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Selfie made man

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Selfie


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Che cos’è uno scrittore? Bambini abbandonati, una moglie dimenticata, e vanità, vanità.
Vasilij Vasilevich Rozanov 

Presi dal vortice degli eventi che muta scenari con una celerità che rende incomprensibile il generale figuriamoci il particolare, non tutti ci siamo accorti che la vera rivoluzione che Internet ci ha imposto è nella registrazione ed archiviazione di tutte le azioni che compiamo e che indirizziamo nei vari coni d’ombra che il web ingloba.

Non solo le azioni ovviamente ma anche parole, pensieri e immagini che restano ad imperitura memoria se non cancellate. A volte, addirittura, è solo questione di tempo, di spazio, di velocità di esecuzione, di memoria (non quella dell’hardware), di umore anche e corriamo il rischio di restare immortalati nella nostra banale sopravvivenza.

Ancora oggi non stiamo comprendendo appieno il cambiamento che stiamo subendo. L’evoluzione del digitale sta caratterizzando la nostra storia e modificando le abitudini. Apparteniamo e tessiamo tutti insieme nella stessa rete, connessi a questo palcoscenico virtuale aperto a tutti. Democraticamente siamo sottomessi ad una tirannia che infonde un inquietante senso di libertà.

Siamo nell’epoca del mondo infinito, dove il confine vige solo per la burocrazia e per chi ancora usa le cartine geografiche. Siamo attori che appartengono alla stessa scena ma tutti in cerca di una disperata identità e di un soggetto che possa renderci unici nell’unificazione tradizionale e, allo stesso, globalizzata. Identificativa ma anche brutalmente omologante.

Il web è riuscito a sovvertire ogni ordine gerarchico che riconoscevamo al nostro essere pensante: come fosse un’autorità imperante sul pensiero, sulla parola detta e scritta, sul senso comune e sui sentimenti stessi. È una rivoluzione subdola, a volte incomprensibile, quasi sempre legata alla nostra apparenza. A ciò che vediamo di noi, a ciò che vorremmo che gli altri sapessero e apprezzassero di noi.

L’uomo si pone al centro dell’universo ma, stavolta, non c’è un punto fermo. L’orizzonte si sovrappone, si estende, si annulla. L’uomo cresce con il suo ego. Riempiamo le pagine di ogni social e di ogni sito con nostre informazioni, rasentando una metodologia da filologo ed archivista medioevale, rinunciando all’oblio immediato e sperando al trionfo del nostro essere profani in questa assurda parodia della sacralità.

Alla fine, vorremmo che qualcuno ci costruisse una piramide personalizzata della nostra esistenza: non occorre sfidare la Storia con la s maiuscola, mediamente ci accontentiamo di essere taggati e di pubblicare ogni minimo inutile ed insignificante dettaglio della nostra banale quotidianità. Cerchiamo l’apprezzamento ma anche il fuoco amico ci può tornare utile.

Parlate di me, scrivete di me, offendetemi pure, l’importante è muovere il consenso e il dissenso, il like e l’hater, il retweet e il passaparola. Eravamo quelli che detestavano la pubblicità che interrompeva un film in televisione, ora siamo il peggior spot di noi stessi e ci inventiamo jingle, medley, fotomontaggi pur di sottolineare l’evento.

Bramiamo l’apparenza e poi vomitiamo valori e ci arrampichiamo sui principi del comune senso del pudore. Siamo diventati iconici, eppure valiamo meno di quello che ci valutano. Oggi chiunque è ovunque e l’uomo qualunque si crede l’uomo del destino.

Un tempo c’erano decine e decine di persone a costruirti ad arte un personaggio, lavorando notte e giorno per cucirti addosso quello da sposare o per farti addivenire l’uomo dei sogni.

Oggi nella nostra solitudine domestica con pochi strumenti e qualche app possiamo divenire quanto meno quello che in realtà non siamo ma che, volentieri, vorremmo che gli altri credessero di noi. Siamo passati di moda in un click, siamo alla moda con un like. Ed è facile che l’homo digitalis subisca la sua involuzione con la nascita del ‘Selfie made man’.

Il selfie è l’istantanea di un pirla che immortala la sua vanità.
Vittorio Sgarbi 

L’uomo qualunque che si divinizza, moltiplicando in immagini futili, che si diversificano di un nulla dall’ultima postata, la sua morbosa velleità ad essere eterno nel nulla cosmico.
La vittoria del fancazzismo edonista che non nuoce a nessuno ma che sturba, che claustrofobico genera solo una routine sociale formato smartphone.

Assistiamo, assuefatti, a donne, uomini e bambini, intellettuali e soubrette, giornalai illusi giornalisti, scrittori illusi toyboy, influencer e badesse, nobili decaduti e plebei arricchiti, mischiarsi in questa orgia di “digito, pubblico ergo sum”. Eppure, non ci accorgiamo del potere immenso che nasconde questo mondo parallelo: milioni di informazioni, una documentazione a cielo aperto, un testamento in continuo aggiornamento. E non possiamo non tenere conto che è il concreto disegno di una civiltà concepita e registrata su ciò che abbiamo voluto e cercato.

È il luogo non reale per antonomasia che ci rapisce, in una realtà allargata dove ci sentiamo parte integrante di un meccanismo che ci influenza e ci illude di essere unici o giudici o messaggeri.

Nei selfie i volti non sono dei volti, ma sono dei gesti, delle volontà, dei messaggi.
Roberto Cotroneo 

In questa realtà che è deformata, il tempo sembra trascorrere diversamente essendo sempre meno ricondotto a fenomeni reali: così si vive un presente privato di una storia, magari senza alcun futuro o dimensione, confondendo l’attimo con un tempo indefinito e intimo, quindi “irreale” ed ingannevole che predilige l’immediato.

Si compie la scena, vestendo la nostra esclusività con abiti che piacciono agli altri, in una ambigua identità artefatta figlia della cultura del consumo, dove si stratificano convinzioni e pregiudizi sotto il diluvio del consenso collettivo.

Vale l’ingaggio dell’apparenza: è l’uomo che sembra cerebrale si accovaccia ad un livello basso, delimitando la possibilità interpretativa dei fatti reali della vita quotidiana a semplici considerazioni di ordine accessorio.

Così disperdiamo nell’etere tanta roba di noi, convinti che la dimenticanza faccia strage della memoria e ci renda impuniti. Sbagliamo: noi siamo anche quello che facciamo vedere, tra un selfie e l’altro, tra le parole che vogliamo far credere siano il nostro testamento e i calcinacci che ci cadono addosso rovinosamente nell’anima. Siamo anche il delirio di questi anni feroci, il loro senso obliquo, la paura che ci istiga a vivere il dubbio come se fosse una certezza e la ragione come se fosse una angoscia da cui salvarci.

Meglio apparire allora e fingere di essere. Nessuno ne è indenne, nemmeno il sottoscritto, sia chiaro. Tutti siamo gli uomini del selfie accanto e tutti necessitiamo di conquiste e di sicurezze anche a costo di darci in pasto al web, illudendoci di essere, ancora una volta, gli unici a saperlo.

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Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974.