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E se fosse vero il complotto…?

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Groupthink


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Tra i tanti post che imperversano in queste settimane abbiamo modo di leggere le sintesi di visioni complottiste che vorrebbero spiegare la natura artificiale della genesi di questa epidemia, che sembra trasformarsi in pandemia.

Alcuni episodi di isteria di massa, come ad esempio l’assalto ai supermercati, o le immagini che provengono dalla Cina, almeno per ora solo da quel Paese, che testimoniano l’uso piuttosto violento della polizia teso a mantenere incondizionatamente nei confini delle zone in quarantena i cittadini, mi fanno venire in mente le immagini di alcuni disaster movie che, nella creativa fantasia dei loro registi, volevano rappresentare le scene di isteria di massa che sarebbero provocate in caso di letali pandemie.

Una pellicola in particolare di questo genere mi rimane impressa: ‘World War Z’.

 

In questa storia cinematografica, un convulso Brad Pitt nei panni di un eroe dell’Organizzazione Mondiale della Sanità rischia vita in giro per il mondo nella ricerca del ‘contagiato zero’, allo scopo di capire le cause di una epidemia prima che si estingua l’Umanità. Un episodio di questa narrazione mi ha spinto a fare delle ricerche allo scopo di capire se fosse pura finzione cinematografica oppure avesse un fondamento di verità.
Ho scoperto che la citazione è davvero fondata.

In questa scena, ambientata in Israele, il capo del Mossad spiega all’inviato dell’OMS che i loro servizi segreti avevano capito per tempo cosa stesse succedendo, grazie all’applicazione della cosiddetta “Teoria del Decimo Uomo” in fase di analisi dello scenario di crisi.

Questa pratica di analisi dei possibili scenari esiste davvero nei protocolli operativi delle forze di intelligence israeliane. Una strategia pensata in seguito al suggerimento della Commissione Agranat  conseguente alla guerra dello Yom-Kippur che era stata incaricata di elaborare degli strumenti in grado di valutare le informazioni e consentire al Governo israeliano di prendere decisioni efficaci sia tattiche che strategiche.

Il 5 ottobre 1973, le alte sfere dei comandi militari israeliani erano fiduciose. Il modo di pensare convenzionale di allora, all’interno delle comunità di intelligence israeliane ed americane portava a pensare che gli egiziani non avrebbero attaccato… almeno non nel breve periodo.

Le loro fonti riportavano carenze di mezzi e una mancanza di addestramento nell’esercito egiziano. Inoltre, era il periodo del Ramadan, il mese musulmano del digiuno. Gli israeliani avevano sconfitto i loro nemici egiziani solo sei anni prima nella Guerra dei Sei Giorni. Il 6 ottobre del 1973 si rivelò il giorno in cui l’Intelligence israeliana dimostrò clamorosamente che si sbagliava.

Gli esiti della guerra dello Yom Kippur, che vedeva i Paesi arabi contro Israele, fu un colpo demoralizzante, che causò un effetto a catena in Israele che si arrese per mediare una pace che restituiva il Sinai all’Egitto.

Si susseguirono dimissioni politiche, inclusa quelle del primo Ministro Golda Meir; si chiese il licenziamento di alti funzionari dell’intelligence israeliana e, secondo quanto riferito, l’incorporazione di un nuovo approccio al processo decisionale all’interno delle agenzie di intelligence israeliane, specialmente quando si rivelano facili consensi nei confronti di pensieri dominanti. Questo nuovo approccio è stato chiamato: la Regola del Decimo Uomo.

Questa tecnica strategica di analisi nel film viene chiamata la “Regola del Decimo Uomo”, nella vita reale prende il nome di “Avvocato del Diavolo”. È una delle tecniche usate per tentare di contrastare i nefasti effetti dei cosiddetti pensieri di gruppo, un fenomeno che spesso affligge i membri di gruppi sociali impegnati in sforzi ed attività collegiali quali, ad esempio, la definizione di strategie aziendali, politiche o di guerra.

In inglese il fenomeno psicosociale viene chiamato ‘Groupthink’, appunto, ‘Pensiero di Gruppo’. Questo si verifica all’interno di un gruppo di individui in cui “il desiderio di armonia porta alla conformità”. In questi gruppi si manifesta una sorta di “pensiero unico dominante”, con la conseguentemente totale o parziale assenza di ascolto di “pensieri non conformi a quello dominante nel gruppo”; i “pensieri dissenzienti” non vengono presi in considerazione dal gruppo e ciò si può tradurre spesso nell’ottenere risultati decisionali irrazionali, disfunzionali o poco efficienti.

Come si spiega questo fenomeno? Spesso i membri di un gruppo cercano di ridurre al minimo i conflitti e provano a raggiungere una decisione in base ad un consenso espresso dalla maggioranza senza considerare le valutazioni critiche di punti di vista alternativi, sopprimendo attivamente i punti di vista dissenzienti e isolandosi dalle influenze esterne. Vi potrà essere capitato di essere stati coinvolti in un tale fenomeno perfino in una semplice riunione di condominio.

Quando un gruppo viene coinvolto nel fenomeno Groupthink, spesso viene richiesto implicitamente da qualche membro dominante e poi esplicitamente dalla maggioranza insofferente, che qualche dissenziente eviti di sollevare questioni controverse o soluzioni alternative, con una palese perdita della creatività individuale, cercando di vanificare l’unicità e lo sviluppo di un pensiero indipendente.

A causa degli effetti del Groupthink si creano dinamiche di gruppo disfunzionali che si manifestano nella contrapposizione Ingroup ed Outgroup. Nell’Ingroup si possono produrre particolari effetti come ad esempio l’illusione di invulnerabilità che può portare all’apparente certezza che il gruppo stia effettivamente prendendo le giuste decisioni.

L’Ingroup quindi supera in modo significativo le proprie capacità nel prendere decisioni e sottovaluta in modo significativo le capacità dei suoi avversari, cioè quelli che compongono il cosiddetto Outgroup. Può capitare, talvolta, che il Pensiero di Gruppo possa arrivare a produrre azioni disumanizzanti contro i membri di un Outgroup.

Nella sociologia e la psicologia sociale, nella terminologia che è stata resa popolare da Henri Tajfel e i suoi colleghi durante il lavoro di formulazione della “Teoria dell’Identità Sociale” si definisce un Ingroup un gruppo sociale a cui una persona si identifica psicologicamente come suo membro. Al contrario, un Outgroup è un gruppo sociale nel quale un individuo non si identifica. Ad esempio, le persone potrebbero trovare psicologicamente significativo classificare se stessi in un gruppo in base alla appartenenza ad una razza, una cultura, il sesso, all’età o ad una religione.

È stato scoperto che il “Sentimento di Appartenenza Psicologica” a particolari gruppi e/o categorie sociali è associato ad un’ampia varietà di fenomeni, quali ad esempio:

– Favoritismo in gruppo: le persone preferiscono e hanno affinità per il proprio ingroup rispetto a gruppi esterni, o chiunque sia visto al di fuori dell’ingroup. Questo può essere espresso nella valutazione degli altri, nel collegamento, nell’allocazione delle risorse e in molti altri modi;

Deroga per Outgroup, il fenomeno in cui un outgroup viene percepito come una minaccia per i membri di un ingroup;

– Influenza sociale, o Comportamento del gregge, le persone in condizioni in cui la categorizzazione di gruppo è psicologicamente rilevante spostano le proprie convinzioni in linea con le norme sociali dell’Ingroup;

– Polarizzazione di gruppo, la tendenza dei gruppi a prendere decisioni che sono più estreme rispetto alla inclinazione iniziale di ogni suo singolo membro;

– Omogeneità di gruppo, in determinate condizioni i membri di un Outgroup possono essere percepiti come simili tra loro in relazione a caratteristiche più negative che positive.

Il significato che si intende nella categorizzazione di Ingroup ed Outgroup è stato identificato utilizzando il metodo chiamato Paradigma del Gruppo Minimo. Tajfel e colleghi hanno scoperto che le persone possono formare Ingroup auto-preferenziali in pochi minuti e che tali gruppi possono formarsi anche sulla base di caratteristiche discriminatorie completamente arbitrarie e inventate, come ad esempio le preferenze per certe particolari forme di Arte.

Dunque, il Pensiero di Gruppo emerge in situazioni di comunanza sociale in cui gli individui si caratterizzano per avere scale di valori simili tra loro, le persone all’interno del gruppo ‘si piacciono’ e tendono a respingere qualsiasi iniziativa che venga percepita come un potenziale elemento di disturbo al mantenimento dell’equilibrio del Gruppo stesso.

I singoli membri del gruppo non vogliono far affondare la barca, perché ciò potrebbe portare a danneggiare le loro relazioni personali che intraprendono con gli altri componenti del gruppo.

Per questo non è raro osservare tentativi tesi a ridicolizzare i pensieri dissenzienti, le critiche costruttive e perfino eventuali semplici consigli; il risultato conseguentemente è che il dissenso viene esternato raramente o con poca incisività dai membri con caratteri poco forti, i quali addirittura possono evitare del tutto di entrare nella dialettica decisionale.

Il concetto di “Pensiero di Gruppo” è un costrutto che appartiene al dominio della Psicologia sociale ampiamente riportato in letteratura scientifica. Questo assume una notevole importanza nel campo delle Scienze della Comunicazione, delle Scienze Politiche, e nello sviluppo delle Teorie sul Management delle Organizzazioni ed Organizzative.

Assume, inoltre, un importante valore negli studi riguardanti le “devianze nei comportamenti di gruppo”, come ad esempio nel caso dei culti religiosi, nell’attivismo politico e nella tifoserie sportive… come anche nella elaborazione di modelli di Gestione delle crisi come quella in cui ci troviamo ora, con l’emergenza sanitaria in atto.

Il pioniere dello studio del Groupthink fu lo psicologo Irving Janis. Che ebbe l’intuito di analizzare le decisioni prese da tre Presidenti degli Stati Uniti: Kennedy, Johnson e Nixon, impegnati nella decisione di estendere la guerra in Vietnam. Successive ricerche nel campo della psicologia cognitiva e della psicologia sociale hanno sostenuto le argomentazioni di Janis.

Tutti gli esperimenti dimostrano che

le persone sono pronte ad adottare le posizione di maggioranza e, soprattutto, ignorano tutte le potenziali alternative e tutte le prove contrastanti.

Combattere contro il Pensiero di Gruppo, nell’interesse del gruppo stesso, sosteneva Janis, comprende

un vigile processo decisionale. Che significa, in pratica, cercare di sensibilizzare il gruppo sui problemi con il consenso di argomenti fuori dal coro, e offrire alternative.
Per fare questo qualcuno nel gruppo deve essere critico. Incoraggiare il pensiero critico non è facile, ma è possibile. Esistono tecniche per sradicare il Pensiero di Gruppo, tutte ruotano attorno all’incoraggiamento del dissenso.

Quindi, nell’interesse di un gruppo che vuole essere pro-attivo ed intenzionato a prendere valide ed efficaci decisioni, al suo interno qualcuno deve essere necessariamente preposto e lasciato libero di essere critico, per operare come il Decimo Uomo, con l’evidente scopo di evitare il pericolo che il Gruppo prenda decisioni sbagliate, incappi in facili errori, come spiegato nella “Teoria del ragionamento argomentativo” che tratterò in un altro articolo.

Sembra che ad innescare alcune delle succitate ipotesi complottiste riguardanti l’epidemia Coronavirus che ci vede coinvolti, sia stata la notizia pubblicata da un quotidiano redatta sull’informazione di un ex militare dei servizi di intelligence militari israeliani.
Questo militare è un Decimo Uomo oppure è solo un semplice fabbricatore di bufale?

In un’altra tragica occasione, il disastro nucleare di Chernobyl, nel corso delle primissime convulse riunioni di emergenza vi era nel gruppo un inconsapevole Decimo Uomo, lo scienziato Valery Legasov, ma non fu prontamente ascoltato!

Chernobyl 2019 mini series

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Vittorio Alberto Dublino

Autore Vittorio Alberto Dublino

Vittorio Alberto Dublino, giornalista pubblicista, educatore socio-pedagogico lavora nel Marketing e nel Cinema come produttore effetti visivi digitali. Con il programma Umanesimo & Tecnologia inizia a fare ricerca sui fenomeni connessi alla Cultura digitale applicata all’Entertainment e sugli effetti del Digital Divide Culturale negli Immigrati Digitali. Con Rebel Alliance Empowering viene candidato più volte ai David di Donatello vincendo nel 2011 il premio per i Migliori Effetti Visivi Digitali. Introducendo il concetto di "Mediatore della Cultura Digitale" è stato incaricato docente in master-post laurea.