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Ferie d’agosto

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Ferie d'agosto


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Agosto per gli italiani fa da sempre rima con vacanza. È come un culto, una religione a cui ci affidiamo con la consapevolezza di chi può fare a meno di tutto tranne che dell’abluzione in un mare o della passeggiata in un bosco tesa a purificarsi dalle tensioni accumulate nel corso dei mesi che l’hanno anticipata.

E quest’anno abbiamo immagazzinato così tanto che non sappiamo se scegliere di staccare la spina e tuffarci via dallo stress o se riconquistare il tempo perso nel periodo del lockdown e dedicarci al lavoro per cercare di recuperare anche a livello economico il tempo “sospeso”.

Le ferie sono un naturale bisogno fisiologico dell’essere umano. In tutte le culture antiche, i tempi per il riposo erano sacri. Alternare il lavoro con il riposo permette di essere più efficienti e concentrati, raggiungendo migliori risultati in meno tempo, e quindi mantenere un alto livello di produttività.

Certo, agosto dona sempre la sensazione, anche ambigua, di essere un mese precario, un mese senza né arte né parte, un mese dove l’otium a cui si dedicavano gli antichi romani non ha nulla a che vedere con quello praticato dai contemporanei. L’otium era inteso come la cura di sé e della propria intima saggezza, che passava attraverso la contemplazione e lo studio. In questo senso fu considerato da molti il padre della filosofia.

Per Orazio era l’unico modo per raggiungere la felicità purché praticato nella assoluta libertà e senza il bisogno di ambire a qualcosa o a qualcuno; per Cicerone era importante come il negotium ovvero la pratica negli affari commerciali, l’occupazione ai propri interessi.

Bene, oggi l’ozio vacanziero è più uno stimolo ad ibernare i buoni propositi, a congelare i progetti più significativi, a blindare le urgenze più impegnative, per abbandonarsi al più carnale e voluttuoso piacere del dimenticarsi di sé. Diciamo un vivere incosciente in uno stato di apatia, che arriva a legittimare la voglia di mettere da parte ogni eventuale criticità che richieda tempo ed azione per smaniarsi in un godere passivo del puro dolce far nulla.

E si vive combattuti tra la ricerca caparbia di trovare un equilibrio e il desiderio compulsivo di scivolare nel fangoso brodo dei propri vizi. È una passività corrosa che, se utilizzata bene, può essere portatrice di utili riflessioni e, quindi, consentirci di renderci migliori non appena l’agosto farraginoso passerà. Ma questa è la migliore delle ipotesi.

Le origini delle ferie ad agosto sono da ricercare in epoca romana, e ricordiamo che anche il Ferragosto lo dobbiamo a loro: la parola deriva dal latino feriae Augusti, riposo di Augusto, in onore di Ottaviano Augusto, da cui prende il nome il mese di agosto, un periodo di festeggiamenti e di risposo per tutti i cittadini istituito dall’imperatore nel 18 a.C..

Ricordiamo anche che agosto anticamente era denominato sextilis, il mese fu battezzato “augustus” dal Senato romano, nell’anno 8 a.C., in onore sempre dell’imperatore Augusto. Il Senato aggiunse un giorno alla durata di agosto, levandolo a febbraio, per renderlo uguale a luglio, dedicato a Cesare.

L’abitudine a “festeggiare agosto” verrà poi ingrandita e sostenuta durante il regime fascista. Molte industrie italiane si adatteranno a questa abitudine e/o sollecitudine favorendo le ferie nell’ottavo mese dell’anno.

Lo Stato che per primo idealizzò un periodo di ferie “pagate” esteso a tutti i lavoratori fu la Francia; il progetto di legge fu presentato e approvato nel 1925; ma la legge venne promulgata dal Front Populaire solo undici anni dopo nel giugno del 1936.

Il fascismo si ispirò ai cugini d’Oltralpe quando istituì la Carta del Lavoro del 1927 che decretava infatti il diritto “dopo un anno di ininterrotto servizio” a un periodo di “riposo feriale retribuito”, art. 17.

Da sempre, quindi, per gli italiani agosto è sinonimo di ferie, di staccare la spina, di freezare i problemi e godersi della brezza marina magari passeggiando sulla spiaggia o facendo interminabili escursioni in montagna in cerca di una serenità dispersa nei meandri di una vita stressante.

L’estate è il nostro bignami salva esistenza, ci permette di concentrare in un mese la voglia di sfrenarsi, di allontanare le tensioni e di giocare con se stessi; siamo la parodia di ciò che vorremmo essere, l’estate è il vestito più sincero che riusciamo ad indossare, la maschera che nemmeno a carnevale sappiamo metterci in faccia.

E rovesciando la verità, agosto è lo specchio delle nostre paure: la ripetitività degli eventi, la claustrofobica ambizione ad essere diversi nonostante il mausoleo che abbiamo costruito nel tempo alla nostra anima.

Il sole è pesante, ce lo sentiamo addosso, ci scioglie e ci annienta. Il mare è caos, urla, sabbia che serpenteggia ovunque, bruciore e voglia di annullare e tornare alla quotidiana squallida esistenza di tutti i giorni. Così è agosto, il mese che non diventa mai papa ma resta in conclave per trentuno giorni.

Questo mese è un buco in cui ci nascondiamo, le macerie che guardiamo in lontananza; ci sa togliere il respiro per il profumo di un mare immenso così come per il fetore dei vicoli incendiati dal calore. È il mese del molesto sudore così come dell’eccitazione tormentata, del flirt con la faccia che incrociamo la mattina nello specchio ma anche il brivido di febbre che ci percuote quando non riconosciamo più quel volto oppresso.

Vorremmo l’estate sempre ma poi speriamo che arrivi un temporale perché abbiamo bisogno della certezza della pioggia che ci restituisce alla normalità della vita, anche alla sua passività. Siamo a volte confusi perché ci trasciniamo arcaiche convinzioni che non attraverseremo mai la notte che ci portiamo dentro da quando siamo nati.

E allora che avvertiamo impulsivamente la natura selvaggia e ci costruiamo quell’abisso in cui cadere per ritornare nel caos da dove proveniamo. Ritornare nell’uovo della nostra origine, perché nessun posto è più rassicurante di casa nostra e niente ci fa star meglio di quando facciamo ritorno ad essa. In quel viaggio ritroviamo la scintilla che appiccò il fuoco e la memoria diventa un flashback lungo tutto il tempo del tragitto.

Alla fine, l’estate è un falò attorno alle verità che sappiamo, ci occorre danzare sfiorando le fiamme ma la mattina seguente vogliamo solo rivedere, magari casualmente, la sagoma incenerita della catasta di legno arsa. È la nostra sicurezza quella cenere, abbiamo intercettato la vita e la sua dionisiaca fugacità ma siamo stati prudenti nel riconoscere quando era il momento di rientrare.

Agosto è il mese che ci perdoniamo, annoiati, anche di essere stati al mondo.

Agosto, controluce a tramonti di pesca e zucchero
e il sole dentro la sera come il nocciolo nel frutto.
La pannocchia serba intatto il suo riso giallo e duro. Agosto.
I bambini mangiano pane scuro e saporita luna.
Federico García Lorca – Agosto 

Abbiamo bisogno, però, di agosto e del suo mettere l’anima in ammollo, questo conciliarsi con la parte più tollerante e barbara di noi stessi. Abbiamo necessità di scaricare la collera di una vita in costante tensione e pretendere cieli che fingono noia ma anche incantevoli bellezze passeggere. A costo di tediarci, di agitarci tra sogni evanescenti e inascoltati soliloqui verso un dio in ferie da noi stessi.

Sembra quand’ero all’oratorio
Con tanto sole, tanti anni fa
Quelle domeniche da solo
In un cortile, a passeggiar
Ora mi annoio più di allora
Neanche un prete per chiacchierar…
Paolo Conte – Azzurro

Le ferie di agosto di quest’anno poi avranno un sapore diverso. Se leggiamo i numeri ci dicono che 6 su 10 non ci andranno. L’emergenza sanitaria generata dal Covid ha lasciato un segno tangibile nei conti delle famiglie italiane. Secondo un’indagine l’11% degli italiani ha già esaurito le riserve personali, il 5% ne ha ancora per un mese e il 12% per altri due: questo significa che quasi un italiano su tre darà fondo ai risparmi personali entro la fine di agosto.

Insomma, per chi ci andrà sarà la conferma di un lusso o un rischio calcolato, per chi non ci andrà la conferma di una urgenza economica che va tenuta sotto controllo. Dopo agosto l’Italia potrebbe scoprirsi più abbronzata ma anche più povera.

Mi viene in mente Sergio Marchionne, indimenticato manager che salvò e cambiò la Fiat la cui scomparsa è avvenuta poco più di due anni fa.

Marchionne in un aneddoto poi divenuto virale, raccontò durante un intervento del 2013 all’Università Bocconi di Milano quanto segue:

Nell’agosto del 2004 perdevo cinque milioni di euro al giorno, sono entrato in azienda e in ufficio non c’era nessuno. Mi è stato detto che il personale era tutto in ferie, e io mi son chiesto ma in ferie da cosa?
In un’azienda che fondamentalmente è una multinazionale, in Brasile e in America in agosto si lavora, ma la FIAT chiudeva.

Anche questo atteggiamento provinciale, cioè che noi siamo la FIAT, e stabiliamo quando il mondo va in vacanza, è una pirlata.

Ogni volta che sono con gli americani, mi parlano benissimo dell’Italia, dicono che è bellissima, che amano andarci in vacanza; poi chiedo loro se vogliono investire nel Paese e rispondono di no.

Non si deve aggiungere altro per capire che, forse, nemmeno il Covid è riuscito a debellare il significato delle ferie di agosto per gli italiani. Ancora divisi tra chi vede questo periodo come un atteggiamento provinciale, superato e trash e chi, invece, resta legato indissolubilmente alla tradizione, come un totem innalzato a difesa di un privilegio indiscusso, e vive agosto come la migliore opportunità a dimenticare la vita e le sue ansie.

A voi la scelta.

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Massimo Frenda

Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974.