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Fino alla prossima estate

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Roghi in Campania


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Mi siederò qui, tra le ore di questa estate che va a fuoco come e più delle altre, respirando a metà per l’aria doppiamente irrespirabile, e attenderò. Attenderò i rapporti. Le inchieste. Le sentenze.

Attenderò ligio, silenzioso, ottimista, forse infastidito dall’eco sottile di un dubbio, quello per cui tali qualità non solo non siano qualità, ma tratti di una colpevole indolenza sociale. Attenderò fiducioso nello Stato, aspettando che sia lui a provvedere al posto mio, pronto a ricevere protezione come contropartita della mia totale subiectio.

Non diceva così il filosofo dello Stato Assoluto? Anche se poi, a pensarci bene, quello stesso filosofo affermava che il cittadino può ribellarsi eccome, quando lo Stato attenta alla sua vita.

Ma è lo Stato che attenta alla mia vita, o un Antistato che si mostra altrettanto efficiente, pervasivo, totale?

E anche se non fosse lo Stato ad attentare alla mia vita, il fatto che si mostri incapace di proteggerla, che appaia anzi in ginocchio in queste settimane, non mi legittima forse a ribellarmi, a tornare a meccanismi pre-statuali di garanzia, a difendermi da me?

L’aria, troppo acre e torrida per ragionare su Hobbes, mi spinge ad un’attesa psicofisicamente inerte. Qualsiasi cosa pensi o decida di fare nasce già ribelle. Forse bisogna evitare di pensare al da farsi.

Magari do una scorsa ai numeri: quelli sì che salvano. Eletti chissà quando e chissà perché a panacea universale di ogni sciagura contemporanea.

La stessa catastrofe degli ettari bruciati, circa 2500 ettari nella sola Campania, mi parrà meno catastrofica se la riduco in numeri. Anche se – per ipotesi – non avrò la minima idea di quanto siano 2500 ettari di verde, a cosa servano mai, cosa cambierà della mia vita in loro assenza.

A proposito di numeri, un recente articolo de “La Stampa” traccia un quadro che corre il rischio di destarmi dalla mia fiduciosa inerzia sociale: 633 detenuti in totale, contando i condannati definitivi e quelli in attesa di giudizio, per il reato di incendio semplice; 17 quelli detenuti per l’incendio boschivo.

Dati, numeri, statistiche sempre più precisi, sempre più tecnici, sempre più efficaci.
Capita magari di avere pure gli strumenti giuridici per valutare ciò che si legge.

Ma quando si è nati qui prima di essere uomini di diritto si è uomini di questa terra, e all'”io so” giuridico si accompagna latitudinalmente un “io so” pasoliniano, che sconta i deficit probatori e procedurali con un deficit diverso, quello di legalità, che in queste settimane soffoca come il fumo, impedendo di urlare, non solo per rabbia, ma anche per paura.

Immobile, senza pensare né agire, mi dividerò tra una rivoluzione attesa al bar e la venuta dell’eroe-martire, quello che salva dal drago che ogni notte cosparge i campi di fuoco.

Fuoco che illumina la memoria di tanti, da queste parti. Fuoco di tradizioni, di feste e di danze plurisecolari. I fuochi della mia memoria, sin da adolescente, sono quelli di marzo, a Cascano, luogo cruciale che inaugura la magnifica discesa al litorale domizio.

Quelli cantati dal Pasquale Cominale, poeta del luogo. Quelli che a San Giuseppe si alzano altissimi, circondati da balli e canti, mentre i monti circostanti paiono tutti invitati, e l’intera natura crepita allegra nel buio, illuminata da una luce senza pericolo, senza ferite, senza morte.

Ma marzo è lontano, ogni anno di più. Nell’estate sempre più vorace il fuoco è divenuto rogo, nato non per danzare ma per distruggere.

Pare esservi sempre meno posto per la memoria, a queste latitudini. Non solo per i bei ricordi. Roghi come quello dell’Ilside di Bellona faranno più morti di un attentato terroristico.

Solo che saranno morti lente, disarticolate nel tempo e nello spazio, non facilmente riconducibili, sotto i profili medico e giuridico, a ciò che sta accadendo ora dinanzi ai nostri occhi.

Se ne vorrà perdere la memoria per motivi diversi, e salterà fuori qualche scienziato che ci dirà che l’aria è buona e i frutti pure, magari a nome di uno di quei Moloch contemporanei impersonali e intoccabili, ad esempio “la Comunità Scientifica”, alla quale sarà impossibile non credere.

Andrà così perché lo sconcerto, l’indignazione, la sofferenza, la verità stessa celebrano la morte in diretta, e quella in differita nasce già vecchia. Andrà così perché l’esercito arriva prima dinanzi alle armi, che si vedono meglio dell’aria e si combattono meglio del fuoco.

E andrà così anche perché tra poco è agosto e ce ne andremo a mare, stremati da difficoltà individuali che ci lasciano sempre meno energie sociali, tra riflessioni inutili come questa, speranze tribali nella pioggia e l’immancabile polemica sulla responsabilità politica, e vorremo dimenticare che qualcuno, in quegli stessi istanti, starà contrattando la nostra vita in quelle zone, da sempre discariche dei clan, senza che a noi sia, eccezioni a parte, mai interessato troppo.

Fino alla prossima estate.

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Giuseppe Maria Ambrosio

Autore Giuseppe Maria Ambrosio

Giuseppe Maria Ambrosio, laureato in giurisprudenza con una tesi in filosofia del diritto sull’ermeneutica di Hans-Georg Gadamer, ha conseguito il dottorato di ricerca in filosofia politica nel 2012 presso il dipartimento di Studi Politici della Seconda Università di Napoli, dove attualmente collabora. I suoi lavori trattano in particolare del rapporto tra stato e sovranità, dell’impatto delle teorie neocostituzionaliste sui sistemi nazionali e sovranazionali e delle libertà del singolo in ambito etico e giuridico. Collabora con riviste scientifiche e non. È membro del comitato di redazione della rivista “Persona” diretta da Giuseppe Limone.