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L’Angelo di Lyon

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Ci sono canzoni “sulla via della conoscenza”. Una di queste è un brano di Francesco De Gregori, per la verità cantato ma non scritto da De Gregori. In effetti tradotto dal fratello di Francesco, Luigi Grechi, a partire da una canzone di Steve Young e Tom Russell.
Il brano si intitola ‘L’Angelo di Lyon’.
La storia, trasportata lentamente da una struggente melodia, c’introduce in modo arcano in un paradigma ancestrale: il tema del distacco dal mondo, il miraggio dell’uscita dalla storia.

La canzone inizia diretta:

Fu la visione di Anna Maria con il rosario tra le dita ad incantare lo stregone e a fargli cambiar vita.

Qui per la verità il testo originale non parla di stregone ma di rainmaker: tale termine nel gergo finanziario, si riferisce a chi ha il potere di favorire fusioni o acquisizioni.

L’uomo lascia un biglietto con scritto “Parto per Lione e cerco un angelo del Paradiso”.

Poi il protagonista sale sul treno diretto a Bruxelles, ordina cognac e croissant e fa

l’elenco dei suoi beni futili nella carrozza restaurant:

ville, piscine, pezzi rari da collezione.

Il voto di povertà è ormai irrevocabile.

La canzone prosegue:

e cantò l’Ave Maria, almeno i versi che ricordava / mentre guardava dal finestrino l’ombra del treno che lo portava / e ad occhi chiusi sognò quei due fiumi, il Rodano e la Saône / simbolo eterno delle due anime maschio e femmina di Lyon.

Ma la visione avuta un anno prima non si trasforma nell’agognato incontro. L’uomo resta ad aspettare su un vecchio ponte, i giorni diventano mesi e poi anni. Ora con i suoi abiti stracciati somiglia sempre più ad un barbone. Ma continua disperato ed implacabile a cercare in ogni angolo di strada il suo Angelo di Lione.

Poi la storia si sposta all’interno della cattedrale dove

mille candele stanno bruciando / le tiene accese suor Eva Maria a mano a mano che si van consumando.

Il vecchio scemo fuori di testa trascina il passo dentro i vicoli

in un interminabile sogno.

La canzone si chiude, per non chiudersi mai, con quest’ultima strofa:

e cantò l’Ave Maria, almeno i versi che ricordava / mentre fissava sui vecchi muri la propria ombra che lo seguiva / e attraversò quei due sacri fiumi, il Rodano e la Saône / e l’acqua scura come il mistero di quell’angelo di Lyon.

La canzone apparentemente parla del mistero dell’amore.

Lo stesso De Gregori ne parla così:

Una canzone diversa che mi ha affascinato per il suo testo impenetrabile. La definirei una canzone sull’impenetrabilità… la trascendenza dei misteri d’amore.

Andando oltre e seguendo un’esegesi esoterica, la canzone sembra contenere un senso di misticismo eretico venato di catarismo gnostico.

Gli elementi, o forse bisognerebbe dire gli indizi, ci sono tutti: il dualismo fluviale del Rodano e della Saône “simbolo eterno delle due anime maschio e femmina di Lyon”, la città di Pietro Valdo.

Un femminino ricorrente, prolungato ed ossessivo: Anna Maria, Eva Maria, la preghiera dell’Ave Maria. La Festa delle Luci. Non a caso nata in ringraziamento della Vergine che salvò Lione da una epidemia nel medio evo, non a caso celebrata l’otto dicembre, mese del solstizio d’inverno.

L’incontenibile amore che infuoca il protagonista è un amore che non libera. Che non distrugge i vincoli, per dirla con il Dammapada. Anzi, più che un amore è perdita del centro, dissolvimento, delirio visionario che s’identifica e si congiunge con una sola parte del sacro, il “bene” identificato nella donna – angelo di Lyon che qui non sembra rappresentare un velamento della Sophia, della Sapienza.

Di conseguenza l’istanza mistica è incompleta, manichea. Nella via unitiva “cardiaca” cristiana, ad esempio francescana, l’abbandono perfetto si colora di una vastità androginica che contiene e trascende corpo anima ed intelletto, che si scioglie nella natura – elemento femminile – ma che, al contempo è illuminata dalla sapienza intellettuale e corroborata dal sole eucaristico.

Nella via della Tradizione per il grande iniziato giunto al confine delle Colonne d’Ercole c’è solo l’ineffabile mistero dell’Adwaita, lo stato di liberazione al di là del duale, al di là dell’essere e del non-essere, al di là del tempo e dello spazio.

Per noi maggioranza operosa, umili operai sulla via dei Piccoli Misteri, ci sono mille stazioni, vie tortuose, cadute rovinose, smarrimenti, risalite. Tentativi, ricerche almeno per approssimarsi allo stato di reintegrazione umana dell’Adam Kadmon, per essere finalmente vicini al centro di se stessi ed in armonia con le leggi della Vita.

I figli della Vedova camminano incessantemente su un pavimento a scacchi alla ricerca dell’androgino. Essi cercano la Luce sotto forma di conoscenza, di parola perduta, di libertà.

Le forze polari maschile e femminile non delimitano la nostra città interiore come il Rodano e la Senna abbracciano quasi senza attraversare la vecchia Lione, ma si incrociano ed intersecano nel nostro corpo fisico e nei corpi sottili.

Nei templi dei Liberi Muratori il dualismo è sempre incanalato in un moto piramidale ascensionale, risolto in una sintesi superiore. L’amore interno, fraterno ed etico-relazionale è l’ultima e la più grande fiamma.

La Massoneria è vicina al pensiero di Sant’Agostino.

Il filosofo d’Ippona, manicheo in gioventù, sostiene che il male è solo corruzione

tutto ciò che è male non è nient’altro che corruzione

e fornisce una serie di esempi:

la corruzione del sapiente si chiama ignoranza; la corruzione del giusto, ingiustizia; la corruzione del coraggioso, vigliaccheria; quella della bellezza, laidezza…

In Massoneria si parla continuamente di bene, di virtù come Luce, come conquista progressiva di Luce. E si parla di vizio come di oscurità e di ignoranza. Il male quindi è ignoranza nel senso sanscrito di Avidya. Il male, per la Tradizione, attiene alla sfera della coscienza e della responsabilità.

Perché come afferma Buddha:

Uno stesso si fa il male. Uno stesso si corrompe, uno stesso smette di fare il male, uno stesso si purifica. Purezza e corruzione esistono per uno stesso.

Il male, metafisicamente parlando, è pura finzione. In fondo è bello ascoltare la cantilena de ‘L’Angelo di Lyon’, pezzo incantevole ed arcano. Struggente ed insinuante fino al punto di farci identificare proiettivamente con il protagonista in un’estasi capovolta di cupio dissolvi.

La terra delle tenebre è dentro di noi, non in un angolo metafisico del “fuori di sé”.
La strada per la liberazione passa attraverso il compimento della consapevolezza del corpo e dell’anima per poi tentare la ricongiunzione con lo Spirito. Non occorre diventare straccioni, non occorre rinunciare al mondo, non occorre disfarsi dei propri beni. Se non dell’unico vero ostacolo: l’Ego, il Principe del mondo. Benessere e piacevolezza del vivere non avversano la ricerca del Senso interiore.

Già sarebbe molto se si riuscisse a raggiungere in vita il proprio compimento relativo, non relativistico. Già solo così il mondo sarebbe migliore.

Recita un antico dialogo rituale massonico:

D. Sono i Massoni uomini migliori degli altri?
R. Vi sono Massoni che non sono così virtuosi come altri uomini ma per lo più sono migliori di quello che sarebbero se non fossero Massoni.

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Hermes

Autore Hermes

Sono un Massone qualsiasi. Orgogliosamente collocato alla base della Piramide. Ogni tanto mi alzo verso il vertice per sgranchirmi le gambe. E mi vengono in mente delle riflessioni, delle meditazioni, dei pensieri che poi fermo sul foglio.