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Mariù, tutte le altre son nessun

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Gli uomini che mascalzoni


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Parliamo d’amore. Di film d’amore…
Cioè procediamo per categorie?
Sì, bravo!
Ma come si fa a riconoscere un film d’amore dagli altri?
Si fa così: lei e lui sono accomodati sul divano. Parte una musica che come pentagramma ha lo skyline di New York. Lui si agita sul divano e spera che al sole si sostituisca la notte, che il figlio illegittimo di Charles Bronson arrivi e faccia una carneficina. Ma lei è già accoccolata sotto le sue braccia e lui sa che sta per sorbirsi 120 minuti di melenso che ad essere generosi si può definire “intrattenimento leggero”.
Comunque meglio che sorbirsi lei. Fine.

Non si capirà mai fino in fondo perché gli uomini odiano i film d’amore, almeno quanto le donne odiano quelli di guerra, ma sappiate che le statistiche narrano che le più grandi spettatrici di gialli e thriller sono appunto donne.
Pensate che persino alla pluripremiata pellicola, addirittura con premi transcontinentali (Premio Oscar e Palma d’oro) “Un uomo, una donna” (1966) di Claude Lelouch, non fu perdonato per la sdolcinatezza.
Ed il Morandini riporta perfidamente il giudizio di un critico che ebbe a commentare poco simpaticamente il film:

È il sesto film di Lelouch il più bel fotoromanzo della storia del cinema francese. Anche l’amore è inquadrato in un’ottica piccolo borghese che, inserendo il sentimentalismo del vivere quotidiano negli stilemi romantici rasenta il Kitsch, ma crea una serie di trappole sentimentali nelle quali è difficile non cadere. Un critico francese lo definì un’autentica impresa di seduzione, un tranquillante su pellicola. Tutto è ripulito, levigato, dolce come la pelle di un bebè, fresco come l’alito Colgate. Anche la morte è ingentilita, disumanizzata. Dove non arriva la sua poetica di carosello pubblicitario, a colpi di zoom e di carrelli frenetici, subentra la musica carezzevole di Francis Lai con il suo motivo conduttore.

Lelouch si vendicherà facendone un sequel vent’anni dopo.
Ma per la sottoscritta il capolavoro del romanticismo e dell’intrigo resta un film del 1932 (lo so lo so … sono démodé), con un giovanissimo Vittorio De Sica, in pantalone ascellare come voleva la moda del tempo.

Parlo chiaramente dell’indimenticabile “Gli uomini che mascalzoni” del regista Camerini che volle non solo fortissimamente De Sica nel ruolo del protagonista, nonostante le rimostranze della casa produttrice che gli trovava un nasone poco fotogenico, ma che mise la scena in piena Milano. Contrariamente a quanto accadeva per le pellicole del tempo, infatti, che amavano girare in teatri di posa per arginare chiaramente gli innumerevoli problemi che la tecnica cinematografica incontrava nella ripresa in esterno, a partire dalla luce, il regista preferì girare quanto poteva in esterno.

E poi la protagonista abita a corso Sempione, sede della Rai!, e tutte le riprese da quella in tram alle descrizioni in camera car della città di Milano sono una vera e propria dichiarazione d’amore all’Italia di quel momento. Resto affascinata a guardare le insegne dell’epoca, e anche se sono nata quarant’anni dopo le riprese di questo film, le vivo con uno struggimento anomalo. Eppure anche quei tempi avevano bene le loro tristezze, basti pensare alla condizione femminile ed alla mentalità che dal film viene inevitabilmente fuori e la dice lunga su quale fosse il “posto” della donna.

Ma l’eleganza e la bellezza del giovane Vittorio, le sopracciglia perfettamente curvate di Lya Franca ed il tenero finale al portone di casa di lei con triplo saluto di buonanotte ed il padre tassista che presenta ai primi clienti un genero nuovo di zecca mi mettono di buonumore.
Come Monster e Co. Come in un mondo, appunto, dove i mostri sono spaventati dai bambini.

Siamo nel 1932 e mi sembra un film fatto meglio di tanti oggi.
Non perché ci sia questa voglia di tornare a tutti i costi al passato e di guardarsi indietro, semplicemente perché questo regista vede le persone. In uno sguardo, in un motto, in un atteggiamento si racconta la vita, i desideri, la cultura di chi davanti alla macchina da presa sta narrando la storia del cambiamento e dei desideri che quel mondo si apprestava a vivere. Persino le scene dentro una fantomatica Fiera di Milano, seppure ingenue, mi conquistano. Quante di quelle gigantesche bambole ho visto sedute in centro a letti matrimoniali in fotografie di case degli anni Quaranta, e anche oltre.

Il film vede surclassata la sua fama soltanto dalla canzone che ne decreta la sopravvivenza ancora oggi, “Parlami d’amore Mariù”… che tutti canticchiano spesso senza sapere che è stata una delle prime colonne sonore a suggellare il successo del film.

E poi? Dagli anni Cinquanta ci sarà l’America e a Lya Franca ruberanno camminate e sopracciglia perfette prima Doris Day e poi Audrey Hepburn, e dopo ancora Jennifer Lopez e Jennifer Aniston, per lavorare sui grandi numeri e sui nomi facili.

Ma nessuna sarà mai come Mariù. Mai.

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Barbara Napolitano
Barbara Napolitano, nata a Napoli nel dicembre del 1971, si avvicina fin da ragazza allo studio dell’antropologia per districare il suo complicato albero genealogico, che vede protagonisti, tra l’altro, un nonno filippino ed una bisnonna sudamericana. Completati gli studi universitari si occupa di Antropologia Visuale, pubblicando articoli e saggi nel merito, e lavorando sempre più spesso nell’ambito del filmato documentaristico. Come regista il suo lavoro più conosciuto è dedicato ad una serie di monografie su protagonisti del teatro contemporaneo, tra i quali Vincenzo Salemme, Ottavia Piccolo, Isa Danieli, Luigi De Filippo, in onda per Rai5. Per la narrativa pubblica nel 2003 per la casa Editrice Amaltea “Zaro. Avventure di un visionauta”, a cui seguono, con diversi editori, “Il mercante di favole su misura” (2007), “Allora sono cretina” (2013) e “Pazienti inGattiviti” (2016). Il libro “Produzione televisiva” (2014), invece è dedicato al mondo della TV. Scrive sui blog “iltempoelafotografia” ed “il niminchialista cinematografico” dedicati alla multimedialità.