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Prede e predatori

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Prede e predatori


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La paura è il demone più sinistro tra quelli che si annidano nelle società aperte del nostro tempo. Sono l’insicurezza del presente e l’incertezza del futuro a covare e alimentare la più spaventosa e meno sopportabile delle nostre paure.
Zygmunt Bauman 

La paura del futuro sta imperversando: la pandemia, la guerra e la crisi economica dilagano e creano caos all’interno della nostra società e dentro le nostre famiglie.

Stiamo vivendo un momento poco rassicurante e il motivo va ricercato nell’insicurezza provocata dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina soprattutto. Diventano incerte le prospettive di miglioramento, anzi, c’è un forte timore che la situazione individuale e collettiva possa ulteriormente peggiorare.

Una situazione generale di instabilità certificata anche dai dati ISTAT: ad aprile, infatti, scende per il quarto mese consecutivo la fiducia dei consumatori. Ed è stato raggiunto il valore più basso dal novembre 2020. Tutto questo, ovviamente, incide sulla possibilità di ripresa economica del nostro Paese.

In altre parole, la titubanza di ieri è diventata oggi paura della precarietà futura, come se ci fosse una dimensione di diffidenza che è diventata parte strutturale della nostra stessa società, anche perché la scarsità caratterizzerà il nostro avvenire. Quella che poteva essere una grande epoca di trasformazione data dalla globalizzazione si sta richiudendo su se stessa e producendo un’economia a raggio corto.

Stiamo vivendo un periodo gravido di indecisioni e complessità, che in modo involontario proviamo a tenere sotto controllo, inseguendo una mera possibilità di individuare tutti gli eventuali scenari. Ma è la pandemia stessa ad averci insegnato quanto la vita sia imprevedibile e che è necessario imparare a prepararci a tutto e a rinnovarci incessantemente.

Tale quadro contestuale va spesso in ripercussione con gli aspetti di vulnerabilità singoli, dando forma a quella che viene poi identificata e portata in terapia come “paura del futuro”, un’emozione di base, che ci accosta agli animali e che apre alla vitale funzione di metterci in guardia rispetto a probabili intimidazioni.

Differentemente da quanto accade per loro, però, noi uomini, in virtù della nostra capacità simbolica e di pensiero, siamo in grado di promuovere questa risposta anche di fronte a stimoli non presenti nel qui e ora: situazioni rappresentate, a cui assegniamo uno specificato significato, possono avviare l’emozione della paura e le conseguenti reazioni comportamentali dell’evitamento o paralisi.

Sant’Agostino soleva affermare che vige un unico tempo, il presente, quello in cui viviamo, il solo che possiamo percepire attraverso i sensi, l’unico su cui possiamo agire in modo diretto.

Ammettiamolo: forse, ciò che ci manca è una società che ci appaia forte e che sia costruita su un impegno comune. Essa è valida quando è sicura dei valori che la modellano e delle istituzioni che la innervano.

Gradualmente questo tessuto sta venendo meno: non vi sono più garanzie ma nemmeno garanti. La massa di consumatori, privata della cultura, alimenta quel populismo sfrenato che fa gioco al potere che nulla ha a che fare con la politica e che è la perdizione dei popoli.

Del resto, non c’era un momento di pace neanche in quella che Platone chiamava la Res Publica. La politica non ha più interesse alla cosa pubblica perché questa viene gestita spaventando i cittadini che ogni giorno si alzano e si chiedono cosa ne sarà del governo e dell’altra “guerra” scatenata dalla politica.

Oggi più che mai questa società si presenta già vecchia, frutto di un risultato demografico che la vede con sempre meno giovani e con più anziani, più portata alla fragilità che all’innovazione. E gli stessi giovani non hanno la paziente saggezza di chi li ha anticipati: di fronte a problemi di una certa complessità, pretendono una soluzione immediata, con un inefficace problem solving che emerge da un’isteria collettiva, quasi facendo scomparire il ragionamento e l’ingegnosità.

Guardiamo al diverso con il terrore che ci possa confondere se non offendere: lo straniero è un tabù che può aggredire le nostre esistenze, l’omosessuale dileggia i costumi e previene degrado morale; insomma, è una società polarizzata che potrebbe compromettere l’equilibrio democratico e degenerare con un fuori controllo non ordinario e magari irreversibile.

Siamo malati di paura e la pandemia ha scoperto tutte le nostre inquietudini, lasciandoci ferite mal curate. L’idea che sta nascendo è quella di una società che vive senza più alcun principio e che pare si diverta a spaventarci. Viviamo di paura e ci occupiamo di distruggere perché diventa più facile del costruire.

Dovremmo cominciare a preoccuparci di dare sicurezza, dovrebbe essere il primo dovere di una società, almeno quella occidentale. Se c’è rassegnazione in giro non c’è speranza, non c’è più idea di futuro.

Si attribuisce a Richard Nixon la massima secondo la quale «gli uomini reagiscono alla paura, non all’amore». La paura è un sentimento sociale potente, ma sostanzialmente irrazionale, che è facile suscitare negli individui e nelle masse attraverso campagne mediali ben orchestrate: ciò in questi tempi è consapevolmente un dato di fatto che nessuno può fingere di non riconoscere.

Diviene così ineluttabile che le “masse popolari” appaiono come passivi bersagli della paura, facilmente suggestionabili e privi di autonomia di giudizio. Ecco che la pura diventa un artefatto della storia, della società e della politica globale.

Ernesto De Martino che definiva la paura come un «incombere del negativo» che può diventare rischio radicale di «perdere la presenza». Equivale a dire: sprofondare nel caos, di non esserci nel mondo come centri autonomi di pensiero e di azione.

La paura è un sentimento sociale: da un lato riguarda la vita in società, dall’altro è percepita attraverso filtri di carattere sociale e culturale. Le cose ci appaiono sicure o pericolose, pure o impure, in relazione a sistemi di significato condivisi, anche quella più ancestrale di essere più prede che predatori. È il solito gioco degli equilibri che si manifestano nella nostra idealizzazione dell’essere: dove il caso può essere più leale dello stesso concetto che ci siamo fatti di noi stessi.

Ci troviamo, quindi, di fronte a ciò che Popper non aveva previsto: alla sua società aperta, oggi si paventa una massa globalizzata che si trova a fronteggiare forze sconosciute ed è esposta al destino, assalita dalla paura. In contrasto alla solidità dei valori e dei diritti oggi inesistenti.

È una società aperta e globalizzata che vive uno stato di separazione nelle relazioni con gli altri. Si indeboliscono così i legami umani e nasce l’individualismo sregolato, che si misura con quanto veleno riusciamo ad assorbire facendo da cavie di quello che saremo. Di quel futuro che ci inquieta e ci fa vestire il ruolo di preda e di predatore in maniera interrotta nel suo ciclo infinito, come un serpente che divora la sua coda.

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Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974.