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La penna è una telecamera

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La penna è una telecamera


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Oggi parleremo di cinema. Vedi, scrivere una storia è un po’ come realizzare un film. Anzi, è più corretto affermare che il cinema deriva dalla letteratura.

Già nelle lezioni precedenti ho più volte insistito su questo parallelo, ad esempio quando abbiamo parlato di soggetto o illustrato la costruzione dei personaggi come qualcosa simile al casting. Nella figura dello scrittore confluiscono infatti molti ruoli che appartengono al grande schermo: autore, sceneggiatore, scenografo, fotografo e, soprattutto, regista.

Chi è il regista e quale ruolo ha in un film? Il regista è colui che dirige tutti gli altri soggetti coinvolti nella realizzazione della pellicola, d’altronde, nei paesi anglofoni è denominato director. Una specie di “capitano” che coordina altre persone e dice loro come muoversi, cosa dire e quando.

Ma non è solo questo. Quando vedi un film che ti appassiona, puoi essere attratto dalle performance degli attori, godere di una splendida colonna sonora, o degli effetti speciali; oppure, ancora, apprezzare la sceneggiatura, i dialoghi o la fotografia. Il regista è dietro tutto questo e gran parte della riuscita o meno di un film, al di là della bravura dei singoli interpreti o della troupe, si deve al suo lavoro di “taglia e cuci”.

C’è un’altra sfera dove il regista influisce ed è qualcosa che spesso a un occhio meno attento sfugge: il ritmo della storia. Ma di questo parleremo a tempo debito, per ora concentriamoci sul resto.

Nella scrittura si è quasi sempre donne o uomini soli, nel senso che non puoi avvalerti della collaborazione di uno sceneggiatore, di un tecnico del montaggio e via dicendo. Esistono sì attori da dirigere, ma sono i personaggi che tu hai creato e i loro dialoghi devono essere concepiti da te. In pratica, sei il regista di te stesso e devi pure imbracciare una telecamera per mostrare al lettore cosa succede. Cosa significa “la penna è una telecamera”, dunque?

La penna, intesa come scrittura, è lo strumento grazie al quale puoi far vedere ai lettori le cose che accadono nella tua storia, farli entrare nel racconto, lasciare che si immedesimino, che ragionino come i protagonisti o ne prendano le distanze. Con la scrittura tu proietti un film senza immagini, permettendo alla fantasia di chi legge di colmare i gap: immaginare i volti dei personaggi, vedere luoghi in cui non sono mai stati o che non esistono, eccetera eccetera.

Avrai senz’altro adoperato una telecamera o girato un video con il tuo telefonino. Come sai, una videocamera ti permette di immortalare la realtà attraverso vari piani, ad esempio puoi registrare una sequenza panoramica, oppure effettuare un primo piano per mostrare un viso, un dettaglio che ti ha colpito; puoi giocare con le inquadrature facendo “salti di campo” o procedere dal generale al particolare attraverso lo zoom. Bene, tutto questo è possibile anche con la scrittura.

Ecco un famoso esempio di panoramica:

Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte, che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni.

L’avrai di certo riconosciuto, è l’incipit de ‘I promessi sposi’ e quindi, per prima cosa, ti chiedo scusa se utilizzo ancora il Manzoni come caso di studio. Ne avrei potuti scegliere mille altri, ma il buon Alessandro mi serve per collegarmi a qualcosa che ti dirò fra pochissimo. Puoi notare come la lunghissima frase introduttiva del romanzo più odiato dagli studenti italiani sia una carrellata panoramica, e occhio: la lunghezza dei periodi è stata voluta di proposito dal Manzoni per rallentare l’azione e procedere con una descrizione ampia del luogo d’ambientazione della sua storia. In pratica ci guida come se stesse pilotando un velivolo dotato di una telecamera che riprende il paesaggio dall’alto.

Siccome c’è chi questa cosa l’ha notata e ha più titolo di me a parlare, lascio la parola a uno dei più illustri scrittori italiani contemporanei, Umberto Eco:

Perché la prima pagina dei «Promessi Sposi» è costruita con periodi tanto lunghi? È chiaro, qui Manzoni sta facendo del cinema… Cerchiamo di immaginare che Manzoni avesse a disposizione grandi mezzi e dovesse scrivere la sceneggiatura per una storia che inizia a volo di elicottero. Naturalmente un elicottero con una telecamera a bordo. E rileggiamo questa pagina tenendo sotto gli occhi una carta geografica. Provate a farlo a scuola, i ragazzi si divertiranno.

Più avanti in quell’articolo, che Eco pubblicò per L’Espresso nel 1984, lo scrittore parla delle tecniche “cinematografiche” manzoniane, in particolare dello zoom:

Manzoni ha deciso che la sua descrizione dell’ambiente deve procedere anzitutto per un movimento che un tecnico cinematografico chiamerebbe di «zoom», è come se la ripresa fosse fatta da un aereo: cioè la descrizione parte come fatta dagli occhi di Dio, non dagli occhi degli abitanti.

Difatti l’autore procede nella sua descrizione proprio dall’alto verso il basso individuando dapprima il lago e poi il suo ramo; quindi il suo “elicottero” si abbassa per zoomare sulle rive, sul ponte e via dicendo, fino a quando l’inquadratura non stringe abbastanza da mostrarci il primo personaggio in movimento:

Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell’anno 1628, don Abbondio, curato d’una delle terre accennate di sopra.

Visto che bello? Manzoni giocava a fare il regista settanta e passa anni prima dell’invenzione del cinema! Com’è possibile che l’autore conoscesse tecniche cinematografiche quando il cinema ancora non esisteva?

La risposta è in quello che ti ho detto poco fa: è il cinema ad aver fatto sue le tecniche della letteratura. Questo dimostra ancora una volta come tu, grazie alla scrittura, possa realizzare un film fatto solo di carta, inchiostro e parole.

Prima di proseguire forse sarà meglio che ti chiarisca la mia posizione sul Manzoni, visto che continuo a citarlo. Manzoni è stato un grande scrittore? A mio parere, sì. Soprattutto per la poesia. ‘I promessi sposi’ è il miglior romanzo italiano? Sempre secondo me, no. Allora perché continuo a farvi riferimento? Per due motivi: primo, bene o male lo abbiamo letto tutti; secondo, sarà anche noioso, ma è un perfetto campionario di tecniche narratologiche.

Manzoni ci ha messo tutta la sua esperienza, è pieno di quei “ferri del mestiere” di cui parlo ogni tanto, perciò prenderlo a modello ci farà soltanto bene. Ultima domanda: se Manzoni ha anticipato le tecniche del cinema, allora è un genio? Sì, forse lo è stato. Ma non pensare che questa combinazione degli espedienti letterari della carrellata panoramica e dello zoom siano una sua prerogativa. Ecco quello che secondo me è il miglior esempio di zoomata letteraria di tutti i tempi, oltre che uno dei più antichi.

In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.

Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta.

Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce.

Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.

Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.

E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità.

Esatto, è il Vangelo secondo Giovanni. Si può essere credenti o atei, ma questo incipit è un testo di una bellezza letteraria che rasenta la perfezione. Al di là delle implicazioni di carattere religioso, quel che ci interessa in questa sede è apprezzarne la qualità del lessico e ragionare su cosa abbia fatto l’autore.

Anche qui abbiamo una carrellata che inizia panoramica e molto in alto, dato che ci troviamo in un momento spazio – temporale in cui non esiste altro che il logos, il Verbo, emanazione diretta di Dio. Una visuale che si abbassa fino a stringere nel dettaglio del primo personaggio, Giovanni, che introduce poi il “protagonista della storia”, cioè Gesù. Dunque, il Manzoni non si è inventato nulla.

L’espediente che prevede questo movimento dall’alto al basso, dal generale al particolare, è una tecnica di grande impatto per chi legge.
Ma attenzione, uno scrittore non può utilizzarla sempre, soprattutto in un incipit. Finirebbe per diventare controproducente.

Tuttavia panoramica e zoom sono due tecniche alle quali puoi ricorrere in ogni momento della storia, quando vuoi avvicinare l’attenzione dei lettori a un dettaglio o, al contrario, ti interessa offrire loro una visuale più ampia.

E adesso, visto che stiamo parlando di tecniche simil – cinematografiche e di ferri del mestiere, ho il piacere di presentarti un comandamento che qualcuno considera la regola numero uno di chi scrive. Ne abbiamo già parlato in passato ma ora l’affronteremo nei dettagli. La regola d’oro è definita dalla frase “show, don’t tell!” che significa, ma questo lo sai di sicuro, “mostra, non raccontare!”

Il perché della sua importanza è presto detto: un libro non è un film, ferme restando le considerazioni di poc’anzi. In un romanzo non ci sono immagini, non c’è l’espressione di un attore, non c’è la musica ad accompagnare le azioni. Tutto questo lo devi rendere tu, nero su bianco.
Lo devi riprodurre con le parole. Questo significa che non puoi limitarti a raccontare qualcosa. Lo devi mostrare. Ma vediamo qualche esempio.

Franco è un ragazzo timido e insicuro.

Questa frase non ci dice niente. Sì, l’autore ci informa che Franco è timido e insicuro. Ma come fa a dirlo? Il lettore non è uno sprovveduto. Nessuno si fida di te, autore, solo perché ci hai passato un’informazione. Per rendere bello un romanzo, per catturare chi lo sta leggendo è necessario prendere la nostra “telecamera” e zoomare fino a mostrare un primo piano di Franco.

Se fosse stato un film allora ci sarebbe anche potuta essere una voce narrante a pronunciare quella frase, ma in un libro è un attimo più complicato, perché i lettori non possono vedere Franco né le sue espressioni, e neanche sentire se ha la voce bassa o incespica quando parla come fanno di solito le persone timide. Ecco allora che le parole devono diventare gli occhi e le orecchie di chi legge, mostrando la timidezza e l’insicurezza di Franco.

Franco vide Martina, la ragazza di quinta B, dall’altra parte della strada e si piantò in mezzo al marciapiede.
I compagni di classe lo presero in giro – la sua cotta era sulla bocca di tutti – e il poveretto avvampò con due gote che sembravano pomodori Piccadilly. Pensò allora che se si fosse nascosto in mezzo agli amici forse lei non l’avrebbe visto e sì, sarebbe stato in salvo; ma proprio mentre lo pensava Martina attraversò la strada per raggiungere il gruppetto e fu allora che Franco si rese ancora più visibile, facendo cadere tutti i suoi quaderni per terra.

Il paragrafo quassù, che ho inventato su due piedi, non utilizza gli aggettivi “timido” o “insicuro”, non definisce Franco in tal modo. Ma, nel narrare la scena, mostra tali caratteristiche attraverso l’atteggiamento di Franco.

Vediamo un altro esempio:

In ogni scuola che si rispetti c’è un bullo, e in quella scuola il bullo si chiamava Salvatore.

Salvatore è un bullo solo perché ce l’ha detto l’autore. Leggi ora:

Eccolo là. Mamma mia quanto è grosso. Ho sperato che oggi non venisse, invece… e ora dove mi nascondo?
Mi appiattisco contro la parete e spero che qui, dietro questi ragazzi che chiacchierano in piedi fuori dall’aula, non mi veda. Oppure che abbia altro per la testa.

Sbircio e vedo Salvatore avanzare, petto all’infuori e testa alta, almeno 2 – 3 metri davanti ai suoi leccapiedi.
Ogni tanto si ferma, sghignazza o dice loro qualcosa, e quelli ridono come iene, in modo meccanico, un riso nervoso che significa “meglio compiacerlo”. Cavolo, ha accelerato il passo!
Gli occhi gli brillano come a uno squalo che ha fiutato il sangue della sua preda, e quella preda sono io.
Cammina e si stiracchia le mani, stringendole per far scrocchiare le nocche. È a due metri da me, uno… mi ha superato, evvai!

No, si è fermato. Si gira. Porca miseria…

«Ehi, microbo. Cos’hai da guardare, eh?»

«Niente, niente… non stavo guardando te.»

«Sì invece!» urla a dieci centimetri dal mio naso.
«Vero che mi ha guardato storto?» domanda ai suoi scagnozzi che nel frattempo l’hanno raggiunto.

«Sì, è vero» spergiura uno dei due.

«Diamogli una lezione, Salvo! Questo pidocchio non conosce la parola rispetto».

«Hai sentito? Ci sono testimoni. Quanti soldi ti ha dato la mammina oggi»?

Cosa dici: Salvatore è un bullo oppure no? Lo show, don’t tell è una regola aurea accettata dal pensiero comune, ma è anche vero che ci sono circostanze in cui è possibile farne a meno, ad esempio durante il flusso di coscienza, o con la narrazione in prima persona.

Narrare in prima persona ci permette di evitare questa regola perché la prospettiva è quella del protagonista e, in fondo, il narratore ci sta confidando i suoi pensieri.

Potrebbe valere benissimo la frase “Salvatore è un bullo” perché il protagonista lo pensa, stop. E allora perché, nell’esempio di prima, ho combinato narrazione in prima persona e showing? Semplice, perché io preferisco così. A parer mio è possibile raccontare le sensazioni del protagonista e anche mostrare ciò che avviene per descrivere l’attributo di un personaggio, Salvatore, senza mai nominare la parola “incriminata”, bullo.

Questo è tutto. E ora… sperimenta, sperimenta, sperimenta.

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