Home Rubriche Lo sguardo altrove PPP

PPP

424
PPP Pier Paolo Pasolini


Download PDF

Non mi ricordo se c’era luna,
e né che occhi aveva il ragazzo,
ma mi ricordo quel sapore in gola
e l’odore del mare come uno schiaffo. A Pà.
Francesco De Gregori – A Pa’

Oggi avrebbe 99 anni. Se fosse stato ancora in vita, probabilmente, sarebbe stato venerato da tutti e magari avrebbe rifiutato una poltrona in Senato.

La sua faccia sarebbe sulle bandiere arcobaleno e le sue parole stilizzate sui muri o celebrate sulle maglie. Solo perché con il tempo gli avrebbero perdonato tutto, tutto quello che in quegli anni era imperdonabile per la nostra cultura e socialità.

Oggi, anche se i tempi non sono migliori, nonostante il respiro stanco di una politica malata e il suono astioso di tamburi tirannici che si avvertono da lontano come un crescendo che dilania il futuro, sarebbe su un altare consacrato dalla stampa amica e dall’opinione pubblica che, comunque, lo difenderebbe dal sovranismo astioso di una certa destra.

Ciò nonostante ai due compari PPP non è mai stato veramente simpatico e quando è stato possibile, il poeta friulano è stato attaccato proprio da chi tendenzialmente per ideali sembrava essergli più vicino.

Personaggio scomodo perché reale e vero anche nelle sue incongruenze e nelle sue debolezze. Fragile come una verità che soffia sulla faccia delle persone e poi ti accorgi che è uno sputo.

È morto nella notte tra il 1° e il 2 novembre del 1975: in quelle ore Pier Paolo Pasolini veniva ucciso. Una morte che ancora oggi presenta più di un punto oscuro e che con la morte del suo presunto assassino, Pino Pelosi detto la Rana che all’epoca aveva 17 anni, potrebbe essere sepolta per sempre.

Sull’Idroscalo di Ostia una funebre e orribile statua ricorda l’evento: lì in quell’estremo lembo della città verso il mare, terra di confine, dimenticato, ancora spira una sorta di “leggenda nera”, che lo vuole regno di incuria e di malavita, di abusivismo, abitato da senza tetto né legge, sempre ai margini della società civile.

Addirittura, il suo omicidio originò anche uno zibaldone di ipotesi sui veri killer e mandanti che si occultavano dietro la fine di uno degli intellettuali più controversi del Novecento.

Se la verità processuale vuole che l’atto venne compiuto per l’appunto dal Pelosi, che ricordiamo all’epoca era minorenne e anche uno degli amanti occasionali di Pasolini, diverse ipotesi sono state fatte da allora su quel delitto: la più suggestiva e inquietante fu raccontata da Giuseppe Zigaina, pittore e amico del poeta, che affermò che la morte di Pasolini non fu dovuta a un omicidio, bensì a un “suicidio rituale“, con Pasolini stesso quale mandante della propria uccisione e con l’Idroscalo di Ostia identificato con molta cura quale palcoscenico dell’evento, in quanto “luogo sacro”.

Anche se la verità più papabile è quella a cui si ancora pure la famiglia: Pasolini non fu ucciso per un rapporto sessuale finito male, ma fu vittima di un complotto, appunto una macchinazione, per le sue idee, per il mosaico che l’autore stava componendo negli ultimi anni della sua vita. Ma questi sono altri discorsi.

Quel volto scavato, quella voce febbrile ma sottile, quella fisicità nascosta dietro ad occhiali neri, quello sguardo che sa più di tutti e che più di tutti temeva la degenerazione civile che stava avvenendo nel nostro Paese, che più di tutti aveva previsto come una visione onirica terribile ma al contempo assoluta, ci manca, mi manca.

Eppure, io lo conosco attraverso i suoi romanzi, i suoi saggi e i suoi film. Lo collego, spesso involontariamente, a quella maschera meravigliosa e unica di Totò, suo attore nell’unico film drammatico della sua esistenza ‘Uccellini e Uccellacci’: il genio che guarda il suo mentore, come un alunno ad un maestro, nonostante la grandezza infinita della sua arte, l’umiltà che traspare in quella foto è intensa, lo sguardo del Principe è di apprezzamento quasi di devozione mentre il suo regista spiega i movimenti da fare con gesti rispettosi ma forti.

Per questo e per il mistero che PPP è stato per la cultura e non solo oggi andrebbe letto con maggiore ferocia e con più tenacia da tutti. Il Pasolini di borgata come ‘Ragazzi di vita’ o ‘Una vita violenta’, il Pasolini fulminante nelle sue idee come lo è negli ‘Scritti corsari’ o nelle ‘Lettere luterane’, fino ad arrivare al suo romanzo incompiuto ‘Petrolio’.

Esso doveva raffigurare il ritorno alla letteratura dopo tanti anni di cinema, anche se non l’aveva mai abbandonata, tranne la poesia nell’ultimo anno, nel senso che si trattava di un ambizioso progetto letterario cui voleva dedicare molti anni di lavoro, annunciando che gli sarebbero stati necessari altri cinque anni, un tempo lunghissimo per un artista come lui, indotto dalla sua natura a “bruciare” opera su opera, ossia a realizzarne appassionatamente una dopo l’altra.

Quello che oggi manca alla nostra Italia è un Pasolini: un intellettuale forgiato dalla vita e dallo studio, sporco nelle mani e pulito nella testa, che sappia sviscerare la cruda realtà senza schierarsi se non con la logica e l’impeto del cuore.

Lui era un uomo sopra il pensiero ideologico, che faceva delle sue contraddizioni un ponte tra la vita reale e il divenire. Assurdo e cupo, rigido e festoso: era un cielo senza fine che copriva le teste vuote che si arrabattavano sotto di lui.

La sua esistenza è stata un viaggio dantesco, visionario e onirico: vissuta nelle oscurità e nelle contraddizioni del proprio io così come nelle viscere dei fenomeni sociali e antropologici. voluto soprattutto evocare le ombre della propria interiorità, le ombre delle pulsioni più oscure.

E c’era Roma così lontana,
e c’era Roma così vicina,
e c’era quella luce che li chiama,
come una stella mattutina. A Pa’.
A Pa’. Tutto passa, il resto va.
Ibidem

La sua visione è stata crudele e spietata ma dolcemente vera. La sua è stata una tragedia borghese nonostante avesse in realtà privilegiato quasi sempre il mondo contadino friulano o quello sottoproletario delle borgate romane.

È stato il fautore dell’uomo fuori, dell’esterno e dell’insicurezza: il suo vangelo è stata la sua dannazione, la sua più bella poesia è stata quella di saper leggere nel cuore delle persone che, almeno in apparenza, non sapevano leggere nel loro cuore. Dando a questi una speranza per quanto spesso anche crudele.

Era posseduto da un irrefrenabile bisogno di essere amato nella sua poetica: le parole erano interventi, erano frutto di un dissidio interno che mai si celava del tutto. Più di tutti ha letto il nostro Paese e ne ha compreso la metamorfosi del tessuto sociale. Per questo più di tutti fu odiato e demonizzato.

Ecco che si svela l’urgenza di avere un nuovo Pasolini anche oggi: ci manca la sua capacità di leggere lo stravolgimento prima interiore e poi esteriore di una società ingovernabile perché sommersa dai suoi stessi idoli in una melma di frustrazioni e alluvionata da mareggiate di superficiali e inutili opinioni.

Manca il mastro di chiavi, chi interpreta e ha capacità divinatorie. Chi indica e fustiga, chi rammenta e lascia pietre miliari sulla strada. PPP era l’intellettuale che per primo “sfasciò” il fascismo affermando con fermezza e lucidità che il vero fascismo era la società dei consumi che più dell’ideologia nera stava rendendo la società piatta ed omologata. Una definizione apparentemente innocua e solamente indicativa. Se letta con attenzione riconosciamo tutti che i risultati di questa leggera società dei consumi sono i quelli di una dittatura. Dove chi non si allinea è tenuto nel ghetto dei perduti e dei pericolosi.

Perché in effetti questa società dei consumi ha intimamente cambiato le generazioni, li ha toccati profondamente, ha dato loro altri sentimenti, altri modi di pensare, di vivere, altri modelli culturali.

E voglio vivere come i gigli nei campi,
come gli uccelli del cielo campare,
e voglio vivere come i gigli dei campi,
e sopra i gigli dei campi volare.
Ibidem

Sì, mi manca Pier Paolo Pasolini io che avevo solo un solo anno di vita quando è cessata la sua di esistenza. Mi manca la capacità di farmi leggere le differenze, di interpretare con lucidità l’uomo e il suo divenire.

Mi manca l’intellettuale non schierato, non piegato né pagato. Quello che non confonde la bugia assoluta con la verità parziale, quello che ragiona per capire e non cerca di capire per mentire a se stesso e agli altri.

Mi manca ancora la sua voce chiusa nelle pagine di un libro o ascoltata nei suoi film. Troppo presto è andato via, troppo tardi abbiamo capito, dopo quel dramma, che eravamo rimasti ancora più soli.

La solitudine: bisogna essere molto forti per amare la solitudine.
PPP

Print Friendly, PDF & Email

Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974.