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Liberiamo la Cultura

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Oriana Fallaci


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Cultura significa anzitutto creare una coscienza civile, fare in modo che chi studia sia consapevole della dignità. L’uomo di cultura deve reagire a tutto ciò che è offesa alla sua dignità, alla sua coscienza. Altrimenti la cultura non serve a nulla.
Oriana Fallaci

È fuori ogni discussione che la pandemia abbia comportato, in alcuni settori del lavoro e dell’economia, sofferenze e situazioni a rischio.

Se guardiamo ai beni e alle attività culturali il colpo ricevuto è stato forte; quanto assestato ha sicuramente prodotto un’agonia e necessiterebbe, ora più che mai, una valutazione coerente sia dell’impatto sui luoghi in cui essa si esercita, sia sulla loro fruizione, così da proibire che la crisi possa spegnere iniziative e soggetti, minando ulteriormente la struttura sociale dell’intero Paese.

C’è un’evidente urgenza di mettere a fuoco le criticità e le esigenze delle attività condotte dalle piccole e medie imprese culturali e creative, dai liberi professionisti, tecnici ed artisti nell’ambito del patrimonio culturale, del teatro, del cinema, della musica e dello spettacolo.

L’impatto dell’emergenza sanitaria, le esigenze ma anche le opportunità del settore impongono una riflessione su nuove progettualità che le istituzioni, al momento, non mostrano di avere.

Didattica, accoglienza e fruizione museale, organizzazione di eventi espositivi, turismo, archeologia preventiva e pianificazione, ricerche, prospezioni e scavi archeologici, cinema, spettacolo, e tutti gli attori coinvolti saranno i protagonisti della discussione.

È chiaro che istituzioni ed enti locali debbano cercare obbligatoriamente, insieme agli operatori culturali, di avviare misure di sostegno e politiche di rilancio per l’intero comparto. L’assistenza pubblica diventa necessaria anche solo per sollevare da terra dopo questo tsunami, ma sarebbe grave limitare il proprio intervento al gettone o al ristoro.

Il compito principale di uno Stato è quello di ottimizzare ogni occasione, creare dinamicità e sviluppare un impianto in cui il contributo anche del singolo sia incanalato verso rinnovamento e nuova consapevolezza.

Sulla prima serve sia l’innovazione tecnologica che di pensiero, così da autorizzare l’avvio di quella risposta necessaria per far ripartire l’Italia. Sognare il digitale nella Cultura come nuova normalità della fruizione delle esperienze potrebbe essere un passo diverso ma utile. Sulla seconda, bisogna richiamare uno spirito di collaborazione che vada oltre l’ostacolo della passività addomesticata a cui ci stiamo abituando. Servono focalizzazione, volontà di impresa e ricerca creativa.

Secondo Joseph Schumpeter, la

burrasca di distruzione creativa

descrive il

processo di mutazione industriale che rivoluziona incessantemente la struttura economica dall’interno, distruggendo senza sosta quella vecchia e creando sempre una nuova.

Ecco, quindi, che per svecchiare sistemi e modi di pensare, ideare, con la nostra italica inventiva, qualcosa di nuovo per ripartire, è necessario inserire l’incentivazione fiscale all’interno di un sistema di promozione e sostegno di questo ramo dell’economia ad opera dello Stato, per renderlo effettivo e per sviluppare effetti positivi sul PIL, che, a cascata, potranno propagarsi su tutte le filiere interconnesse.

Ad oggi si evince che la Penisola stia rinunciando alla cultura, alla propria identità e, quindi, al futuro. Non possiamo più accettare l’indifferenza, il degrado, la barbarie sociale che subiscono la nostra comunità e i nostri territori.

L’Italia, da anni, non ha una strategia di sviluppo e una politica per quello che dovrebbe, invece, essere il suo punto di forza: dilaga un disinteresse mortificante che ne ha umiliato il valore, colpendo ogni forma di educazione ad essa, azzerandone produzione, tutela, promozione e senso di responsabilità.

La nostra identità nazionale è costituita, inscindibilmente, su un’eredità unica al mondo, che non aderisce ad un passato da celebrare, ma è un elemento importantissimo per vivere il presente e organizzare un futuro di prosperità, provato sulla capacità di concepire conoscenza ed innovazione più che sullo sfruttamento del turismo.

Invece, non si riconosce che la cultura produca benessere e, soprattutto, consenta un’inclusione sociale efficace e garbata.

Oggi dovremmo avvertire l’urgenza di un impegno programmatico in primis dalle istituzioni poi da ognuno di noi.

Ad esempio, sarebbe conveniente promuovere la creazione di istituzioni culturali stabili anche nelle aree del Belpaese che ne sono prive – in particolare al Sud, dove perdura un grave svantaggio di opportunità – attraverso programmi costitutivi di finanziamento che mettano interamente a frutto le risorse comunitarie; rinforzare o generare formule innovative per la loro gestione attraverso il sostegno all’imprenditoria giovanile.

Concretizzare la cooperazione, incoraggiare il coordinamento funzionale e la progettualità integrata fra livelli istituzionali che hanno giurisdizione sui beni culturali, restituendo alle attività culturali fra le funzioni indispensabili dei Comuni e introducendo fra le funzioni la competenza sulle reti culturali di area vasta.

Con la pandemia, il settore è rimasto decisamente bloccato. Come in una bolla, nel pieno disinteresse, non abbiamo compreso che si poteva e si doveva difendere questo estremo baluardo della nostra libertà intellettuale.

La cultura deve essere liberata, proiettata nel futuro. Essa guarda al mondo politico e alle sue riforme per uscire da una drammatica impasse: l’attuale stratificazione giuridica si riverbera sull’occupazione, oltremodo su quella dei giovani, impendendo loro, attraverso il vuoto burocratico, di entrare a farne parte.

È evidente che il Covid-19 si infili in una crepa già aperta che trascinerà questo sistema al fallimento. Occorre reinserire i musei e il patrimonio culturale all’interno del controllo pubblico, con risorse salde e personale formato e qualificato; i beni culturali, legati al Turismo, sono decisamente succubi delle logiche mercantili e delle crisi del mercato.

Se crollasse il comparto vi sarebbero gravi conseguenze sul piano sociale: ci troveremmo di fronte ad una forte perdita di posti di lavoro e il sistema non reggerebbe l’urto micidiale.

Uno dei passi da fare nell’immediato potrebbe essere quello di concretizzare politiche di ampio respiro con una prospettiva diversa che debba obbligatoriamente imparare da quanto è accaduto durante la pandemia, inventando scenari che vadano oltre il consueto con un’impresa culturale a fattore nazionale, incentivando nuove forme virtuose di partnership, sperimentando una sostenibilità creativa di finanziamento anche delle politiche pubbliche.

Non capire che lasciando in agonia la cultura stiamo distruggendo il futuro dei nostri figli è imperdonabile: le prossime generazioni si troveranno a vivere con il rischio di “pensare alla cultura” come a qualcosa di ininfluente, di superficiale e di preistorico.

La cultura è imparare a leggere, a scrivere, a capirsi e ad innamorarsi.  È un elemento chiave del nostro vivere in comunità e della coesione del nostro Paese, il fattore più ragguardevole della nostra formazione e della nostra riconoscibilità oltre che della nostra memoria e di quella Storia che merita veramente la s maiuscola.

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Massimo Frenda

Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974.