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Per chi suona la campanella

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Cetto La Qualunque scuola


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Tutto il male che si dice della scuola fa dimenticare il numero di bambini che ha salvato dalle tare, dai pregiudizi, dall’ottusità, dall’ignoranza, dalla stupidità, dalla cupidigia, dall’immobilità o dal fatalismo delle famiglie.
Daniel Pennac


Nei vari programmi elettorali che si stanno gradualmente presentando all’opinione pubblica attraverso la voce dei vari leader dei nostri partiti politici, dobbiamo, ahimè, sottolineare come il tema “scuola” non sia nemmeno minimamente toccato come fosse un argomento principale per il futuro dell’Italia.

Chiaramente ci sono idee, riflessioni e spunti, qualcuno avanza anche un progetto, ma quello che ci lascia perplessi è che nessuno pone la scuola nei punti essenziali della sua campagna elettorale.

Senza alibi e senza peli sulla lingua: nessun partito punta sull’istruzione come motore dello sviluppo del Paese, che resta fuori dal podio delle priorità.

Praticamente siamo troppo concentrati sull’essere oggi e non si ha tempo per il divenire. La scuola, senza retorica, dovrebbe impegnare tutto il mondo politico in una progettazione valida e coerente, sensata e futuribile, perché da essa passa quello che saremo e da essa escono le leve che avranno il dovere di guidarci più avanti.

Il sistema scolastico non è una realtà statica, ma va sempre letto in stretta connessione con i cambiamenti sociali, culturali, economici, demografici che riguardano non solo un determinato contesto territoriale, ma che investono il mondo nel suo insieme.

È impossibile, infatti, interpretare le singole politiche scolastiche, compresa quella del Belpaese, senza far riferimento ad un quadro internazionale più ampio, che con la fine della seconda guerra mondiale è andato caratterizzandosi secondo determinate linee.

Ai decisori politici, anche quelli italiani, che con i loro provvedimenti indirizzano e regolano il funzionamento concreto degli istituti di formazione, non dovrebbe sfuggire questa complessità organizzativa, culturale e pratica. Ugualmente essa dovrebbe essere tenuta presente dagli opinion leader che discutono di scuola nei dibattiti pubblici.

Non poche volte, invece, si deve prendere atto di prese di posizione e di disposizioni che considerano solo alcuni aspetti della vita scolastica, come alcune procedure di carattere valutativo oppure l’introduzione di qualche attività formativa o contenuto, senza fare attenzione al quadro d’insieme e senza esplicitare la direzione complessiva che si vuole assegnare all’istituzione.

Eppure, la politica, nella sua etimologia, racchiude una grande speranza: è l’arte e la scienza del governare.

Riguarda tutti, giacché ciascuno di noi è tenuto ad occuparsi, nelle proprie possibilità, della “cosa pubblica”, attraverso la partecipazione e la cittadinanza attiva, la manifestazione di comportamenti finalizzati al benessere della comunità, all’interesse della società in cui si vive.

Sono principi e valori, questi, che valgono anche nell’istituzione scolastica, che non è altro che una piccola comunità di persone, docenti e studenti che, con diritti e doveri, ha insieme delle finalità uniche: la convivenza fondata sulla democrazia, il rispetto e la libertà di pensiero.

Perché quello che non si riesce a comprendere è che nella e per la scuola la discussione culturale è necessaria, apre al confronto e al dialogo e, in senso lato, è essa stessa a fare politica quando si occupa delle questioni sociali e umanitarie, quando forma i ragazzi all’apertura verso il mondo, all’aiuto verso chi ha bisogno, quando educa le menti alla riflessione, alla risoluzione dei problemi, quando fornisce gli strumenti adeguati, quando è inclusiva, accogliente, comunicativa.

È infatti il luogo in cui si insegna a pensare, a decidere, a convivere, ad accettare le idee differenti alle proprie, in cui si impara a comprendere la fondamentale importanza delle regole, della partecipazione, dell’ascolto, dell’aiuto reciproco.

Quella chiusa al confronto, che non offre spunti di dialogo, di riflessione, di incontro, non è scuola; è sterile somministrazione di competenze. E le competenze, da sole, non bastano.

Chiaro che il nostro è un discorso di pragmatismo perché, a ben vedere, le principali forze politiche, nelle loro “agende”, prevedono 38 diverse proposte di riforma. Mica poco.

Ma nella sostanza, quante di queste sono realmente attuabili e quante sono un punto di forza e di focalizzazione del programma politico di questo o di quel partito? Lo scopriremo dopo il 25 settembre.

C’è chi pensa a una scuola materna obbligatoria e gratuita, chi propone un patto in svariati punti (normalmente si sa che i patti non vengono mai mantenuti); chi declina nove strumenti per valorizzare i talenti, chi intende aumentare fondi e stipendi. E poi chi mette al centro merito e professionalizzazione.

Tutto molto bello e interessante. Ma si sa che è molto breve il passo che compie il politico di turno quando parte da statista innovatore e illuminato e arriva ad un più realistico Cetto La Qualunque.

La governance della scuola non è solo questione amministrativa e giuridica, ma, in ragione dei suoi compiti specifici, pedagogica e culturale. Si tratta infatti di capire quali siano i modi più adatti per metterla nelle condizioni di realizzare una regia complessiva delle proprie azioni e dei propri processi che abbia al centro lo sviluppo e la crescita dei nostri figli.

Al riguardo il contributo della politica è necessario per continuare ad operare una riflessione critica in ordine ai rischi di centralismo, frammentazione del sistema formativo, eccessiva burocrazia, scollamento tra funzioni dirigenziali, amministrative, educative…

Esso investe il modo di fare e vivere la scuola in generale: quello con cui si vive la classe e la partecipazione alla vita scolastica, ad esempio, è formazione politica. Perché tocca la partecipazione e il contributo. La nozione di bene comune non può essere soltanto ‘spiegata’, ma chiede di essere vissuta attraverso la dinamica ordinaria dell’organizzazione scolastica.

Occorre allora chiedersi: la scuola genera l’idea che imparare sia impresa collaborativa oppure trasmette la prospettiva che lo studio sia soltanto una faccenda individuale?

Quello che i partiti non comprendono è che le classi dirigenziali del futuro sono frutto della loro politica, della loro governance spesso troppo indaffarata a spulciarsi addosso che a costruire per quello che verrà.

Nessun uomo politico si è posto davanti al futuro con pazienza e oggettiva programmazione: si è guardato al lucroso interesse immediato, dimenticando che la scuola è l’immagine di un Paese e del suo popolo.

E se oggi abbiamo una classe politica nella quale non sempre ci rispecchiamo è anche perché in passato nessuno ha investito nell’Istruzione affinché determinasse un nuovo modello di leadership e di cultura.

Oggi i sistemi formativi non riescono ad affrontare i concetti di democrazia, bene comune, patto sociale, libertà, uguaglianza e fraternità. Tutto è lasciato al caso, al singolo evento, spesso negativo, che suscita, ovviamente, clamore e dissenso.

Ci apprestiamo a vivere un nuovo passaggio elettorale che corre il rischio di estremizzare un concetto basico dei nostri ultimi tempi: tutto cambia per nulla cambiare. E l’impasse è dietro al vicolo.

Allora, quando si apriranno i battenti del nuovo anno scolastico e i nostri ragazzi torneranno ad occupare i loro banchi, ci dovremmo chiedere che cosa ne sarà di loro, del loro futuro che sa già di passato. Bisogna intervenire subito, almeno per chi ancora deve occuparli quei banchi, per quelli per i quali la campanella non è ancora suonata.

Dapprima Dio creò gli idioti. Per fare pratica. Poi creò i consigli scolastici.
Mark Twain

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Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974. Giornalista pubblicista. Opera come manager in una azienda delle TLC da oltre vent'anni, ama scrivere e leggere. Sposato, ha due bambine.