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E se il marxismo si evolvesse con Confucio?

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Quale sogno?


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… diffondendo il sogno cinese

Da più di un decennio in Occidente si è aperto un dibattito pubblico basato su opinioni che riguardano le divergenze in atto con l’Oriente nel mondo globalizzato, discussione innescata da una dialettica politica che si nutre di argomenti per lo più inerenti agli effetti sulle economie dei Paesi dell’ovest.

Lo scorso 12 maggio l’ex Presidente del Consiglio italiano D’Alema nel suo intervento al convegno ‘Etica e politica della globalizzazione’ dichiara:

(…) la destra americana è attratta da uno scenario di una nuova guerra fredda e l’Europa rischia la disfatta (…) Io penso che queste analisi non tengano conto di ciò che sta cambiando in Cina negli ultimi quattro o cinque anni, e cioè del fatto che sotto la guida di Xi Jinping sta avvenendo un cambiamento del modello cinese.

(…)

Una parte importante della cultura americana considera la Cina come una variante del modello sovietico. Questa secondo me è una lettura superficiale perché non tiene conto della storia cinese e di quanto il marxismo cinese si sia ibridato con il confucianesimo, con la cultura cinese. Di fatto il sistema cinese ha delle flessibilità che il modello sovietico non aveva. Il modello sovietico era anelastico e quindi a un certo punto si è spezzato.
Io penso che con la Cina dovremo fare i conti.

Quindi, la riflessione di D’Alema fa i conti con una visione più profonda di ciò che comunemente si crede sia una disputa solo di natura economica. L’emergenza sanitaria globale, che coinvolge miliardi di persone in questi ultimi mesi, sta acuendo questo dibattito, alimentando nell’opinione pubblica occidentale una antipatia collettiva verso l’Oriente, in particolare verso la Cina.

I miei studi di approfondimento professionale nel campo della antropologia applicata nella comunicazione di marketing, oppure sul Soft power impiegato per il Cultural placement nella Diplomazia Culturale, mi hanno spinto da tempo a credere che la Cina fosse una delle nazioni più attive ad applicare questi strumenti.

Strategie analoghe a quelle impiegate dagli Stati Uniti negli ultimi 60 anni, che hanno visto marchi simbolici della cultura americana come la Coca Cola o Mc Donald, riuscire a ‘suggestionare culturalmente’ i popoli di nazioni della vecchia ‘cortina di ferro’ proponendo il ‘sogno americano’ come un’alternativa al comunismo.

Dunque, riflettiamo anche noi, sarebbe davvero solo l’economia la causa principale di questo nuovo conflitto? Ci siamo mai fermati a riflettere sul fatto che probabilmente in queste due parti del mondo si presentano sostanziali differenze nel modo di vivere e, in generale, nell’approccio alla vita?

Abbiamo mai riflettuto sul fatto che questi diversi modi di vivere non sono determinati solo dalla topografia e dalle circostanze fisiche che svolgono un ruolo cruciale nella vita, ma anche, e forse soprattutto, dalle tradizioni antropologico culturali, dunque dai sistemi di pensiero che governano gli usi, i costumi, i valori delle principali società localizzate nella parte orientale e occidentale del globo?

Non sarà che forse il contrasto economico sia solo uno degli effetti di uno scontro ideologico tra diversi modelli economici, piuttosto che tra due modelli di concezione della vita?

Che cosa influenzerebbe questi diversi sistemi di pensiero? Se conosciamo il significato di filosofia, probabilmente risponderemmo la diversità tra le orientali e quelle occidentali che hanno influenzato nei secoli queste differenti civiltà.

È d’obbligo, quindi, riflettere un attimo su ciò che – nella sua semplicistica spiegazione – è la filosofia e come influisce ed induce le divergenze di pensiero tra le culture di società diverse.

Generalmente, è universalmente definita come “lo studio della saggezza o conoscenza dei problemi generali, fatti e situazioni connessi con l’esistenza umana, i valori, le ragioni e la realtà generale”. Lo scopo principale è quello di cercare ragioni, risposte e spiegazioni generali sulla vita e sui suoi fattori che la determinano e la condizionano. Pertanto, parliamo di scuole di pensieri. E se ne colleghiamo il significato all’argomento di questa breve riflessione, capiamo come i pensieri collettivi di culture diverse differiscono e si confrontano con le realtà, i problemi e le situazioni degli individui.

Dunque, il confronto si sviluppa su una mera questione economica come crede l’uomo comune oppure si basa su di un vero e proprio scontro culturale?

A questa domanda potrebbe rispondere l’Antropologia interpretativa, che, da quando si determina come disciplina di studio che afferisce alle scienze umane, si confronta in un dialogo ininterrotto con la filosofia.

Clifford Geertz, criticando il metodo dell’etnografia classica, riflette sull’importanza del confronto agonistico tra filosofia ed antropologia sostenuto nell’intento di trovare la forma di cooperazione e interazione più feconda fra due materie che

si occupano entrambe del pensiero e della vita dell’uomo nel loro complesso (…)  che si scambiano, spesso, scommesse di inattendibilità e reciproci rimproveri, ma possono unire le loro forze (…) per sconfiggere le paure.

Infatti, è la paura del diverso, di colui che non si conosce e non si riesce a comprendere, che spesso la storia ricorda come causa scatenante di conflitti, ecco perché il saper gestire le diversità risulta determinante.   

In cosa differiscono questi due modelli? La filosofia occidentale viene indicata come quella scuola di pensiero che ha origine nell’antica filosofia greca. Diversamente, l’Oriente fa riferimento a varie filosofie che hanno avuto origine nell’Asia orientale e meridionale tra cui quella cinese, giapponese e coreana che sono dominanti in Asia orientale e Vietnam, e quella indiana, compresa la buddista, predominanti in Asia meridionale, Sud-est asiatico, Tibet e Mongolia. La filosofia occidentale si evolve nelle sue radici originali con quella latina, romana, e con il cristianesimo, anzi, sarebbe meglio affermare con il giudeo-cristianesimo.

Per quanto di nostro interesse in questa riflessione, potremmo semplificare affermando che le filosofie orientali si ispirano principalmente all’induismo, al confucianesimo, al buddismo, principalmente mahayana, e al taoismo. L’attuale scuola di pensiero dominante in Oriente, così come viene percepita in Occidente, nel contesto dell’attuale gioco degli equilibri geo-politici-economici globali, è quella della nazione più popolosa ed economicamente competitiva in Asia: la Cina.

Le principali differenze si potrebbero sintetizzare in ‘Individualismo occidentale’ e ‘Collettivismo orientale’.

I focus delle filosofie orientali si concentrano molto di più nell’analisi dei “pensieri del gruppo raccolto in una società”, cioè nei pensieri e delle conseguenti azioni delle persone “intese come una cosa sola” al fine di trovare il significato nella vita;  mentre provano a sbarazzarsi del falso concetto di ‘Me’, trovando significato nello scoprire il vero ‘Me’ in relazione a tutto ciò che li circonda o come parte di uno schema più ampio.
Al contrario, la civiltà occidentale è più individualista, cercando di trovare il significato della vita ‘qui ed ora’ con il Sé al centro come un qualcosa di già dato, parte del Divino.

Il principio focale della filosofia orientale è l’unità cosmologica, il punto principale nel cammino della vita mentre si dirige verso la realtà eterna. Vita che ha un andamento circolare e la ricorrenza con tutto ciò che la circonda è importante. A differenza dell’Occidente, l’etica diventa virtù e si basa sul comportamento dell’individuo e la dipendenza corre dall’interno verso l’esterno. Il Sé interiore, però, deve essere prima liberato secondo il mondo che lo circonda, in cui l’autostima, l’importanza del Sé non hanno un significato reale.

La filosofia occidentale, invece, vede l’uomo come un elemento del Divino, si basa sulla ‘auto-dedizione dipendente dal mondo esterno finalizzata ad essere al servizio’: a Dio, alla comunità, agli affari e così via; estremizzando, la stessa natura viene intesa come al servizio dell’uomo il quale, a sua volta, è inteso al servizio di Dio.

Mentre in Oriente nell’unità cosmologica la vita è un viaggio verso realtà eterne che vanno oltre le realtà che ci circondano in una “visione circolare basata sull’eterna ricorrenza”, in Occidente è intesa come “una linea retta dove ci deve essere un inizio e una fine per trovare un significato”. Per quanto lineare, la filosofia occidentale è logica, scientifica e razionale rispetto al concetto orientale di eterna ricorrenza dipendente dal mondo interiore.

Il pensiero cinese prospera sul concetto confuciano che descrive le quattro virtù cardinali ‘lǐ’, ‘yi’, ‘lian’, ‘chi’, ovvero: le buone maniere, l’aiuto vicendevole, la coscienza dei diritti altrui, la consapevolezza dei propri doveri, che spiegherebbe l’approccio disinteressato alla vita. La soddisfazione di ciò che si ha è la chiave.

Il confucianesimo si concentra su valori umanistici come l’armonia familiare e sociale, la pietà filiale, la rén, la benevolenza o l’umanità, e, appunto lǐche è un sistema di norme rituali che determinano come una persona dovrebbe agire per essere in armonia con la legge del cielo, in un processo evolutivo di equilibrio tra la natura, il ‘tian’: il cielo, e l’uomo dove il progresso sociale è un aspetto dello sviluppo della graduale conciliazione dell’uomo con la via, il ‘dao’.

La filosofia occidentale, invece, si concentra sull’etica: come individui, “si deve fare ciò che si suppone debba essere fatto” senza causare ‘danni’ agli altri. Il successo si basa su quanto qualcuno percorre il suo tragitto senza ferire il prossimo.

Dunque, da un lato la tendenza allo spirituale, dall’altro uno stile pratico. La differenza sostanziale sta nello ‘Io occidentale’ e nel ‘Noi orientale’, quando ci si concentra sulla ricerca della verità e del significato.

Il pensiero cinese moderno è dunque generalmente inteso per avere radici nel confucianesimo classico, nel neo-confucianesimo, nel buddismo e nel taoismo; influenzato negli ultimi quattro secoli dallo ‘Xixue’: il cosiddetto ‘apprendimento occidentale’.

Questo tentativo di contaminazione inizia intorno al secolo XVII, alla fine della dinastia Ming, l’inizio della dinastia Qing, laddove si iniziano a fare strada alcuni tratti che “vedono l’uomo distinto e autonomo dalla natura trovare la radice della propria libertà nella costruzione razionale e consapevole del proprio mondo”.

Ma è tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, il periodo della rivoluzione industriale, che pensatori cinesi come Zhang Zhidong guardano alla conoscenza pratica occidentale come un modo per preservare la cultura tradizionale cinese: una dottrina che Zhongti Xiyong definisce “l’apprendimento cinese come sostanza e apprendimento occidentale come funzione“.

Con la rivoluzione di Xinhai nel 1911, si intensificano gli appelli per abolire completamente le vecchie istituzioni e le pratiche imperiali della Cina, il maggiore esponente di questo movimento riformista è Sun Yat-Sen, ritenuto il fondatore ideologico della Cina Moderna, con i suoi tentativi di incorporare la democrazia, il repubblicanesimo e l’industrialismo nella tradizione filosofica cinese.

La completa riforma si compie con Mao Zedong che, introducendo la cosiddetta filosofia marxista cinese, porta ai giorni nostri un popolo e una nazione a pensare ed agire secondo una visione ideologica del marxismo in un modo unicamente nazionale.

Il professore di Scienze politiche all’Università di Shanghai Josef Mahoney menziona tre elementi che confermano questo processo.

Primo la Giustizia sociale così come trasmessa da Karl Marx che implicitamente parlava del concetto cinese cosiddetto ‘Shehui datong’, la Grande unità”: l’obiettivo teleologico fondamentale dell’Umanità descritto nel classico confuciano ‘Li Ji’, Il libro dei Riti.

Secondo, una Società che si adatta ai cambiamenti: una visione profondamente influenzata dal Taoismo che secondo gli studiosi, richiede una lotta dialettica a lungo termine con il mondo come è adesso – un mondo che richiede ordine, stabilità e sviluppo – per svilupparsi come una soglia adatta ai cambiamenti.

Nel confucianesimo questo concetto è espresso come istituzione di uno ‘Xiaokang Shehui’ che viene tradotto come: ‘Società moderatamente prospera’.

In terzo luogo, i concetti di Datong e Xiaokang Shehui forniscono il mezzo concettuale per avanzare in tandem con la caratteristica distintiva della coscienza cinese. Ciò ha trovato il suo corollario utile ma meno idealistico nel concetto marxista di materialismo dialettico, che, a sua volta, è stato ulteriormente sviluppato da Mao Zedong e perseguito con le riforme economiche avviate da Deng Xiaoping che ha guidato lo sviluppo politico ed economico della Cina compreso l’impegno a stabilire lo Xiaokang Shehui entro il 2020 e una nazione socialista completamente moderna entro il 2049 (…)

Mahoney ci fa notare che Marx nei ‘Manoscritti economici e filosofici’ scrive:

 … il comunismo è il completo ripristino dell’uomo a se stesso come un essere sociale, cioè umano, un restauro che è diventato consapevole e che ha luogo nell’intera ricchezza dei precedenti periodi di sviluppo. Questo comunismo, come naturalismo pienamente sviluppato, è uguale a umanesimo e come umanesimo pienamente sviluppato è uguale a naturalismo; è la vera soluzione del conflitto tra uomo e natura, e tra uomo e uomo, la vera soluzione del conflitto tra esistenza ed essere, tra oggettivazione e autoaffermazione, tra libertà e necessità, tra individuo e specie.
È la soluzione dell’enigma della storia e sa di essere la soluzione.

Confucio nel ‘Li Ji’, il Libro dei Riti, riflette sulla ‘Grande Unità’, la visione utopica cinese del mondo in cui tutti e tutto sono in pace in una società moderatamente prospera, usato per descrivere un sistema composto da una classe media funzionale.

Il termine è oggi meglio conosciuto grazie al suo uso da parte di Hu Jintao, Segretario generale del partito comunista cinese tra il 2002 e il 2012, quando si fa riferimento a politiche economiche intese a realizzare una distribuzione più equa della ricchezza.

L’attuale Segretario generale Xi Jinping, nel suo famoso discorso del 2015, associa il concetto al termine ‘sogno cinese’ svelato in una serie di slogan politici chiamati ‘I quattro comprensivi’ che include:

Costruire in modo completo una società moderatamente prospera.

Non lo sappiamo, e forse non lo sapremo mai, ma forse un complotto è davvero in atto.

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Vittorio Alberto Dublino

Autore Vittorio Alberto Dublino

Vittorio Alberto Dublino, giornalista pubblicista, educatore socio-pedagogico lavora nel Marketing e nel Cinema come produttore effetti visivi digitali. Con il programma Umanesimo & Tecnologia inizia a fare ricerca sui fenomeni connessi alla Cultura digitale applicata all’Entertainment e sugli effetti del Digital Divide Culturale negli Immigrati Digitali. Con Rebel Alliance Empowering viene candidato più volte ai David di Donatello vincendo nel 2011 il premio per i Migliori Effetti Visivi Digitali. Introducendo il concetto di "Mediatore della Cultura Digitale" è stato incaricato docente in master-post laurea.