Home Rubriche Lo sguardo altrove That’s America!

That’s America!

884
New York - Statue of Liberty


Download PDF

Gli Stati Uniti fanno sempre la cosa giusta, dopo che hanno esaurito tutte le alternative.
Winston Churchill

Cosa succederà ora agli Stati Uniti d’America è un punto interrogativo che tiene sospeso l’intero mondo. Il dubbio che avvolge la comunità politica ed economica del globo non è tanto su come si muoverà la gestione di Joe Biden, 46° capo di Stato, il cui insediamento sarebbe previsto per il 20 gennaio 2021, salvo colpi di scena.

È il futuro di quello che è stato ed è ancora per poco più di un mese il suo predecessore: parliamo di Donald Trump. Un mistero che potrebbe rivelarsi il più grande bluff della storia di questo Paese o, e sarebbe assurdo e funesto allo stesso tempo, il più clamoroso dei finali imprevisti e imprevedibili. Neanche la penna di un grande romanziere come Don DeLillo sarebbe mai riuscito ad inventarsi una storia simile.

Un epilogo zuppo di paranoia ed isterismo, dove la rabbia, dietro le quinte e davanti alle telecamere, tiene Washington con il fiato sospeso. Ma gli interrogativi più pesanti, attorno a Trump, potrebbero riguardare il dopo.

Il risultato elettorale lo ha visto uscire sconfitto contro lo sfidante anche se lui, per il momento, non ha concesso la vittoria, anzi, insiste nel denunciare presunti brogli per rovesciare l’esito e squarciare Paese e istituzioni.

Va detto che gli investitori non sono allarmati da un probabile ed eventuale contenzioso elettorale che potrebbe prolungarsi fino all’8 dicembre. Stanno puntando su una presidenza democratica ma, allo stesso tempo, su un Congresso spaccato. Una via di mezzo tra onda blu e onda rossa che potrebbe accontentare tutti.

Spiazzare e lentamente corrodere un filo di equilibro che domina le dinamiche sociali, economiche e, quindi, politiche di un Paese che, alla fine, non è mai stata una grande Nazione. Un popolo importato e selettivo, visto spesso come un impero senza scrupoli. Odiato ed amato, venerato per presa di posizione, attaccato per paura.

Sappiamo che le Americhe sono state per secoli la valvola di scarico di tutti i movimenti radicali, innovativi o integralisti in Europa, di tutti coloro, cioè, che non potevano o non volevano integrarsi con la società europea.

Tutti si sono trovati in un Paese grande, pieno di risorse, dove c’era terra per tutti. Terra che ovviamente era occupata già ad altri, ovvero dai nativi americani. La storia degli Stati Uniti è quindi stata fin dall’inizio una storia di conquista in un combattimento senza sosta nel quale ognuno doveva imparare a cavarsela da solo ma, nello stesso tempo, anche una storia di solidarietà e coraggio.

Come un peccato originale, una contraddizione infinita dove i giochi di potere si sono succeduti nel tempo come un paradigma sempre eterno, un passepartout utile a scardinare ogni abitudine, dove la paura serve come calmante e il denaro come collante.

L’ombra americana si è estesa su ogni Paese, determinando fenomeni e meccanismi spesso rivelatosi insalubri e mistificatori. Eppure, per l’immaginario collettivo è stata da sempre il Paese amico a cui affidare il proprio testamento. Elevatosi al ruolo di difensore degli oppressi, imbolsito nella sua tutina da super-eroe, oggi l’America si mostra nuda e stanca. Con le gambe aperte e le rughe che solcano la sua Miss Liberty.

Ci sono state almeno tre generazioni cresciute nel suo mito, convinte che fossero l’ancora di salvezza e la certezza delle future generazioni. Poi l’omologazione generata dalla globalizzazione l’ha colpita gravemente al cuore. Corrompendo gli occhi di giovani diventati adulti che si sono svegliati dal torpore ideologico; così hanno scoperto che la grande bellezza americana poteva essere anche un orrore da temere.

Alla fine, oggi gli USA sono il miraggio di un sogno sfinito, il rutto di un’epoca dimessa, il rancido furore di una guerra fredda che non gela più nessuno. Poteva essere tutto, poteva essere niente, oggi l’America è un nano che si atteggia a gigante. Peccato, poteva essere l’origine di una nuova era, potevamo scoprirci tutti americani ma così non è stato e non accadrà più probabilmente.

Il sogno infranto di una democrazia che ha finto di essere la più bella del reame, che si è punita da sola con il Vietnam, che ha ucciso i migliori figli e ha costruito finti modelli di liberalità appassita, l’ha resa sfregiata e sottomessa al suo stesso sterile dominio. Peccato, ancora una volta.

L’America era la casa di tutti, oggi chi busserebbe alla sua porta per chiedere un acino di sale? È un Paese alieno che si scopre razzista e puritano, bigotto e fondamentalista; ma anche paladino dei deboli, giusto e con la forza di rovesciare ogni improprio addebito, pronto a crederci ancora in quel sogno tra il western e Hollywood.

È stato meraviglioso scoprire l’America, ma sarebbe stato ancor più meraviglioso ignorarla.
Mark Twain 

Contraddittorio e selettivo, come ho già scritto. Diviso tra lo spirito di sacrificio e la mancanza di scrupolo.

Una mistura che è la radice cubica dell’America, dove l’attitudine al rischio passa anche attraverso la capacità di adattamento. Uno Stato in cui la vittoria è sopraffazione, la sconfitta emarginazione. Spartana oltre misura.

Ma tutti possono vincere e tutti possono concorrere alla vittoria finale.
Una guerra di potere che è negli slogan competitivi nazionali da sempre.
In pratica, una delle sue più ampie contraddizioni sta che tutti, dall’emarginato al discriminato, può arrivare al vertice ma facendo leva sulle sue capacità, affrontando battaglie civili e razziali, sessuali e religiose.

La strada è in salita ma non è impedita. Un modo come un altro per continuare ad amarla o per fomentare ancora il suo odio, ignorando soprattutto l’impossibilità di capirla e decifrarla veramente. Alla fine, il risultato elettorale resta con una forte incognita sul futuro del Paese.
Si rischia un ostruzionismo implacabile, che ridurrebbe molto i margini di manovra del futuro presidente.

Trump conserva una formidabile capacità di pressione sui suoi, perché gli eletti repubblicani sanno che ha conservato la sua popolarità nella base.
Il populismo trumpiano è una reazione spezzata, non lineare, a volte acerba, ma dura e determinata nel cercare risposta ad esigenze reali: un rigetto della globalizzazione e, soprattutto, della scellerata redistribuzione delle risorse a livello planetario, nonché un prodotto della crisi del ceto medio, sul quale si muove e si regge la democrazia.

Ciò comporta una estremizzazione delle posizioni politiche e alla comparsa di vari populismi di destra o di sinistra che fanno del massimalismo la loro ragione d’essere. Che ci trovassimo di fronte ad un’America polarizzata, infatti, era chiaro. Con le grandi città cosmopolite e abbienti che votano Dem e le aree rurali o dove sorgevano le vecchie fabbriche fordiste che votano Trump.

Tenendo conto che la pandemia accentuerà le disuguaglianze economiche, i populisti potranno ancora rastrellare molti voti. A meno che le forze democratiche non ripongano con fermezza al centro questioni come l’uguaglianza.

Occorre non credere che la vittoria di Biden, un moderato, corrisponda con quella del centrismo. Trump ha perso (?) perché il Covid lo ha azzoppato.

Sicuramente, un personaggio così sopra le righe, che segue la logica del ‘solo contro tutti’, poteva incoraggiare un fronte unico dei suoi avversari, come del resto è accaduto, che lo hanno sconfitto.

Ma Trump non è morto e non bisogna dare per scontato assolutamente che non abbia la capacità di risollevarsi. Ha ottenuto risultati, è stato un leader, ha giocato come fa il gatto con il topo con certi Stati, ha compromesso e corrotto l’indirizzo lobbistico del Paese, ha inflazionato i social con le sue tendenze, ha azzittito personaggi di spessore con la superbia e personaggi minori con l’indifferenza. E comunque è stato eletto, e comunque è stato scelto, e comunque ha vinto la democrazia che lo ha voluto al potere.

Mi disarmano questi americani, molti di cui radical chic, che esultano per strada come se si fossero liberati da una tirannia. Eppure, quattro anni fa erano la minoranza piagnona, oggi sono la maggioranza, forse, che gode ma che irrispettosa vacilla di fronte i principi democratici di cui sono parte integrante e di cui si credono unici sani portatori.

Facciano attenzione, anche il loro gigante è nato nano. Facciano attenzione perché fuori Trump ci resta il trumpismo che si è formato nel cuore dell’America dura a morire. Più dello spirito texano di Bush, più della melassa clintoniana, più del sopravalutato spirito di Obama.

Ora tutti salgono sul carro di Biden come se fosse una ventata di novità.
Il 77enne della Pennsylvania è già stato sfrattato dall’appeal della californiana Kamala Harris. Questo è il bello e il brutto di un popolo che oggi ha imparato a scegliere i propri leader come se stesse acquistando un vestito da un catalogo postale.

Perché non dimentichiamolo negli Stati Uniti, per i tre quarti della popolazione la crescita è bloccata, da trent’anni. Una democrazia dove la maggioranza della gente non ha speranza di benessere economico è una democrazia in crisi. Per questo Trump avrà pure perso ma resta il trumpismo.

That’s America!

Print Friendly, PDF & Email
Massimo Frenda

Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974.