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Non ti disunire

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Ci sono uomini troppo fragili per andare in frantumi.
Ludwig Wittgenstein 

Non possiamo nasconderlo: questi sono tempi fragili e precari che rivelano il fallimento dell’illusione dei singoli di essere autonomi e indipendenti.

Necessiterebbe prendere coscienza dei legami e costruire un nuovo mondo basato sulla cultura della relazione, ma non sembriamo comunque pronti, al netto di un fallimento annunciato.

Quello che vediamo e viviamo è un presente ricco di incertezze, con un senso di precarietà elevato: ogni situazione può avere una diversa evoluzione da un momento all’altro e le sacre sicurezze del passato, come ormai hanno comprovato la pandemia prima e la guerra dopo, con le conseguenti problematicità economiche diffuse, non bastano più.

Nessuno di noi era pronto agli eventi che ci hanno travolto negli ultimi mesi. È stato come se una pioggia torrenziale avesse colto tutti alla sprovvista e i pochi che avevano avvistato le nuvole all’orizzonte non ne avevano percepito la reale entità.

A livello medico sono stati forniti una serie di dati che mettono in risalta come certe emergenze possano causare traumi e dolori che si possono protrarre nel tempo: in effetti, lo scoppio di una pandemia, ad esempio, causa paura e preoccupazione in molti ed influenza il benessere cognitivo di ogni individuo.

Studi approfonditi hanno confermato che depressione, disturbi d’ansia, abuso di sostanze stupefacenti, PTSD, ovvero disturbo da stress post traumatico, seguono generalmente periodi di grandi crisi economiche o disastri naturali.

In particolare, le crisi economiche sono associate a un aumento significativo di sintomi di depressione nelle persone.

Oppure, ritornando indietro di qualche mese: la rottura della vita normale come conseguenza di lockdown comandati dai governi o l’obbligo di stare a casa ha avuto un impatto importante sulla salute mentale delle persone. Confinamento e isolamento sociale hanno incrementato la paura di subire violenza domestica, che include abuso fisico, emotivo e sessuale.

Una revisione recente degli studi sugli effetti negativi della quarantena e misure simili sulla salute mentale ha riscontrato che negli individui in condizione di reclusione erano altamente presenti sintomi di depressione, disturbi dell’ansia e dell’umore, dello stress post-traumatico, del sonno, panico, stigmatizzazione, poca autostima, mancanza di autocontrollo.

Eppure, proprio in momenti come questi, possiamo scoprirci diversi e magari più forti. La fragilità, infatti, aiuta a scoprire davvero chi siamo. Ci porta dentro l’Io, ma non nel buio delle tenebre dell’indifferenza, quanto nella luce della condivisione. È intima, certo, ma può essere condivisa: e quell’io diventa un noi, dove riconoscendoci è più facile anche stare insieme, avanzare e sopravvivere insieme.

Quello che occorrerebbe è senza dubbio un cambiamento culturale e spirituale che ci spinga oltre e che ci faccia abbandonare le sovrastrutture del nostro essere che, spesso, ingabbiano la nostra forza e ci rendono vulnerabili facendoci nasconderci dietro a fantasie inutili, come quelle puerili che bastiamo a noi stessi e che possiamo fare a meno degli altri, vivendo nella nostra zona di confort autonomamente e indipendentemente.

La verità è che siamo interconnessi e viviamo nella relazione e questo vale a livello micro, per i singoli individui, e via via a livello macro, cioè per le aziende, quindi il lavoro, e interi Paesi.

I vecchi sistemi sono falliti, dobbiamo attendere che questa fase di transizione comporti una maggiore consapevolezza. Affinché ciò avvenga, diventa ineluttabile un periodo di instabilità e di confusione anche per un lungo periodo di tempo. Ovviamente, non stiamo parlando di dipendenza, che è un legame soffocante e pericoloso dove uno prende il sopravvento e quindi il comando nei rapporti.

Stiamo affermando il valore della interazione tra persone che vivono lo stesso tempo e la stessa paura di essere diversi, fragili, anonimi e invisibili.

Di fronte a questi rischi c’è la nostra stessa essenza di esseri umani, il nostro intimo anelito; è in questo dove che dobbiamo decidere di scendere in campo, è in questo luogo tra il reale e la volontà dove si può vedere il valore di ciascuno e cogliere l’importanza dei vincoli.

In gioco entra un serio valore compensativo, dove si impara insieme ad esprimersi e ad esporsi. La transitorietà ci spaventa, è il suo compito, e l’incertezza può immobilizzare e fratturarci, è la sua missione, ma proprio questo abisso ci rivela chi siamo e fornisce alla nostra condizione umana il suo senso più autentico.

In questi momenti di asfissia bisogna sapere camminare e guardare al sentiero con determinazione, senza illusioni e senza paura.

Mi viene in mente un passaggio fondamentale del film ‘È stata la mano di Dio’ di Paolo Sorrentino. Quando il protagonista Fabietto, che sarebbe il nostro regista da ragazzo, vive un concitato dialogo con il regista Antonio Capuano, il mentore di Sorrentino nella vita reale.

Usciti da teatro, l’uomo incalza il giovane chiedendogli se abbia qualcosa da raccontare nella sua vita e consigliandogli di restare a Napoli. Messo alle strette, Fabio ricorda esasperato e addolorato il trauma vissuto per la morte dei propri genitori a causa di una perdita dalla caldaia della casa in montagna.

Di fronte alla reazione del ragazzo, Capuano dispensa il proprio consiglio, ripetuto più volte:

Non ti disunire.

E in quella invocazione c’è tutta la volontà sotto forma di imprecazione ammorbidita a non mollare e restare se stessi anche nelle afflizioni e nella noia del vivere quotidiano, perché quel disunire sarebbe perdere la propria unità, la propria essenza, il proprio essere.

Al di là della trama e della libera interpretazione che si vuol dare al film e, nel nostro caso, alla frase, io la raccolgo e la giro per sottolineare l’importanza vitale di restare ancorati a ciò che siamo anche nei momenti più astiosi e impervi della nostra esistenza. Magari unendoci all’altro in una catena che possa sopportare ogni urto e ogni paura. Perché anche dietro alla stessa paura ci siamo noi e la nostra energia. La fragilità è l’uomo stesso. E negarla significa sprecare un pezzo essenziale della nostra persona.

Scriveva il filosofo Blaise Pascal:

L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutte in natura, ma è una canna pensante.

“Non ti disunire” vuol dire non separare la propria interiorità sfregiata dall’esistenza di tutti i giorni.

In filosofia e in psicanalisi c’è un denso termine tedesco che designa la scissione e la dissociazione interiori: Spaltung. Esso descrive la scomposizione, la disgregazione, la sconnessione dell’Io che, per un meccanismo inconscio di difesa, diviene gradualmente incapace di vedere la realtà complessivamente e ne sceglie solo una parte come vera, negando l’altra.

Tutto è fragile, ma la nostra forza, come scriveva il filosofo e scrittore americano Ralph Waldo Emerson, «matura dalla debolezza». Dalla virtù, tutta da riscoprire, della fragilità che ci scava e ci plasma e a volte ci fortifica e ci rende unici.

L’usura del tempo implacabile ci deve valorizzare quanto ci è concesso vivere e ogni nostro contributo deve essere costruttivo e atto ad emulare la generosità di chi ci ha creato.

Quello che ci portiamo a casa non deve essere l’illusione di aver vissuto ma la certezza di aver contribuito a costruire un mattone per la casa dell’umanità. Ecco che non disunirsi significa anzitutto comprendere la natura irredimibile del dolore e non scambiarla con le consolazioni della vita. Che resta unica anche quando ride addosso al nostro dolore.

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Autore Massimo Frenda

Massimo Frenda, nato a Napoli il 2 settembre 1974.