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Sordi o son desto

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Alberto Sordi


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Tra i primi volti che ricordo in televisione c’è quello di Alberto Sordi. Mio padre lo adorava, letteralmente. Solo da grandicella ho capito perché, dal momento che ragazzina, devo ammettere, Alberto Sordi mi sembrava un po’ troppo una macchietta. Chiaramente il Sordi che vedevo in tv era quello dei film trasmessi a ripetizione, in più o meno note Reti, poiché anche le tv locali non disdegnavano di trasmetterne un film di “rapina”. Eppure lo preferivo ospite delle trasmissioni del sabato sera, quando nei colloqui con la Carrà o Baudo mi sembrava fuggire per qualche momento a quei ruoli in cui mi appariva un po’ sempre uguale a se stesso. Una sorta di maschera che funzionava benissimo, ma lontana dai cambi profondi di ruolo che, secondo me, avrebbero caratterizzato il vero attore. Poi fui folgorata da “Io so che tu sai che io so”.
Uno dei film che ho più amato da ragazza. Probabilmente sono stata una strana adolescente.
Di questo film del 1982, di cui Sordi cura anche la regia, ho amato tutto. La drammatizzazione del quotidiano insopportabile, le crisi di amore e rabbia della Vitti, protagonista femminile, la vita di famiglia sconosciuta al capofamiglia, il principio secondo il quale “se sei interessato alla verità, la verità salta fuori e basta”. Lo ha detto a proposito di questo film Rodolfo Sonego, autore del soggetto (e della sceneggiatura con Sordi e Caminito).

La storia è quella della famiglia Bonetti, una famiglia dall’apparente banale quotidiano.
Per uno scambio di persona la signora Bonetti (Monica Vitti) viene pedinata da un investigatore privato che la scambia per la moglie di un politico, loro vicino di casa, dalla quale la signora Bonetti aveva preso a prestito l’automobile. Scoperto il malinteso il signor Bonetti (Alberto Sordi) ne è divertito, ma la preoccupazione della moglie nell’apprendere di essere stata seguita lo mette in allarme.
Seguirà dunque sua moglie che obbliga l’investigatore a consegnarle le riprese fatte durante il pedinamento. Bonetti/Sordi, però, è alle sue calcagna e si impossessa delle bobine che proietterà nella sua casa di campagna: lui unico spettatore. Comincia così il viaggio del protagonista e del pubblico, nella vita “altrove” che conducono i membri della famiglia, vita ricca di scoperte sconvolgenti, una delle quali è la tossicodipendenza della figlia, la scoperta di un tumore che in realtà lui non ha, il tradimento della moglie e l’amore che questa stessa gli porta.

Descrivere la trama non potrà mai rendere l’alternarsi delle gioie e dei dolori di quest’uomo e le nostre nel guardare scorrere eventi che ne evidenziano le altezze e le bassezze di essere umano.

Sordi trasforma anche direttamente sul set diverse battute del protagonista, come un vero animale da set quale lui è.

“Le camere sono fredde”, Sordi abbellisce “bisogna ripristinare il riscaldamento”, salva solamente quello che di cui il copione proprio non può fare a meno, la battuta sulla posizione del cappuccino: la donna sotto e lui sopra. Come in ogni film di Sonego c’è un uovo. Avvocato Ronconi: quella canaglia fa delle insinuazioni su tua moglie per iniettare nella tua mente il germe della gelosia, approfittando di un madornale errore compiuto dal suo detective, e ben sapendo che una scatola chiusa suscita sempre una curiosità enorme…
Fabio Bonetti: “Come l’uovo di Pasqua”
E c’è un battutone di un personaggio del passato che vuol fingersi aggiornato, al passo coi tempi
Fabio Bonetti: “Niente… del più e del meno. Dicevo a Veronica che la droga non va drammatizzata… se una sera papà e mamma si fanno uno spinello, o a limite, la notte di Capodanno un tirino di cocaina, non è la fine del mondo”.
Tratto dal libro “Il cervello di Alberto Sordi: Rodolfo Sonego e il suo cinema”.

A partire da questo film ho cominciato una lenta riscoperta di Alberto Sordi, in pellicole memorabili, che non stancano mai, cito per tutte “La grande guerra” del 1959 riproposto quest’anno a Venezia nella sua versione restaurata http://www.snc.it/news.jsp?ID_NEWS=391&areaNews=10&GTemplate=news.jsp e l’ultimo che ho ritrovato nel corso di una ricerca sul cinema dei “telefoni bianchi” che mi hanno fatto conoscere Mario Camerini, di cui magari parleremo un’altra volta per non appesantirvi.

Si tratta di “Crimen”, appunto di Mario Camerini, un film del 1960, nel quale Alberto Sordi interpreta il ruolo di un incallito giocatore d’azzardo che rischia di perdere l’amore della moglie, una bellissima Dorian Gray.  La trama narra di sei protagonisti che saranno coinvolti in un omicidio, poiché tutti presenti sul treno diretto a Montecarlo e diffidenti nei confronti delle forze dell’ordine, diffidenza che rende tutti sospettati. Tra le scene del film in cui Sordi dà il meglio di sé è in compagnia del fantastico Vittorio Gassman.

A Camerini questo film leggero non verrà perdonato. Ma come!! Il regista di capolavori della “pentalogia” che affrescava in tempi non sospetti vizi e virtù della piccola e media borghesia si abbassava a filmetti di genere… Non si fa! Ed anche Giuseppe Sibilla sul TV Radio Corriere del 1967, in occasione della programmazione televisiva del film non riuscì a zittirsi in proposito.

Tra le altre cose scrisse:

Il fatto è che film di questo genere, immediatamente debitori all’attualità quanto al gusto di pubblico che si prefiggono di soddisfare, invecchiano in fretta. Rideremmo di meno, e in maniera assai diversa, da quella a cui ci aveva abituati Camerini, negli anni più fortunati della sua carriera.
Crimen offre divertimento a grana grossa e di rapido consumo, secondo le regole d’un gioco commerciale che non ha gran tempo da dedicare alle rifiniture.

Figurarsi che avrebbe detto de “La mia signora”, 1964, altro imperdibile cult dell’Albertone nazionale. Con regie a più mani (Tinto Brass, Mauro Bolognini, Luigi Comencini) protagonisti degli episodi sempre Alberto Sordi e Silvana Mangano.

Delle trame tutte aggrovigliate intorno ai rapporti di coppia racconterò solo brevemente quella dell’episodio 3, tratta da una novella di Goffredo Parise nella quale un uomo giovane e molto malato è costretto a letto (passaggi imperdibili della suora infermiera interpretata dalla sora Lella). Quest’ultimo dunque viene continuamente mortificato da suocera, moglie e figlio che gli rimproverano la malattia che gli impedisce di assolvere ai propri doveri.
La regia è di Bolognini mentre la sceneggiatura è sempre di Rodolfo Sonego.

Imperdibile l’osservazione della moglie/Silvana Mangano: “Un uomo se ama veramente sua moglie non si ammala”.

Questi anni alla scoperta dei film di Sordi oltre ad insegnarmi tantissime cose sulla società italiana di oggi e di allora, di me e del mio mondo, mi ha detto tante cose sul mio papà. Oggi a sette anni dalla morte di mio padre riporto le parole che Martin Scorsese disse a proposito della notizia della morte di Sordi, parole che sarebbero piaciute e avrebbe condiviso mio padre.

Sono triste e scioccato nell’apprendere della morte di Alberto Sordi. In qualche modo non pensavo fosse mortale. Le sue immagini vanno dal mio cuore alla mia mente, vedo la sua faccia e sento la sua voce in tutti quei meravigliosi ruoli che ha interpretato.
Sordi ha catturato come nessun altro quello che significa essere italiano, satirizzando molti tratti nazionali, buoni e cattivi, e così facendo, esorcizzandoli. Uno potrebbe legare insieme tutti i suoi film e tirarne fuori una storia dell’Italia. Era più di un attore. Era una icona nazionale. Porta con sé uno degli ultimi gloriosi ricordi dell’età mitica del cinema italiano.

Alberto Sordi ha girato talmente tanti film che me ne mancano ancora molti, per fortuna.
Li centellino, ritrovando in ciascuno di essi qualcosa che mi commuove o mi fa sorridere insieme a mio padre.

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Barbara Napolitano
Barbara Napolitano, nata a Napoli nel dicembre del 1971, si avvicina fin da ragazza allo studio dell’antropologia per districare il suo complicato albero genealogico, che vede protagonisti, tra l’altro, un nonno filippino ed una bisnonna sudamericana. Completati gli studi universitari si occupa di Antropologia Visuale, pubblicando articoli e saggi nel merito, e lavorando sempre più spesso nell’ambito del filmato documentaristico. Come regista il suo lavoro più conosciuto è dedicato ad una serie di monografie su protagonisti del teatro contemporaneo, tra i quali Vincenzo Salemme, Ottavia Piccolo, Isa Danieli, Luigi De Filippo, in onda per Rai5. Per la narrativa pubblica nel 2003 per la casa Editrice Amaltea “Zaro. Avventure di un visionauta”, a cui seguono, con diversi editori, “Il mercante di favole su misura” (2007), “Allora sono cretina” (2013) e “Pazienti inGattiviti” (2016). Il libro “Produzione televisiva” (2014), invece è dedicato al mondo della TV. Scrive sui blog “iltempoelafotografia” ed “il niminchialista cinematografico” dedicati alla multimedialità.