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La mascherina di Carnevale

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Mascherina di Carnevale


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Tu sola potrai resistere
nel rogo del Carnevale.
Tu sola che senza maschere
nascondi l’arte di esistere.
Giorgio Caproni 

Dicono che il Carnevale sia l’adattamento cristiano di antiche tradizioni pagane. La sua origine proviene dalle feste greche per Dionisio, il dio del vino per intenderci in maniera semplicistica.

In quello stato di confusione dovuta all’ebbrezza ci si esaltava e durante i sette giorni di celebrazioni in onore di Saturno si portavano per la città carri allegri tirati da animali e il popolo si ritrovava voluttuosamente in enormi tavolate cui poteva partecipare chiunque senza differenza sociale alcuna.

Tutto girava tra lazzi e un divertimento che sfociava anche in orge. I lupercali, poi, erano riti di purificazione che cominciavano il 15 febbraio ed erano celebrati dai sacerdoti detti “luperci”: momenti in cui si inneggiava alla vita, alla primavera e alla licenziosità onorando la Lupa e Luperco, antico dio pastorale della fertilità legato al Greco Pan.

Qualcuno, però, afferma che le origini del Carnevale vanno individuate ancor più indietro nei tempi: a quando l’uomo legava la sua vita alla terra, alle stagioni, al gelo e al sole. Furono gli Egizi, circa quattromila anni, fa a generarlo: in onore di Iside, dea anche della fertilità dei campi, venivano celebrati festeggiamenti e riti pubblici. In quel giubilo si intendeva onorare il perpetuo rinnovamento della vita e nell’apprezzamento al lavoro dei campi si volevano identificare le fatiche e le conquiste.

Si possono, comunque, ritrovare anche in certi rituali agresti di circa diecimila anni fa alcune manifestazioni che anticipavano quello che oggi noi definiamo Carnevale; dipingendosi viso e corpo e lasciandosi andare in danze arcaiche si festeggiava. Resta, per come noi lo intendiamo, una baldanzosa miscela di credenze e simbologie che vanno a perdersi nella notte dei tempi.

Non è solo un periodo di allegria e di spensieratezza come la maggioranza lo intravede, ma, antropologicamente discutendone, il Carnevale ha svolto in varie epoche ed in vari popoli un compito rituale molto profondo e importante. Resta comunque incerta l’etimologia della parola Carnevale: qualcuno la lascia risalire al “carrus navalis”, carri a forma di nave utilizzati a Roma nelle processioni di purificazione.

Gli elementi legati ai carri e alla parata derivano, invece, da alcuni antichi rituali romani e preromani, in cui esisteva già la pratica di offrire al popolo i giochi circensi – non violenti in questo caso – e per via del riferimento alla “Nave della Vergine”, un simbolo biblico che, pian piano, è stato trasformato nell’attuale carro Carnevalesco.

Qualcun altro afferma che la sua origine sia dovuta alla crasi della frase latina “carnem levare”, derivante da una tradizione medioevale nella quale veniva bandito il consumo della carne dalla dieta. In quelle occasioni veniva apparecchiato un banchetto di “addio alla carne”, proprio la sera che precede il Mercoledì delle Ceneri, concedendo a tutti di rimpinzarsi fino all’eccesso prima dei digiuni quaresimali previsti.

Più raramente chiamato “Carnasciale” stava anticamente ad indicare, quindi, un periodo post invernale collegato ai cicli lunari, in cui si soleva restare a digiuno a partire dal momento culminante in cui si festeggia – sacrifica una figura espiatoria che, a seconda delle culture, è stata assimilata con il Re Carnevale, il Wicker-man celtico e neopagano, lo Zozorba messicano, la Vecchia delle lande norditaliane, la Befana, il Pharmakos greco.

Con l’avvento della cristianità, il Cristo, capro espiatorio per eccellenza, ha iniziato a rivestire ipoteticamente questo ruolo, pertanto il digiuno è stato accavallato alla Quaresima, che comincia proprio con il Martedì Grasso, la fine del Carnevale, e termina con la vigilia di Pasqua. Il Martedì Grasso è, dunque, il culmine della licenziosità, dei festeggiamenti legati alla morte del vecchio, e della preparazione alla rinascita del nuovo tramite un periodo di rigore, che raggiunge l’apice, appunto, con la rinascita pasquale.

Queste linee archetipe collegate al sacrificio espiatorio del vecchio, alla rifioritura della vitalità rappresentata dalle maschere animali e dalla immoralità, talvolta orgiastica, che poi si focalizza su una rinascita, erano comuni a tutto il mondo precristiano, particolarmente nei popoli celtici e germanici, ma anche nelle tradizioni greche e caldee.

Esempio è il Fasnacht germanico, un rito precristiano allacciato alla fertilità in cui si prova anche ad esorcizzare gli spiriti cattivi. Il nome stesso è legato al termine sassone “fast”, digiunare, a sua volta etimologicamente derivato da un termine che significa purezza.

In tutto ciò è fortemente presente il fattore maschera legato all’animalità e alla perdita dell’identità in uno spirito di rovesciamento delle regole e della morale che equivale alla notte, al mondo onirico in cui la personalità conscia di facciata si fa da parte per lasciare via libera a ciò che è subconscio.

E ricordiamoci che l’uso della maschera che ride, ad esempio, era legato alla credenza che la risata, anche se non concreta e reale, allontanasse gli spiriti maligni e che con il volto coperto l’uomo, non più legato alla propria umanità, potesse lasciarsi andare ad atti e comportamenti solitamente strambi o da stigmatizzare.

Come il travestimento che risale al Paleolitico, quando, in occasione dei riti magici, gli stregoni si adornavano di piume e sonagli e si coprivano il volto con maschere dipinte dall’aspetto terrificante per scacciare gli spiriti maligni.

In età romana poi l’uso delle maschere era legato ai Baccanali, le feste in onore di Bacco, che animavano le strade, tra fiumi di vino e danze, mentre il passaggio dall’inverno alla primavera veniva celebrato di notte con i festeggiamenti di Cerere e Proserpina, che univano giovani e vecchi, nobili e plebei, nella commemorazione della vicenda della fanciulla rapita da Plutone, che la madre, dea del grano, cerca invano finché, spinto a pietà, Giove concede di farla ritornare sulla terra per sei mesi all’anno.

Il Carnevale racchiudeva il suo finale nel rogo di un simulacro che lo simboleggiava.
Le ceneri ottenute per mezzo del fuoco erano poi seppellite, come fecondo concime sacro per la terra. Nel Carnevale troviamo, quindi, lo spirito del rinnovamento, della fecondità con il conseguenziale esorcismo della morte. In esso c’è una grande aspettativa, una tensione verso l’ineffabile, c’è la gioia e senso di liberazione. L’incendio non è la fine ma la rinascita, la maschera è l’inganno ma anche l’illusione e il cambiamento.

Nel Carnevale si fondono gli elementi legati al solstizio di primavera, Ostara, e alla Festa di Maggio, Beltane. E in quel “semel in anno licet insanire”, ovvero “una volta all’anno è lecito impazzire” è racchiuso il suo spirito libertario, libertino, credulone, sfacciato e sfrenato. È la festa per antonomasia del disordine, dell’allegoria e della follia. Il sacrilego viene offeso e non si deve restare disorientati dal suo lato sinistro.

La parodia dell’assurdo vuole un mondo alla rovescia, un feroce ritorno al caos: ciò rende questa ricorrenza la valvola di sfogo, il buco dal quale far emergere il lato oscuro delle nostre tentazioni, il momento del possibile, il certo che viene annullato e rimescolato.

In questo stretto lasso di tempo, quindi, il mondo ha l’occasione di oltrepassare la misura. E le maschere lo confermano, evocando terrori ancestrali e raffigurando visioni demoniache e animalesche in quella sorta di materializzazione dell’inferno che si esteriorizza in vita. In questa dissimulazione si produce un effetto iniziatico dove il disordine apre nuovi varchi e si concentra sul nero dell’anima, rovesciando il vero e annullando ogni rigore di logica. In questi giorni di scomodo entusiasmo ad ognuno di noi sia concessa la maschera e non la mascherina.

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Massimo Frenda

Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974.