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Saper invecchiare è il capolavoro della sapienza, e uno dei più difficili capitoli della grande arte di vivere.
Henri Amiel

È dei giorni scorsi la polemica non solo politica generata dalle affermazioni di un governatore di una Regione italiana che metteva in relazione le persone anziane con la situazione economica in atto, a sua volta critica per l’effetto della pandemia sugli ambienti di produzione nazionali.

Qualcuno in concreto li ha ritenuti

non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese.

In pochi minuti, il cinguettio ha fatto il giro della Rete, rimbalzando di profilo in profilo, arrivando anche su Facebook e nelle chat di WhatsApp.

Si è scatenata una controversia asprissima su frasi che così lette sembrano effettivamente agghiaccianti.

È triste a dirsi, ma è così: la saggezza dell’anziano non viene più presa in considerazione e molti vivono in una condizione di emarginazione; sono visti come soggetti non più produttivi, perché non più in grado di svolgere un lavoro utile alla società. Persone deboli che, richiedendo un’attenta assistenza, divengono, quindi, un peso di cui bisogna farsi carico.

Nell’immaginario collettivo invecchiare significa, il più delle volte, andare incontro ad una fase della vita connotata da eventi negativi, specie a causa di un’impostazione che pone al primo posto l’utilità immediata e la produttività dell’uomo.

Gli anziani vengono considerati un incomodo, un peso, una forza inattiva non più in grado di produrre qualcosa. Per questo motivo la cosiddetta terza età è spesso svalutata e gli anziani stessi sono indotti a domandarsi se la loro esistenza sia ancora utile a qualcosa. Ed è a questo punto che la società, si dimentica di loro.

Eppure, se facciamo una ricerca, non tanti anni fa, era il 2015 la convinzione era diversa. Gli over 65 si confermavano “privilegiati” per merito delle pensioni corpose e del reddito “certo” per non parlare della casa di proprietà. Veri e propri motori dell’economia familiare, aiutando figli e nipotini con le spese impreviste.

Oggi la musica è decisamente cambiata, o meglio, c’è qualcuno o una corrente di pensiero che li osteggia reputandoli un freno e un peso alla nostra economia. È giusto renderci conto che le conseguenze economiche del Coronavirus sono più pesanti anche rispetto alle peggiori previsioni.

Non è più un fenomeno come alle origini, non riguarda più un numero ristretto di Stati, tra i quali l’Italia, ma si sta sostanzialmente estendendo in tutti i Paesi ad elevato livello di sviluppo.

Tornando agli anziani, c’è tutto un filone, un’ideologia e un diffuso senso comune che ritiene che l’uomo debba essere messo al servizio dell’economia, invece che l’economia al servizio dell’uomo.

Una selezione darwiniana in nome dell’efficienza, della produttività e pure del risparmio. La salute, lo si è visto e si vede spesso, anche in certe esitanti scelte fatte in questi giorni, non viene prima di tutto.

L’antichità ci ha consegnato univocamente un’immagine dell’età avanzata come equivalente di sapienza, lucidità e onorevolezza, oppure, quantomeno, la civiltà greca antica, che elogiava la robustezza e l’ardimento tanto da elaborare il concetto di kalokagathia, raffigurava la vecchiaia anche o unicamente come triste età del declino fisico e mentale.

In verità, la stessa cultura ci ha fornito immagini della vecchiaia e dei vecchi molto più complesse, composite, sbiadite rispetto a queste due tratteggiate polarità, consegnandoci anziani tristi, abbandonati, abbattuti, scontrosi, ma anche saggi, epicurei, adirati, sereni, amorevoli.

Possiamo affermare che l’invecchiamento è tra i più inconciliabili e articolati concetti alla base dell’indagine dell’individuo su se stesso. Il vecchio è colui che è “inabile”, impedito ad agire, espulso dalla vita stessa e, dunque, vinto.

Nel rapporto tra passato, presente e futuro, questo processo riproduce una sintesi dovuta alla coesistenza dalla dimensione rappresa con un progressivo avanzamento dell’età e, necessariamente, una sopravvivenza.

Nell’incontro – scontro tra energia ed inerzia, Italo Svevo, ad esempio, accetta in maniera alterna atteggiamenti contraddittori di difesa e di attacco. Consapevole dei limiti biologici scanditi dalla propria età, l’anziano rivela una separazione critica dal vitalismo. Tuttavia, per quanto obbligante possa essere la propria condizione, la vecchiaia stessa implica che l’individuo sia vivo.

Nella solitudine della propria coscienza sboccia il forte bisogno di affetto, un’ambizione d’amore più vivo, energico e schietto di quello dei giovani.
È un problema molto importante: in tutta Europa, da alcuni decenni, si sta assistendo ad un progressivo invecchiamento della popolazione, individuato dalla confluenza di diversi fattori: se da un lato si sta verificando infatti un calo delle nascite, che porta ad una contrazione della popolazione “giovane”, dall’altro l’aumento dell’aspettativa di vita, sta facendo aumentare i rappresentanti della terza età, spesso, per fortuna anche in buona salute.

Nel 1950 la percentuale nel mondo era l’8%, nel 2050 raggiungerà il 21%: oltre due miliardi di individui; entreremo nella “società anziana”: per la prima volta nella storia del genere umano il numero di senior supererà quello dei minori.

Dovremmo essere lieti: grazie all’alimentazione e alle cure mediche, avremo generazioni di persone che vivranno sempre più a lungo.

Diventa evidente che ci stiamo accostando a quel punto di rottura dell’equilibrio economico che è stato definito da René Thom, creatore della teoria delle catastrofi, come la sciagura pensionistica dove a fronte di 1 produttore di ricchezza sono presenti 2 carichi passivi.

Allora ci viene in mente Giorgio Gaber che diversi anni fa cantava in un monologo sulla vecchiaia questo ritornello:

I vecchi bisogna ammazzarli quando sono bambini.

Tragicamente recupero l’evidenza che circa centomila anni fa e anche nei secoli scorsi, nelle popolazioni dell’Africa equatoriale e fra i maori della Nuova Zelanda gli anziani erano vittime predestinate ad essere uccise e magari metaforicamente mangiate lasciando i primi a vagare nella savana e i secondi nella foresta.

Non siamo a questi livelli primitivi, per carità, ma i segnali di un ostracismo degenerativo ci sono. E certe affermazioni sono un serio campanello di allarme sul buonsenso e la considerazione che vi è oggi in corso.

Mi spiace dirlo, ma in una società egoista il rischio è mettere da parte chi sta dietro nella scala sociale, ecco che frasi come

non indispensabili allo sforzo produttivo

va esteso a chiunque non sia in linea con i valori impostati dal comune allineamento economico-centrico. Chiunque non è parte produttiva è definito ultima ruota del carro, quindi sacrificabile.

Non serve fare rimandi alla nostra Carta Costituzionale o ad altre normative che regolano il rispetto per la vita e per l’uomo per ribadire l’urgenza di cambiare l’aspetto prioritario che si vuole affidare a questa società, sempre più modellata su certi videogiochi che fanno della selezione naturale anche cruenta il loro punto di ragione, che muove i propri passi verso una pericolosa deriva dove gli ultimi tali devono restare, se non scacciati da ogni possibilità di essere parte attiva della nostra comunità.

L’ombra di un razzismo immorale che affonda negli spettri di certe logiche demoniache naziste non è poi così lontana. Non credo assolutamente che il governatore della Regione Liguria sia un SS in giacca e cravatta ma per il ruolo istituzionale che copre, per l’esperienza nel mondo giornalistico e dei mass-media da cui proviene, era lecito attendersi maggiore attenzione e più rispetto.

Capita a chi certi messaggi li lascia ai social media manager, certo. Detto questo, dobbiamo avere cura della persona molto anziana che può subire una forma di isolamento sia sociale sia culturale.

Essa deriva sia dai modi di vita dominanti in una società, come quella attuale, concepita per degli individui autonomi, sia dalle rappresentazioni sociali negative della vecchiaia in essa diffuse. Fattori che alimentano un sentimento di estraneità nei confronti di un mondo non più condiviso. Così è mettere chi ha più bisogno con le spalle al muro.

Vecchio, Diranno che sei vecchio Con tutta quella forza che c’è in te
Vecchio, Quando non è finita, hai ancora tanta vita
E l’anima la grida e tu lo sai che c’è…
Mariella Nava 

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Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974.