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Plasmare l’argilla: il soggetto

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Plasmare l'argilla: il soggetto


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Da questo momento entreremo nel vivo del corso e inizieremo a familiarizzare con termini tecnici e strumenti che gli scrittori adoperano nella loro professione. Per il titolo di questa lezione ho impiegato un’immagine che forse ti rievocherà la creazione divina: plasmare l’argilla.

In verità, in verità ti dico che il lavoro dello scrittore è molto simile a quanto raccontato nella Genesi: chi scrive è un Demiurgo, un essere ispirato da un’idea creativa che decide di rendere reale modellandola.

Quando lo scrittore ha un’idea circa la storia che vuol raccontare, quest’idea con ogni probabilità è ancora una massa di materia informe, il Caos, e noi siamo qui per mettervi ordine. Tu sei qui per questo, per plasmare la materia e darle forma. Restiamo in metafora. Cosa fece Dio quando creò l’uomo? Sì, le Scritture ci dicono che plasmò l’argilla e poi soffiò il suo alito nelle narici di Adamo, ma cosa accadde fra queste due azioni? Dio sapeva che avrebbe dovuto creare le narici e il naso per poterci soffiare dentro?

Perdona questa bizzarria, ma in tono scherzoso potrei dire che un giorno Dio si alzò con l’idea di creare l’uomo e iniziò a lavorarci su. Aveva bene in mente come voleva “costruirlo”, sapeva di quali caratteristiche dotarlo, sapeva di volergli donare le braccia, le gambe, ecc. E poi gli diede vita. Il risultato finale della sua creazione, l’uomo, è stato possibile perché il suo autore aveva un progetto.

La progettualità è fondamentale in ogni opera creativa, anche se ti ho sempre detto che l’artista è un ponte fra umano e Divino, e che l’ispirazione arriva da una sfera più elevata, di certo non terrena. Bene, lo strumento più idoneo per porre le basi di un progetto letterario – e per continuare a seguirlo – prende il nome di soggetto.

Fermiamoci un attimo. A voler essere pignoli, sono gli autori delle arti visive che parlano di soggetto: esistono soggetti teatrali, cinematografici, televisivi, perfino fotografici.
Se chiedi a uno scrittore di farti leggere il soggetto del romanzo al quale sta lavorando, nove volte su dieci ti risponderà sdegnato. Il perché non te lo so dire, purtroppo in questo mondo cui appartengo regna lo snobismo, molti scrittori pensano che esistano artisti di serie A e di serie B. Così adoperano termini più cool come “sinossi”, “trama” e via dicendo.

Tuttavia:

  • Secondo me un artista è un artista, stop. Da Michelangelo al mimo di strada;
  • Sinossi, trama e quant’altro indicano altri concetti, quindi spesso ci si riempie la bocca utilizzando termini senza cognizione di causa.

Ma quanto sei polemico oggi, William! E lo so, ma il fatto è che anche chi storce il naso il soggetto lo scrive, fidati. Lo fa perché il soggetto è non solo utile, ma imprescindibile per iniziare a raccontare una storia.

Detto ciò, vediamo di capire cosa sia questo strumento. Il soggetto è una sorta di riassunto che illustri una storia a grandi linee, evidenziandone i momenti salienti. Non è la trama – che è il modo in cui le vicende della storia si intrecciano – né la sinossi – cioè il racconto sintetico della storia. È l’esposizione dei fatti narrati, semplice e lineare, spesso nel corretto ordine cronologico. Cosa vuol dire?

Un libro può avere una trama molto complessa. Esempio: all’inizio della storia il personaggio A uccide il personaggio B. Leggendo scopriamo che B aveva a sua volta ucciso C, così A si è vendicato. Ma alla fine del romanzo si scopre che C si era suicidato, B era stato prosciolto dalle accuse e così A ha ucciso un innocente. L’esposizione dei fatti nel soggetto non segue necessariamente l’ordine che ti ho appena mostrato. Il soggetto in questo caso esporrebbe i fatti in questo modo:

  1. C viene trovato morto;
  2. B viene accusato di omicidio;
  3. I giudici stabiliscono che C si è suicidato e scagionano B;
  4. A non crede all’innocenza di B e lo uccide;
  5. A scopre le prove dell’innocenza di B.

Ovviamente sto sintetizzando al massimo. Torniamo in tema e chiediamoci: come si scrive un soggetto? Sempre rispettando la libertà individuale e ponendo meno limiti possibile alla creatività, c’è da dire che esistono due regole d’oro per redigerne uno efficace:

  • Semplicità. È bene adottare uno stile sobrio, essenziale, senza troppi svolazzi.
    I “fiorellini” verranno dopo. Ricorda, il soggetto non è il libro;
  • Chiarezza espositiva. Il soggetto va fatto leggere ad altre persone, un editor, di solito, quindi è necessario che il flusso della storia sia lineare, senza lasciare dubbi.
    La suspense va lasciata al testo finale.

Un’altra cosa da ricordare è che il soggetto è vivo. Una volta scritto, il suo compito non si esaurisce, anzi: è importante andarselo a riguardare man mano che si procede nella scrittura del romanzo per verificare se ciò che stai scrivendo rispetta le premesse iniziali. È neanche è detto che il soggetto debba essere immutabile: se mentre scrivi ti viene un’idea migliore, vuoi cambiare come vanno le cose o cosa accade a un personaggio, sei libero di ripensarci e aggiornare il soggetto con le nuove idee.

Inoltre, è consigliabile adottare altri accorgimenti che rendano il soggetto più chiaro, come raccontare la storia al presente e in terza persona. Esempio:

Paolo incontra il suo vecchio amico Giovanni che nel frattempo si è sposato…

rende meglio rispetto a

Il 18 novembre Paolo incontrò il suo amico Giovanni che si era sposato il…

Ancora una volta, il soggetto non è il romanzo, serve solo a mostrare cosa succede nella tua storia. Questo comunque non vuol dire che poi il romanzo dovrà essere scritto per forza al presente e in terza persona.

Una questione importante è relativa alla lunghezza del soggetto. Non esiste una regola, ma di solito si va da un minimo di 3 cartelle dattiloscritte a un massimo di 10. E qui dobbiamo introdurre un altro concetto tecnico della scrittura professionale.

La cartella dattiloscritta è l’unità di misura di un testo letterario. Le cartelle standard sono quelle 30×60. Si tratta di pagine formate da 30 righe, ciascuna delle quali conterrà al massimo 60 battute. Le battute sono i caratteri, cioè lettere, numeri, simboli di punteggiatura e anche spazi. Dato che 30×60 fa 1.800, possiamo dire che una cartella standard sia una pagina che contenga 1.800 caratteri, spazi inclusi.

Diciamo che queste indicazioni avevano più senso anni fa, quando si batteva a macchina e si sprecava tanta carta. Oggi con computer e quant’altro gli editori sono meno fiscali e le foreste sono salve. Ma se un giorno deciderai di partecipare a un concorso letterario, queste nozioni ti torneranno utili.

Abbiamo detto che la lunghezza ideale di un soggetto oscilla fra le 3 e le 10 cartelle. Ciò significa che dovrebbe contenere dalle 5.400 alle 18.000 battute spazi inclusi. Visto che come sai abbiamo deciso di impiegare Word per scrivere, la funzione di conteggio dei caratteri la trovi sul menu “Strumenti” a “Conteggio parole”.

Infine, parliamo anche di font, cioè tipi di carattere. Per queste lezioni sto usando il “Verdana”, che è molto leggibile e si adatta a qualunque schermo video, inclusi gli smartphone. Per scrivere un romanzo però si adoperano font più indicati per la resa su carta. Ogni editore ha i suoi font preferiti, e se è per questo esistono molte leggende metropolitane in merito alla scelta del tipo di carattere.

Siccome il soggetto va presentato a un editor, in genere su carta stampata, è bene scegliere una font adatta al supporto cartaceo. Ah, nota che io preferisco dire “una font”, al femminile, perché è una parola di origine francese. Ma se preferisci “un font” va bene lo stesso.

Esercizio.

Scrivi il soggetto del tuo romanzo, secondo le indicazioni fornite in questa lezione.

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