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L’intolleranza del potere

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Ho la paura della perdita della democrazia, perché io so cos’è la non democrazia. La democrazia si perde pian piano, nell’indifferenza generale, perché fa comodo non schierarsi.
Liliana Segre

Bisogna trovare delle modalità meno democratiche nella somministrazione dell’informazione, in una situazione di guerra si devono accettare delle limitazioni alle libertà.

Chi ha pronunciato queste parole è un attuale Senatore a vita, ex Presidente del Consiglio mai eletto, economista ed accademico: stiamo parlando di Mario Monti.

Figura di spicco della nostra classe politica, uomo di Governo, Ministro e tecnico di fiducia delle nostre Istituzioni. Insomma, non certo uno sprovveduto. Non certo un irascibile antidemocratico per natura, tutt’altro.

Al di là di chi ha espresso questo pensiero, è d’uopo fare un ragionamento sul concetto che emerge da questa affermazione forte. L’idea che si recepisce immediatamente è che l’emergenza continua che stiamo vivendo dal marzo del 2020 merita posizioni più decise e meno flessibili, più tecniche e meno filosofiche, più dure e meno tolleranti.

Serve un impeto di assolutismo che consenta a tutti di seguire un solo preordinato schema, una via senza alternative, un estremo rimedio ad una situazione estrema. Si richiede, quindi, di addomesticare l’informazione evitando derive e strampalati principi di altre possibilità.

Occorrono decisionismo e interventismo puro, senza allusioni al passato, senza scadere nella dittatura bieca, senza far vacillare i valori costituzionali della nostra democrazia.

È qui il problema: c’è vera democrazia senza permettere alternative, senza lasciare a tutti la libertà di esprimere il proprio ideale e il proprio pensare nel rispetto civile del dissenso e senza incorrere nella violenza?

Diciamolo subito l’intolleranza politica, con la sua specifica polarizzazione verso le ali estreme degli schieramenti partitici o verso le ambiguità settoriali e contingenti, ha più a che fare con un bisogno sociologico di identità nel contesto, peraltro molto ponderato, della solitudine individuale propria di quest’epoca di modernità liquida.

Una predisposizione politica riformista dovrebbe, invece, valorizzare, in ambito politico, tutto quello che unisce contrapposto a quello che divide. In sostanza, la polarizzazione e la faziosità che ne ottiene, si nutre della deleteria idea che una società sia statica, e che mors tua corrisponda a vita mea. Ed ecco che avviene il sopravvento dei luoghi comuni e degli stereotipi.

Con il Covid la nutrita schiera di populisti e di reduci ha trovato terreno molto fertile nel populismo, ma anche nella stentorea urgenza di cercare autoritarismo deviato. Ognuno è filosofo e virologo allo stesso tempo e ogni virologo è politico e ogni politico è scienziato.

In questo valzer poco autentico, la miscellanea è un impazzito legiferare di idiozie e di verità, di paure e di rincorse a nascondersi nella grotta del nostro inconscio.

E ai no-vax si contrappone o si auto legittima al suo fianco, senza tendere la mano, la pletora di chi, di fronte al perdurare della pandemia, entra nella logica che molti Paesi stanno attuando: stare uniti e compatti per combattere il nemico invisibile, anche a costo di accettare di vivere in un regime.

Ora, quelle di Monti non sembrano parole troppo isolate. In questi due anni abbiamo capito che, spesso, quando sui media inizia a propagare un certo ragionamento si intuisce che è il preludio a decisioni più significative. In questo senso la comunicazione di guerra, identificata come preparazione dell’opinione pubblica all’accettazione di misure emergenziali, è già oggettivamente in auge da tempo.

È successo con le restrizioni, poi con il Green Pass, poi con i richiami vaccinali. E pure sulla stretta della libertà di informazione iniziano ad affacciarsi più contributi. Non ci sono state molte polemiche e anche i giornali più “autoritari” non hanno stigmatizzato il concetto e, senza magari avvalorarlo, lo hanno approfondito, hanno cercato di capirlo e gli hanno fornito un’interpretazione.

A sentirle quelle parole, anche a chi ha più senno, ad un certo punto, sovviene un sospiro di fratellanza a quella arguta riflessione. Reclamare una «comunicazione di guerra» è tipico di una certa governance che non accetta la fila, che non si concilia con il confronto, che scende a patto con l’arroganza dei cosiddetti salotti buoni e che, quando può, si auto proclama portatrice di salvezza.

Dosare l’informazione è una modalità elitaria e perbenista per dare gocce di sapere e di verità al popolino per rincuorarlo e ovattarlo allo stesso tempo. Il tema non è nuovo, e impatta il contorto rapporto tra politica e informazione, nel tempo della crisi.

Si fa strada in molti la convinzione che il governo tecnico non vada, diciamo, “disturbato”. Il che comporta, quasi in automatico, la soppressione della volontà popolare: in primo luogo quando i tecnici si occupano della pandemia!

La stampa non vuole informare il lettore, ma convincerlo che lo sta informando.
Nicolas Gomez Davila 

Si dirà che il virus ha cambiato certi parametri ma il meccanismo dell’informazione di guerra si applica in altri ambiti e in altre circostanze.

Eppure, per chi non lo sapesse o fingesse, la Corte costituzionale ha posto un forte punto sul rapporto tra libertà di manifestazione del pensiero e regime democratico, asserendo che la prima è “pietra angolare dell’ordine democratico”, sentenza n.84 del 1969, e “cardine di democrazia nell’ordinamento generale”, sentenza n.126 del 1985.

Inoltre, sarebbe anche sgradevole dover ricordare ad un Senatore della Repubblica quanto stabilisce l’art. 21 della nostra Costituzione, ovvero che

tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.

E poi ricordiamo anche

È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora.
Winston Churchill, da un discorso alla Camera dei Comuni, novembre 1947

Insomma, pare che alla fine questa santa democrazia che li vede pure al potere o quanto meno saldati su poltrone che godono favore, è un tantinello di impiccio.

Io l’avverto come un sentimento in apparenza sottile, come un venticello, ma in realtà dannoso, come un veleno. Uno stato d’animo, che, di questi tempi, vibra di continuo le classi dirigenti italiane, diventa battuta pop, e, subito dopo, si muta in ideologia, in pensiero osceno: nasce come una boutade, ma si fa dogma.

Questo è il dilemma, per assurdo, della democrazia. L’urlo che si è sentito, ad un certo punto, è quello tra il sarcasmo e la parodia, del “vogliamo i colonnelli” di monicelliana memoria, perché il tempo del virus è un tempo sospeso, non sai quando finirà e allora occorrono certezze e maniere rudi anche a costo di ridere piangendo.

Questa nostra democrazia ha avuto tanti dolori e ha partorito troppi figli che scimmiottavano la sua figura: c’è stata l’epoca dei militari, per l’appunto, poi quella degli imprenditori, ancora quella dei magistrati, magari domani sarà quella degli scienziati, i virologi di Collegno – così li definisco, perché hanno una memoria breve e spesso dimenticano quello che hanno detto il giorno prima per il giorno dopo – sono in prima fila.

Oggi è la stagione della democrazia virale, in cui la paura ha preso il posto della sfiducia e cresce la voglia di affidarsi a un capo, a qualcuno che decida e imponga.

Ahi, povera democrazia che stai crollando sotto i colpi di una élite governativa che non si interroga sul futuro perché troppo occupata a regolare il presente e dosare le notizie, distribuendo, nei suoi rubinetti arrugginiti, la voce dei padroni a noi poveri cani senza collare.

Se la tolleranza democratica fosse stata ritirata quando i futuri capi cominciarono la loro campagna, l’umanità avrebbe avuto la possibilità di evitare Auschwitz e una guerra mondiale.
Herbert Marcuse 

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Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974.