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Un libro film: Cara Irene

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Irène Némirovsky


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Quando qualcosa di veramente potente e fuori controllo riesce a sterminare interi popoli, sia esso un fenomeno naturale, la follia di altri uomini, la ferocia del progresso, ritengo sia dovere di chi sopravvive raccogliere le testimonianze di quelli che non ci sono più.

Non solo per la memoria, non solo per rispetto dell’identità umana, non perché originale, meritevole, giusto, ma solo per il diritto alla trasmissione. Per il diritto che ciascuno dovrebbe avere di dire pacatamente la sua. Per affermare il principio che nessuno va ridotto al silenzio. L’obbligo del silenzio è una condanna maggiore della schiavitù.
E quanto ha gridato il silenzio della Némirovsky mentre cercava di sopravvivere alla certezza che il nazismo l’avrebbe uccisa!

A proposito della sua opera omnia, divenuta pure nel 2014 un film “Suite francese”, scrisse:

Il libro in sé deve dare l’impressione di essere semplicemente un episodio… com’è in realtà la nostra epoca, e indubbiamente tutte le epoche. La forma, dunque… ma dovrei dire piuttosto il ritmo: il ritmo in senso cinematografico… collegamenti delle parti fra loro. Tempête, Dolce, dolcezza e tragedia. Captivité? Qualcosa di smorzato, di soffocato, il più possibile cattivo. Dopo non so.
L’importante – i rapporti fra le diverse parti dell’opera.
Se conoscessi meglio la musica, credo che questo potrebbe aiutarmi. In mancanza della musica, quello che al cinema si chiama ritmo. Insomma, preoccuparsi da una parte della varietà e dall’altra dell’armonia. Nel cinema un film deve avere una unità, un tono, uno stile.

Appunti di Irène Némirovsky sullo stato della Francia e sul suo progetto Suite française tratti dal suo diario.

La Némirovsky è autrice di uno stupendo racconto “Film parlato” che più che essere ispirato alla tecnica cinematografica è esso stesso un film. Vedi chiaramente tutto quello che descrive perché è una sceneggiatura, un racconto a tagli cinematografici, a quadri, a inquadrature. C’è la descrizione di ogni singolo frammento di luce così come la voleva, con una decisione che spesso manca anche ai registi più esperti. Vedeva il film già montato.

Tutti i racconti di Film parlato contengono elementi autobiografici facilmente individuabili.
In ognuno di essi, la Némirovsky ribadisce che il corso delle cose non può essere dominato dall’uomo, completamente impotente di fronte ai propri desideri. Non c’è niente che si possa fare contro la forza del destino, così come non c’è lezione che i figli possano imparare dai padri.
La vita è un percorso di dolore e contrasti, pieno di errori e maglie saltate, sogni calpestati, feroci delusioni. Così è la vita, una lezione che si impara fin da bambini. Questa è la vita, nuda e cruda, che la Némirovsky vuole raccontare. Niente abbellimenti, nessuna pietà.

Irène Némirovsky – Film parlato e altri racconti
dall’introduzione di Marina Di Leo, Edizioni Adelphi 2013.

David GolderD’altra parte Irène Némirovsky il cinema lo conosceva bene. Sapete che è lei l’autrice del soggetto del primo film sonoro “David Golder”?, film proiettato al Nuovo Cinema Gaumont il 6 marzo del 1931, firmato come regista da Julien Duvivier. Il primo film SONORO! Duvivier fu allievo di André Antoine, praticamente uno dei padri del teatro francese, fondatore del Théâtre Libre nel 1887, quello che ha praticamente messo in scena Zola, e che ha diretto diversi film muti. Come si diceva Duvivier fu un suo degno allievo.

In nove anni mise in scena 124 nuove commedie e 114 autori di cui 69 all’esordio, tra i quali ricordiamo: Charles Baudelaire, Georges Courteline, Guy De Maupassant, Marcel Prevost, Émile Zola, August Strindberg.

David GolderMa mi diverte ricordare qui Julien Duvivier soprattutto per essere stato il regista di “Don Camillo” (1952) e “Il ritorno di Don Camillo” (1953) gli indimenticati Gino Cervi e Fernandel (grazie soprattutto a Rete4 oltre che all’indubbia bravura di regista e attori).

“David Golder” è un romanzo spietato, durissimo. Descrive la dominazione del denaro sulla vita, attraverso la fortuna di uno straccivendolo ebreo divenuto industriale facoltoso.
La mancanza di pietà nei confronti delle scelte scellerate che il denaro obbliga a compiere in suo nome, sono il vero soggetto del testo. La lucidità della descrizione della Némirovsky ha portato al successo il romanzo, da lei stessa ritenuto un romanzetto, purtroppo anche molto criticato da parte dei francesi israeliti che lo dipinsero come fortemente antisemita.

Una beffa considerato pure il suo destino: non avrebbe mai ottenuto la cittadinanza francese, nonostante la sua formazione praticamente tutta nelle migliori scuole francesi, è morta di tisi ad Auschwitz dove fu deportata nel 1942. D’altra parte la stessa Irene nel 1935 aveva affermato nel corso di un’intervista che se Hitler fosse già stato al potere avrebbe molto ammorbidito il personaggio di David Golder.

David GolderMa è da ammirare perché il suo etnocentrismo fortemente critico le fece anche aggiungere che farlo sarebbe stata una debolezza indegna di un vero scrittore. Sulla scia del successo di pubblico e anche di critica del film, comunque, la Némirovsky scrisse diverse sceneggiature che non furono mai acquistate né prodotte, perché nel frattempo il mondo che le aveva fatto passare a stento per l’epoca di essere una donna, aveva scoperto pure che era decisamente ebrea.

Per quanto mi riguarda ritengo la scrittura di questa autrice efficace: riesce a imporre subito l’idea che la vita degli individui è completamente nelle mani del destino.
Non c’è un’idea drammaturgica oggi che mi conquisti più di questa. Ma credo che questo sia un limite mio, presa come sono nell’inseguire ciò che mi accade.

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Barbara Napolitano
Barbara Napolitano, nata a Napoli nel dicembre del 1971, si avvicina fin da ragazza allo studio dell’antropologia per districare il suo complicato albero genealogico, che vede protagonisti, tra l’altro, un nonno filippino ed una bisnonna sudamericana. Completati gli studi universitari si occupa di Antropologia Visuale, pubblicando articoli e saggi nel merito, e lavorando sempre più spesso nell’ambito del filmato documentaristico. Come regista il suo lavoro più conosciuto è dedicato ad una serie di monografie su protagonisti del teatro contemporaneo, tra i quali Vincenzo Salemme, Ottavia Piccolo, Isa Danieli, Luigi De Filippo, in onda per Rai5. Per la narrativa pubblica nel 2003 per la casa Editrice Amaltea “Zaro. Avventure di un visionauta”, a cui seguono, con diversi editori, “Il mercante di favole su misura” (2007), “Allora sono cretina” (2013) e “Pazienti inGattiviti” (2016). Il libro “Produzione televisiva” (2014), invece è dedicato al mondo della TV. Scrive sui blog “iltempoelafotografia” ed “il niminchialista cinematografico” dedicati alla multimedialità.