi di alfabetizzazione racchiusi nel termine generale di alfabetizzazione digitale.

  • Alfabetizzazione visiva: la capacità di leggere e dedurre le informazioni dalle immagini;
  • Alfabetizzazione della riproduzione: la capacità di utilizzare la tecnologia digitale per creare un nuovo output combinando insieme output già esistenti per renderli propri;
  • Alfabetizzazione ramificata: la capacità di navigare con successo nella non linearità dello spazio digitale;
  • Alfabetizzazione dell’informazione: la capacità di cercare, localizzare, valutare e valutare criticamente le informazioni trovate sul web e disponibili nelle biblioteche;
  • Alfabetizzazione socio-emotiva: che riguarda gli aspetti sociali ed emotivi dell’essere presenti online, sia che si tratti di socializzare, di collaborare o semplicemente di consumare o contenuti.

Con il proliferare del cosiddetto ‘crimine digitale o cybercrime’, un’altra abilità che sta assumendo sempre più importanza è la capacità di preservare la propria sicurezza personale digitale.

In risposta alle evidenze sopracitate, non è difficile intuire che la definizione e l’attuazione di efficaci politiche culturali utili a sviluppare azioni di contrasto al Digital Divide Culturale assumono giorno dopo giorno sempre più importanza strategica.

cultura digitale

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Vittorio Alberto Dublino

Autore Vittorio Alberto Dublino

Vittorio Alberto Dublino, educatore socio-pedagogico lavora nel Marketing e nel Cinema come produttore effetti visivi digitali. Con il programma Umanesimo & Tecnologia inizia a fare ricerca sui fenomeni connessi alla Cultura digitale applicata all’Entertainment e sugli effetti del Digital Divide Culturale negli Immigrati Digitali. Con Rebel Alliance Empowering viene candidato più volte ai David di Donatello vincendo nel 2011 il premio per i Migliori Effetti Visivi Digitali. Introducendo il concetto di "Mediatore della Cultura Digitale" è stato incaricato docente in master-post laurea.