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'Squid Game'


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Quando sono tornato qui, ho capito che quello che dicevano era vero. La vita qui è un inferno perfino maggiore.
Oh Il-nam n. 001 

Lo confesso: l’ho vista pure io. In lingua originale e con i sottotitoli in italiano. Senza potermi alzare dalla sedia o distrarmi un attimo. Se lo avessi fatto sarei stato costretto a fare un rewind continuo.

Non ci si può distrarre, forse anche da questa sua resa ipnotica, da questo obbligarci a fissare gli occhi su quelle tute stile anni 80, ad ascoltare il lamentoso e stridulo parlato coreano, vi è la base di un successo inatteso, esplosivo e senza precedenti.

La serie in lingua originale di Netflix più vista nel mondo: qualcosa di inverosimile se pensiamo che si tratta di un prodotto non inglese o spagnolo, bensì asiatico.

È un k-drama, ovvero una serie prodotta nella Corea del Sud, patria del lontano Oriente con un settore dell’intrattenimento vivace e variegato.

Diciamolo pure, lo streaming ci ha aperto un mondo, quello delle serie sudcoreane seguitissime in patria e popolari anche da noi – nonostante i sottotitoli – dove sono nate community e gruppi di appassionati.

Ha battuto il record per il miglior esordio sulla piattaforma Netflix, con oltre cento milioni di case raggiunte in tutto il mondo in meno di un mese.

Meglio di ‘La casa di carta’ o ‘Lupin’, altri due successi non statunitensi prodotti da Netflix.

‘Squid Game’, letteralmente ‘il gioco del calamaro’ è una serie sudcoreana scritta e diretta da Hwang Dong-hyuk.

L’incipit è molto semplice, ma come tutte le produzioni sudcoreane che si considerano, ovviamente occulta un significato e un contenuto molto più profondo e articolato.

La serie, formata da nove episodi, narra la storia di un gruppo di persone che osano la vita in un mortale gioco di sopravvivenza, che ha in palio un montepremi stratosferico. Rinchiusi in un luogo ignoto ci sono 456 persone con gli stessi problemi: ognuno di loro scopre un ambiente fatto di violenza e sorveglianza. È un non luogo dell’anima dove la disperazione è una estrema afflizione.

Il segreto del successo di ‘Squid Game’ è legato ad una verità singola ma perfida al punto stesso: le regole e dinamiche del crudele gioco al centro della trama sono banali ma terribili, non ci vuole molto a comprendere il fine e a temere il piacere stesso della paura. Tipico di chi vive in una tradizione culturale a cui il pubblico occidentale è stato storicamente poco esposto, fuori l’ordinario dell’equilibrato politicamente corretto che sta corrompendo ogni animo, anche il più pagano possibile.

‘Squid Game’ è politica e geografia contemporaneamente, un aggancio al virtuale bisogno di vivere la realtà riempiendo di rabbia la povera illusione di essere inutili nel pensare e utili nel percepire. È la proiezione di un’epoca che graffia il suo periodo industriale, il peggiore. Dove la globalizzazione ha assunto un marketing feroce e dove gli abitanti sono tanti piccoli Pikachu. Mostri dalle sembianze di derelitti che spasimano nelle strade bagnate da una pioggia stile ‘Blade Runner’, in cerca di una rivincita per una sconfitta persistente della loro vita ai bordi di ogni cosa.

Indubitabile che i concorrenti si sfidino gli uni contro gli altri, ma soprattutto contro se stessi e i propri limiti e fantasmi. È garantito che, appurato il successo della serie, saranno sicuramente pubblicati numerosi studi per analizzarne il senso, la percezione che ne hanno i giovani, inevitabilmente diversa da quella degli adulti, e l’estetica.

Ci aspettano gadget, tute e maschere che richiamano il merchandising ma anche vagonate di libri sulla storia, la filosofia e la politica derivanti da questo prodotto. Uomini e donne fallite, sopravvissute, sconfinate, annullate e brutalmente messe in gioco da un meccanismo perverso da cui ne esce vittorioso solo uno.

Combattuto tra il folcloristico ‘Banzai’ di ‘Mai dire goal’ e ‘Parasite’ che a tutti gli effetti è una commedia umana, fortemente imbevuta di contemporaneità, dove il dramma è dentro ad uno squallido appartamento, sito nel seminterrato di un palazzo, e dove i protagonisti sono molto legati tra loro, ma senza un soldo in tasca né un lavoro né una speranza per un futuro roseo.

‘Squid Game’ è anche un invito a concentrarsi su se stessi per superarsi. Nonostante il dolore e la morte, i partecipanti vedono in questi giochi un’ancora di salvezza.

Il fascino maledetto, se così vogliamo valutarlo, di ‘Squid Game’, consiste nell’attrarre il pubblico in una trappola, proprio come succede ai personaggi malandati, una trappola violenta, sciagurata, imprevista e, a volte, scontata, ma che alla fine contagia in tante sensazioni e in vari significati nascosti con simbologie di inquietante interpretazione per chi vuole scampare alla dura realtà che è l’esistenza.

Vi sono due fattori shock: il primo, senza ombra di dubbio, è la violenza, ma il secondo è quello culturale, ovvero la lente attraverso cui la televisione e il cinema sudcoreani parlano di società e capitalismo.

Il cuore dell’essere umano viene messo a nudo e sviscerato nel minimo dettaglio, lanciandoci in una fruizione del tutto nuova. Perché, alla fine, sopravvivere in una società capitalistica rende disumani: sembra questa la massima finale a cui aspirano gli autori. È la tesi di fondo che diventa sempre più evidente con il tempo e si paventa con un crescendo ossessivo alla fine quando anche la paura si sottomette al terrore per vincere l’esistenza stessa.

I debiti, il lavoro perso, i crimini sono nulla al cospetto della probabilità forte di morire, allora anche l’estrema ratio è un anelito di speranza che soffia in un barlume di lucida follia atavica. Si vive per morire nel miglior modo possibile dice la società dei ricchi, si vive per morire anche senza dignità ghigna quella dei poveri.

Tu ti fidi ancora delle persone?
Oh Il-nam n. 001

L’egoismo è la natura dell’uomo non una sua parte. E l’egoismo feroce è costruito come una Babele capitalista. Nella serie di giochi a cui i partecipanti sono costretti a sottoporsi c’è un clima di fiducia a ore: il plumbeo sentore che, prima o poi, deflagrerà un conflitto sociale.

Ci sono schieramenti e leader, ci sono tradimenti e riappacificazioni, c’è la mano che pugnala e la mano che abbraccia, la voce che perdona e la logica che ti annienta. Nulla è come sembra eppure tutto è un déjà-vu che annichilisce.

La metafora è diretta e semplice allo stesso tempo: le persone, quando giocano in coppia, fanno affidamento sempre a qualcuno, si consegnano all’altro: è l’unico modo, l’unico sistema che però li costringe ad andare uno contro l’altro. Perché alla fine solo uno vince ed è quello che sopravvive ad ogni gioco, perdendo anche l’ultima verginità rimasta. Asciugando il sangue di chi è morto su un volto affogato da una pioggia che non laverà mai l’anima e che pretenderà sempre una vendetta ed un ritorno.

Come nella vita, quando si ritorna alla realtà dopo che si è sopravvissuto nel virtuale bisogno di essere, a prescindere, diversi da quello che siamo o sperando di vincere qualcosa che faccia cambiare la strada al nostro destino.

Come un gioco ma solo per adulti, perché certe regole di ingaggio meglio ‘tenerle fuori dalla portata dei bambini’ o dei sognatori.

Non ci si fida delle persone perché se lo meritano. Lo si fa perché non hai altri su cui contare.
Seong Gi-hum

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Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974.