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L’animale è un uomo politico

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Uomo politico: Aristotele e Platone


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Nei giorni che hanno preceduto il referendum e le elezioni regionali, finalmente la vera politica, quella determinata dalle scelte democratiche del popolo e da una più ampia dinamica di confronto tra le parti, quella dei rappresentanti e quella sociale elettrice, è tornata, non senza la consueta mimica rattrappita e non senza l’abituale scempio da circo Barnum che, spesso, l’accompagna, ad essere il punto di interesse nazionale, attirando la dovuta partecipazione collettiva dei mass media e della gente comune.

La politica non è che sia mancata, diciamocelo; è stata guardata, pretesa, attesa, calunniata, offuscata ma, soprattutto, incompresa nel corpus covidiano che abbiamo vissuto da febbraio ad almeno fino allo stop al lockdown.

La scienza e la medicina sono stati gli oracoli dei mesi scorsi: a loro ci siamo aggrappati, a loro abbiamo chiesto aiuto, appellandoci ai progressi scientifici e scoraggiandoci di fronte al nulla ideologico di alcuni baroni virologi, infettivologi ecc. che hanno illuso e poi disilluso la massa.

La politica era una costola di quello scheletro che quotidianamente andavamo ad analizzare. La politica doveva aspettare e valutare dopo il parere, dopo il consulto.
Il bollettino delle 18:00 era l’indicatore sul quale si sarebbero mosse le scelte governative.

La scienza è stato l’ago della bilancia, nonostante certi show di alcuni suoi adepti e malgrado la vulgata del momento si dividesse tra il più esperto e il più cialtrone, tutti abbiamo affidato alla medicina le nostre migliori speranze e la possibilità che non tutto finisse come il peggiore degli incubi.

Siamo stati democraticamente figli della cultura italiota: la nostra politica ha dato la risposta che, sia sul piano concettuale che fattuale, tutto il mondo occidentale si aspettava fornisse. Ha governato provando a superare il dispotismo teorico – pratico di alcuni filoni partitici, affrontando le accezioni e le variazioni con la cautela del porcospino, sfiorando il filo spinato delle incertezze e delle incognite aggressive e terroristiche almeno sulla parola.

La politica ha cercato di non sperperare la (poca) credibilità che si era conquistata, manifestando una dialettica comprensiva a tutti e provando ad arginare gli squilibri e le angosce che si stavano annidando nella mente e nel cuore di tutti. Bisognava capire e agire, analizzare ed intervenire.

Insomma, una partita dura nella quale bisognava battere un pericoloso e viscido nemico e che non si poteva oscurare con il burocratese di un decreto legge.

In questa direzione si definisce anche lo scopo della politica, come quello di orientare i cittadini verso una vita riuscita e felice, formando e indirizzando tramite l’educazione le loro passioni e la loro percezione per discernere ciò che è bene da ciò che è male, il giusto dall’ingiusto.

Proteggere le virtù e la vita dei suoi cittadini rientra nell’assoluto e primario compito della politica: in questo senso è indispensabile perché è il frutto dell’equilibrio tra individualismo e collettivismo, tra sviluppo e partecipazione, tra dovere e diritto.

Quelli che hanno in animo di occupare le più alte cariche di governo devono possedere tre doti: innanzitutto, attaccamento alla costituzione stabilita, in secondo luogo una grandissima capacità nelle azioni di governo, in terzo luogo virtù e giustizia.
Aristotele 

Il termine politica è la trascrizione dell’aggettivo politikè. Techne politikè è la teoria della polis, spazio della vita collettiva dei Greci. In questo ambito vanno disposte le esplicitazioni aristoteliche dell’uomo come zoon politikon, uomo politico, e zoon logon echon, uomo dotato di parola: essa è infatti l’elemento sostanziale alla creazione di uno spazio comune di intelligenza e di dibattito, senza il quale la società vivrebbe in modo subordinato e non egualitario o gerarchico.

Ha senso la politica oggi o meglio che senso possiamo dare alla politica in un mondo sull’orlo della crisi di nervi dove giganti e pigmei danzano osceni e nudi?

Aristotele afferma in diverse occasioni che l’uomo è «per natura un animale politico», contrassegnando in maniera decisiva la storia del pensiero politico occidentale. Il filosofo greco di Stagira sostiene che il vivere in accordo non è solo scandito da esigenze materiali perché anche se l’uomo avesse tutto ciò di cui ha bisogno e fosse autonomo, tenderebbe lo stesso agli altri.

Gli uomini si riuniscono anche per interesse, per avere utilità: in un vantaggio che governa le arroganze e il disprezzo reciproco e che si finalizza in una conquista di lusso, dove tutti appoggiano il pensiero dominante e in qual contesto ognuno trova il suo spazio migliore per credere, comandare o concordare la ragion di stato.

L’uomo è nella politica il quid del mutamento e della necessità, a mio personale avviso: il fulcro dell’azione sulla quale si muove il caos dell’idea. Senza uomo e senza la sua deriva non esisterebbe la politica che trova la ragione del suo esistere nel delirante ed inappagabile disordine e illogicità che emana il furore e l’energia del suo spirito.

Avrebbe senso la politica in un mondo ordinato e virtuoso?

Credo che la politica debba investire nel motus hostili, in quello che io definirei la variazione del tema aristotelico: l’animale è il centro del movimento vitale e diviene uomo solo quando la politica accorre e si schiera, purificando il negativo con il positivo, l’ingiusto con il giusto, l’ignoranza con la conoscenza.

Le teorie politiche sono categorie naturali e, anche se dedotte, nascono dall’intreccio e dall’interesse, dalla passione e dall’intelligenza dell’instabilità esistenziale e materiale dell’uomo.

Non si dia per scontato con amara ambiguità che così muore l’arte della retorica, l’arte ciceroniana del persuadere, o così si annulli il pensiero platonico dove la politica si ardua nel vagliare gli effetti alla luce della condizione della polis in cui lo Stato deve rendere grande l’uomo.

Le formiche e le api sono giustamente considerate da Aristotele “animali politici”, l’errore è quello di considerare “animale politico” anche l’uomo.
Thomas Hobbes – Leviatano

Paragonando i comportamenti degli animali che vivono “in società” con quelli degli uomini, Hobbes consolida la sua convinzione: l’uomo è un essere asociale. Per il filosofo di Westport ogni uomo è contagiato da una bramosia naturale che lo porta a voler beneficiare da solo di quei beni che dovrebbero essere della comunità. Per Hobbes, quindi, l’uomo è un animale tirato meccanicisticamente da tendenze egoistiche.

L’uomo è legato all’istinto e da esso deriva l’urgenza organizzativa come un processo graduale e convenzionale ma necessario ed autentico. L’istinto naturale dell’uomo lo porta a rifugiare dal male che può generare, cioè la morte violenta, e poiché lo stato di guerra continua non può che terminare con la distruzione dell’umanità, dall’esperienza e dalla volontà di vivere il futuro egli adotta la legge e quindi la civiltà, affermando anche il bisogno della Politica.

La stessa democrazia è il fine ultimo del caos e del disordine che genera l’animale prima di trovare il suo mezzo politico ed è evidente che la necessità di tenersi legato a gruppi germoglia così dalla preoccupazione reciproco o dal bisogno, non certo dalla benevolenza.

Elemento essenziale nel congegno della politica democratica è il “politico professionista” moderno che “vive per la politica”, ma anche “della politica” secondo la celebre formula di Weber, sorretto dal favore di un’organizzazione di partito che gli può garantire protezione e continuità nel tempo.

E allora che la stabilità e l’ordine nel sistema politico vanno rintracciati in una scala di valori che si pongono oltre l’ambito costituzionale in quanto, spesso, tutti i sistemi governativi storici hanno dato cattiva prova di sé e sono risultati ugualmente condannabili.

Il timore fluisce dall’uguaglianza naturale degli uomini, che li porta a desiderare le medesime cose, e dalla competizione che proviene dagli ostacoli e dall’inadeguatezza di beni.

È paradossale che proprio oggi si alimenti un confronto negativo nei confronti della politica: un sentimento che si materializza sotto le forme della protesta e del disprezzo, del non riconoscersi e del rigetto verso la possibilità di intervento o di influenza sulle decisioni da prendere.

Paradossale perché viviamo in un’epoca dove la democrazia si è evoluta e dove si confermano le tutele ampie sulla libertà di espressione, di associazione e di azione dei cittadini.

Forse, perché anche l’animale che è in noi, seppur sedato o ammaestrato, ha ancora un DNA selvaggio e da predatore che rivendica la sua reale essenza.

Il prezzo pagato dalla brava gente che non si interessa di politica è di essere governata da persone peggiori di loro.
Platone 

 

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Massimo Frenda

Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974.