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Amore o libertà, Presepe o Albero di Natale?

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Albero di Natale - foto Rosy Guastafierro
Albero di Natale - foto Rosy Guastafierro


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Nel mese di dicembre, in tutte le case si accende una disputa che coinvolge l’intera famiglia o ancor di più, amici e conoscenti sono portati a dir la loro su quello che si definisce la vera tradizione che esemplifica il Natale: Presepe o Albero di Natale?

Sembrerebbe che l’uso di banchettare sotto ad un abete affondi le sue radici nelle usanze degli antichi popoli nordici che, vivendo in stretta sintonia con la natura, in questo periodo dell’anno temevano il progressivo protrarsi del buio, poiché il sole si trova nel punto più basso rispetto all’orizzonte, anche se poi sarebbe iniziata la sua lenta ascesa. Siamo nel periodo dell’anno denominato, secondo la successione celtica, Yule.

La tavola di bronzo di Coligny contiene un antico calendario gallico risalente al II secolo d.C., viene evidenziata una festa molto importante, Deuoriuos Riuri, Grande Festa Divina del mese del gelo, che durava dodici giorni dopo il Solstizio d’inverno, simboleggiante la punta massima delle tenebre, ma, contemporaneamente, anche la loro sconfitta in virtù della nascita del Figlio della Luce ovvero il Sole, Natalis Solis Invicti.

Da sempre, gli esseri umani hanno dato grande importanza al buio, ma, ancor più, al ritorno della luce. In questo periodo non si accendono grandi falò, la protagonista indiscussa è la candela così come piccole lanterne o fioche lucine che danno il senso della luminosità appena nata che va, protetta, difesa, nutrita affinché possa crescere e, sconfiggendo l’oscurità, rivelarsi nel suo massimo fulgore, garantendo, così, la rinascita della natura immota durante il periodo invernale.

In seguito, in questo stesso lasso di tempo, i Romani festeggiavano i Saturnalia, la cui particolarità era l’inversione dei ruoli: in questi sette giorni, gli schiavi si consideravano uomini liberi e potevano imporre le loro volontà sui nobili.

La Chiesa, volendo cristianizzare le festività pagane che mettevano in risalto il ritorno del Sole, non a caso scelse proprio questo periodo per celebrare il Natale, la nascita del Bambino Divino, unico vero Sole del mondo.

L’abete, come albero sempreverde, divenne la rappresentazione della vita eterna e, quindi, il simbolo di Cristo, oltre ad avere una forma triangolare che evoca la Trinità.

Il primo albero di Natale sembra fu eretto a Tallinn, in Estonia, nel 1441 nella piazza del Municipio; intorno ad esso, attraverso la mimica di una danza tra giovani, si sarebbe trovata l’anima gemella.

L’introduzione di quello addobbato all’interno delle case pare sia merito della Duchessa di Brieg che, nel 1611, decise di adornare un angolo della sua splendida villa con un abete trapiantato in vaso dal suo giardino. In Italia, invece, fu la Regina Margherita, nella seconda metà dell’Ottocento, a dare vita a questa tradizione.

La rappresentazione della Natività, invece, la si deve ai primi cristiani; la ritroviamo in uno stucco, risalente al III secolo, nelle catacombe di Priscilla a Roma, e raffigura la Madonna con il Bambino tra le braccia con accanto un profeta che indica una stella. In questo stesso luogo si trova anche un affresco che ritrae l’adorazione dei Magi.

Dal IV secolo l’iconografia riportava esclusivamente il Bambino nella mangiatoia, tra il bue e l’asinello, solo più tardi vi fu l’introduzione di Maria e Giuseppe.

La nascita del Presepe, dal latino praesaepe ovvero mangiatoia, la si attribuisce a San Francesco d’Assisi che, di ritorno dalla Terra Santa, mise in scena la Natività nel paese di Greccio (RI).

Sembra, invece, che questo primato spetti a Napoli, poiché è stato ritrovato un testo notarile, datato 1025, nel quale si afferma che nella Basilica dell’Incoronata Madre del Buon Consiglio, che si trova sulla salita di Capodimonte, ci fosse appunto una rappresentazione della Nascita di Gesù. L’illustre storico e letterato Luigi Correra ne parla proprio in un suo saggio del 1899.

Il primo maestro presepista fu Arnolfo di Cambio che, nel 1291, su commissione di papa Niccolò IV, scolpì la Natività nella Basilica di Santa Maria in Praesepium in Roma, una delle prime dediche della Basilica di Santa Maria Maggiore, nella cui cripta sotto l’altare si trovano le reliquie della mangiatoia e le fasce di Gesù Bambino, ancora oggi visionabili.

Nel XV secolo si diffondono i figurarum sculptores, gli scultori che componevano le rappresentazioni sacre, come i fratelli Giovanni e Pietro Alemanno. A Napoli, ed in particolare a Santa Chiara, San Giovanni a Carbonara, Sant’Eligio e San Domenico Maggiore, vi è la diffusione dei presepi.

San Gaetano da Thiene, padre spirituale di Maria Lorenza Longo, la fondatrice dell’Ospedale degli Incurabili, di cui abbiamo scritto in un precedente articolo, dopo aver ampliato il nosocomio, e fondato il Monte di Pietà, elevato a rango di copatrono della città, è stato, tra l’altro, l’inventore del presepe napoletano.

Nel 1530 nell’Oratorio di Santa Maria della Stalletta venne realizzato un presepe in legno i cui personaggi indossavano abiti attuali. La Natività viene integrata con personaggi reali che il Santo osservava girando tra i vicoli di Napoli. Lavandaie, zampognari, pastorelli, osti, pescatori e così via, statuine anche di legno che oltre alle caratteristiche precise nascondono una diversa simbologia che rende unica ogni scenografia che va ben oltre al soggetto sacro senza tempo.

È nel 1700 che il presepe entra finalmente nelle case. Carlo III di Borbone ne fa costruire uno in alcuni saloni della Reggia di Capodimonte, ricco di personaggi, taverne, mercati e botteghe, che riproduce il famoso elefante donatogli dal Gran Visir nel 1742.

Particolare importante: tra questi pastori ve ne sono alcuni modellati da Giuseppe Sammartino, straordinario scultore, artista, tra l’altro, del celeberrimo Cristo velato del Museo Cappella Sansevero. Il presepe attualmente esposto si è impreziosito grazie alle donazioni del collezionista Giuseppe Catello.

Presepe al Museo di Capodimonte - foto Rosy Guastafierro
Presepe al Museo di Capodimonte – foto Rosy Guastafierro

Il presepe più famoso di Napoli è senz’altro quello che Michele Cuciniello donò, nel 1879, al Museo di San Martino, dove tuttora si trova. L’allestimento fu curato da lui, stesso arricchendolo dei pastori che aveva collezionato risalenti agli inizi del Settecento e quelli più attuali. Si dedicò soprattutto alla Natività, alla taverna a due piani e allo scoglio centrale, riuscendo a evidenziare l’essenza del popolo partenopeo e le sue ansie nel superamento costante delle asperità della vita.

Tale particolare tipo di arte trova il suo fulcro nella città partenopea in via San Gregorio Armeno o, come più comunemente è conosciuta, la Via dei Pastori. Questi artigiani da oltre due secoli ci insegnano che il presepe non si improvvisa in pochi giorni, ma si costruisce mese dopo mese e anno dopo anno, integrandolo sempre con nuovi soggetti.

Per il carattere gioviale, un po’ dissacratore intriso di sana ironia, ritroviamo, accanto alla classica Natività, pastori e magi con volti di personaggi pubblici attuali.

L’arte presepiale non è rivolta solo a grandi realizzazioni, ma si caratterizza anche in veri e propri capolavori di miniatura rinchiusi in piccole scarabattole, vetrinetta spesso a forma di campana, con materiali più svariati. Gli artisti artigiani di Torre del Greco usano addirittura il corallo!

Dopo questa disamina il dubbio ci assale in maniera pressante: Albero di Natale o Presepe?

La scelta è una questione di indole, come affermava De Crescenzo nel bellissimo romanzo ‘Così parlò Bellavista’, da cui ha poi tratto, sceneggiato e diretto anche un intenso film: l’umanità si divide in uomini di libertà e uomini d’amore, i primi, senza alcun dubbio, scelgono l’albero, maggiormente dinamico, facile da realizzare e da disfare, mentre i secondi, assecondano la propria devozione nella cura dei dettagli, lenta e costante, preferiscono quella mescolanza di sacro e profano che rende sempre viva e attuale la domanda: Te piace ‘o presepe?

 

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Autore Rosy Guastafierro

Rosy Guastafierro, esperta di economia e comunicazione, imprenditrice nel campo discografico e immobiliare, entra giovanissima nell'Ordine della Stella d'Oriente, nel Capitolo Mediterranean One di Napoli. Ha ricoperto le massime cariche a livello nazionale, compreso quello di Worthy Grand Matron del Gran Capitolo Italiano.