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L’incipit e il finale

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L'incipit e il finale


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Questa lezione conclude la prima parte del corso Digito, ergo sum. E a proposito di conclusioni, dobbiamo ancora parlare di come si concludono le storie e, già che ci siamo, di come farle cominciare. Oggi, dunque, parleremo di incipit ed explicit, cioè dell’inizio e della conclusione in narrativa.

La prima cosa che devi sapere è una grande verità che solo chi scrive da un po’ conosce: l’incipit e il finale di una storia possono essere scritti in qualsiasi momento durante la gestazione dell’opera. Molto spesso, anzi, l’ispirazione per uno o l’altro arriva a lavori in corso. Non accade quasi mai che uno scriva l’incipit nei primi giorni in cui lavora su una storia o il finale negli ultimi. Questo perché, come ricorderai, l’ispirazione può raggiungerti in qualsiasi momento.

Cominciamo a esaminare l’incipit rispolverando una vecchia considerazione che mi avrai visto fare più volte in questi mesi. Il mondo della letteratura è cambiato nell’ultimo secolo. Purtroppo somiglia sempre più a un business, e di converso si allontana dall’arte. È un dato di fatto che oggi tutti hanno la possibilità di scrivere rispetto al passato: bastano un computer o un tablet con un programma di videoscrittura. Anche per pubblicare ci sono molte strade, incluse l’autopubblicazione e quella piaga sociale che è l’editoria a pagamento.

Un tempo invece dovevi procurarti una costosissima macchina da scrivere, spendere un capitale in carta perché se sbagliavi non potevi cancellare con il cursore sullo schermo. La scrittura quindi era accessibile a pochi e, bene o male, chi arrivava sugli scaffali ci riusciva perché combinava le seguenti caratteristiche: talento, tenacia e anche una certa disponibilità economica.

Ciò portava con sé un corollario. In genere la qualità degli scritti era alta e, sapendo questo, un autore poteva concedersi il lusso di scrivere come voleva per una semplice legge di mercato: scrivono in pochi e ci sono molti più lettori rispetto a chi scrive. Per cui anche nella scelta dell’incipit – che è il biglietto da visita di un libro, la scintilla che ti spinge ad acquistare un testo anziché un altro – chi scriveva poteva avere un approccio più rilassato. Ecco allora spiegate le introduzioni alla Manzoni o i giri di parole di Hemingway.

Oggi è diverso. Siamo bombardati dalle informazioni e c’è perfino chi si è inventato una narrativa da tweet. Non è vero che si legge poco, ma abbiamo sempre meno tempo per farlo, pertanto i lettori sono diventati più selettivi. Pochi possono concedersi di leggere per ore al giorno, e sempre meno persone sono disposte ad apprezzare un incipit di stampo ottocentesco. Ci scocciamo anche quando leggiamo le notizie su internet, limitandoci ai titoli. Se il titolo interessa, magari poi leggiamo anche l’articolo. Bene, è questo il ruolo dell’incipit: attrarre un potenziale lettore.

È stato detto che in quest’epoca l’incipit non è più l’inizio di una storia ma un’esca per catturare il pubblico. Per questo è sempre meno probabile imbattersi in un incipit alla c’era una volta: gli inizi delle storie moderne contengono fatti o elementi in grado di incuriosire chi li legge, per invitarli ad andare avanti nella lettura, e ad acquistare il libro.

In termini tecnici si dice che gli incipit moderni impiegano una tecnica in medias res, ossia “nel mezzo delle cose”. La narrazione non comincia dal principio, ma siamo subito proiettati nel vivo della vicenda. Spesso, in un momento clou. Verrà poi il tempo delle spiegazioni e per colmare i vuoti, specificando come si è arrivati a quel punto, spesso con delle analessi.
Ad ogni modo non vedere il concetto “in medias res” come qualcosa di ultramoderno: uno fra i primi a elaborarlo fu Orazio.

In base poi alle intenzioni dell’autore ci sono differenti tipi di incipit.
Un primo modo è iniziare la storia ricorrendo a un aforisma o a una “verità eterna”, come nel caso di ‘Anna Karenina’ di Lev Tolstoj:

Tutte le famiglie felici si assomigliano, ogni famiglia è infelice a modo suo.

Tolstoj visse molto tempo fa ma in quanto a “furbizia” non aveva niente da invidiare ai moderni teorici dell’incipit. La frase introduttiva del suo romanzo gioca sul contrasto felice – infelice e il lettore si chiede: ma questa famiglia allora è felice o non lo è? E se il lettore si pone domande, l’hai già conquistato.

La prima frase dell’incipit di ‘Anna Karenina’ è una premessa, non catapulta chi legge nel pieno dell’azione, e anche una promessa, perché promette che, continuando la lettura, arriveremo a scoprire se quella famiglia è felice oppure no. In ogni caso, è un incipit che incuriosisce il lettore.

Proprio l’incuriosire è uno degli obblighi di un incipit e lo possiamo notare meglio ne ‘La metamorfosi’ di Kafka:

Gregor Samsa, svegliatosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo.

Tu leggi per la prima volta questo libro e ti chiedi: com’è possibile che uno vada a dormire e la mattina seguente si risvegli tramutato in un insetto? Normale che ti venga voglia di leggere il seguito. Fra l’altro qui Kafka oltre a incuriosire i lettori non la prende larga, non inizia dicendo “C’era una volta un signore chiamato Gregor Samsa che…”, lui ti mostra il protagonista nel suo letto e ti dice che è diventato un insetto: un tipico esempio di inizio “in medias res”. Questo è quello che rende persone come Kafka degli innovatori e sai perché? Perché l’arte e la scrittura sono un laboratorio perenne, e chi ci opera sperimenta tutta la vita, spesso anticipando i tempi.

Ci sono altri modi per cominciare un racconto, ad esempio rivolgersi direttamente ai lettori – come il “Chiamatemi Ismaele” di ‘Moby Dick’ – e addirittura con un dialogo che ci proietti nel vivo della vicenda:

Risaliamo?

No. Anzi, scendiamo!

Peggio ancora, signor Cyrus. Precipitiamo! Dio mio, scaricate zavorra!

Cos’ha di speciale questo incipit? Prima di tutto, inizia “in medias res”, nel mezzo di una situazione piena di tensione. Questa tensione viene trasferita al lettore che si domanda cosa diavolo stia accadendo e, inoltre, la scelta del discorso diretto conferisce un magnetismo ancora più accentuato alla storia: non è l’autore che ti sta invitando ad andare avanti per vedere cosa succede, sono i personaggi a farlo, anzi loro per primi non sanno cosa accadrà. Hai riconosciuto quest’ultimo incipit? È ‘L’isola misteriosa’ di Jules Verne, un altro genio visionario che possiamo considerare un pioniere dell’incipit a effetto.

Un ottimo modo per attirare l’attenzione dei lettori è “sfidarli”, proponendo un inizio scioccante o una provocazione. Pensa ad esempio a ‘Lo straniero’ di Camus:

Oggi è morta mia madre. O forse ieri, non lo so.

Che persona è questa che non si ricorda quando è morta sua madre? Chi è il protagonista/narratore di questo romanzo? Ancora una volta, domande, e dove ci sono domande c’è curiosità. Cioè interesse a leggere la storia.

In conclusione, ricorda che l’incipit del tuo romanzo dovrà incuriosire il lettore, fargli porre delle domande e venir voglia di continuare a leggere.

Parliamo adesso di explicit, ossia del finale. Scrivere un finale degno è difficile quanto o addirittura più che scrivere un buon incipit. Se all’inizio devi guadagnarti la fiducia di un lettore che non ti conosce, il finale è delicato perché sei stato in grado di catturare una persona portandola a leggere la tua storia dall’inizio alla fine. Il tuo romanzo non l’ha stancata, ma ora devi chiudere in bellezza perché il rischio più grande è deludere il lettore che si era fidato di te fino a quel momento.

Se parli con un fan di Stephen King, sta’ sicuro che ti dirà che il finale di ‘It’ – uno dei miei romanzi preferiti – è la cosa più deludente che abbia mai letto. Parafrasando una nota pubblicità, posso dirti che un finale è per sempre e se il lettore alla fine resta con l’amaro in bocca, del tuo romanzo ricorderà la delusione delle righe finali.

Per le stesse ragioni viste prima – i tempi sono cambiati – così come non puoi far cominciare una storia con “C’era una volta”, non puoi terminarla con “e vissero tutti felici e contenti”.

Certo, il finale conclude una storia, ma devi sempre tenere a mente una cosa importantissima: il finale non è la fine. Non è la fine del libro, è solo un finale, il tuo modo di smettere di raccontare la storia. Una storia, se è di valore, continuerà a vivere anche dopo il finale, la gente ne parlerà, ci sarà passaparola, magari qualche lettore fantasticherà sui personaggi e questi potranno perfino sopravvivere alla vicenda narrata nel libro. Le peripezie di Ulisse, di Frodo Baggins o di Emma Bovary sono terminate da un pezzo, ma possiamo dire che questi personaggi siano finiti all’ultima pagina del libro?

È chiaro che il finale debba assolvere a una funzione principale, quella di risolvere i conflitti su cui è incentrata la storia, ripristinando il “famoso” equilibrio rotto all’inizio o ponendo le basi di un nuovo equilibrio. Ma non sempre i finali chiudono il cerchio di una storia. A tal proposito possiamo osservare tre categorie di finali:

  • Finali chiusi. Sono quelli in cui tutte le domande della storia hanno trovato una risposta esaustiva;
  • Finali aperti. Vanno assai di moda oggi e lasciano alcuni dubbi sulla storia, alcuni elementi irrisolti o ambigui;
  • Finali circolari. In questo caso la storia torna al punto di partenza, cioè incipit ed explicit coincidono. Sono difficili da realizzare e gli espedienti più comuni sono il flashback, pensa a ‘Fight Club’ di Chuck Palahniuk, oppure sfruttando la “naturale” ciclicità degli eventi.

Anche il finale deve colpire il lettore ma, a differenza dell’incipit che lo colpisce per invogliarlo a leggere il seguito, l’explicit deve lasciare qualcosa al lettore. Fargli apprezzare la storia dall’inizio alla fine, ed evitare che il lettore pronunci la tipica frase che anche tu avrai mormorato qualche volta: «Speravo in un finale diverso».

Non ci sono regole d’oro per scrivere un buon finale, ma posso dirti che l’ironia è un ingrediente sempre valido:

Era una bella storia. Peccato che nessuno la venga a sapere.

Non crederti l’unico autore di storie a questo mondo. Prima o poi qualcuno, più bugiardo di Baudolino, la racconterà.

Questo è l’explicit di ‘Baudolino’, di Umberto Eco. E mi viene da sorridere, anzi immagino il buon Eco sorridere mentre scriveva quelle parole, mentre faceva dire a un suo personaggio che qualcuno più bugiardo, cioè lo stesso Eco, avrebbe raccontato quella storia.

Oppure pensa a José Saramago, che ne ‘Le intermittenze della morte’ ha giocato con il lettore dall’inizio alla fine giacché incipit e finale coincidono parola per parola:

Il giorno seguente non morì nessuno.

E a proposito di giocare, che dire allora di ‘Se una notte d’inverno un viaggiatore’ di Italo Calvino? Ecco il suo incipit:

Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo ‘Se una notte d’inverno un viaggiatore’ di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!» Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: «Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!» O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace.

E questo il suo explicit:

E tu: «Ancora un momento. Sto per finire Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino.»

Non lo trovi geniale? Io adoro il rapporto che si instaura fra l’autore e i suoi lettori, è un imparare a conoscersi anche se non di persona. Io avverto proprio la necessità fisica di “conoscere” i miei lettori, ho bisogno di loro e per loro io scrivo. Ed è per questo che nel mio piccolo cerco di giocare anch’io con chi mi legge. Nei libri che ho pubblicato e in quelli che verranno spesso “fermo la narrazione” rivolgendomi al lettore in prima persona. E a proposito di finale, eccoti l’explicit di ‘Ci siete mai stati a quel paese?’, uno dei miei romanzi, 2017:

Il fatto è che mi sono divertito a raccontarvi queste vicende, per cui lascio la porticina socchiusa: si sa mai che il libro vada bene e mi venga voglia di scriverne il seguito. Affinché ciò avvenga, andate e moltiplicatevi, miei amici lettori, e diffondete il Verbo. Ma anche gli aggettivi.

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William Silvestri

Autore William Silvestri

Autore, formatore e direttore editoriale di Argento Vivo Edizioni. Prima di entrare nel mondo dell'editoria ha pubblicato i romanzi 'Divina Mente', 2011, 'Serial Kinder', 2015, e 'Ci siete mai stati a quel paese?', 2017, oltre al saggio esoterico 'Chi ha paura del Serpente?', 2015.