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Suono dunque sono

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Sanitansamble ph Davide Visca


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Sotto l’effetto di Sanitansamble

Piango. Potrebbe essere imbarazzante in effetti… d’altra parte nessuno è attento a me. Abbiamo tutti gli occhi incollati su bambini e strumenti. Alcuni strumenti più grandi dei bambini che li suonano. Non sono la sola a commuoversi per questo miracolo che si chiama Sanitansamble.

Dal 2008 un gruppo di pazzi romantici maestri musicisti segue un progetto di orchestra giovanile nella Sanità. Se ne sono accorti pure i media italiani, ospitandoli ultimamente in diverse trasmissioni di carattere nazionale, eventi che non hanno trasformato in alcun modo la freschezza e la spontaneità di questi giovani che si esibiscono con il sorriso, il cuore e l’ansia di una prima importante, ogni volta che abbracciano lo strumento.

Uno dei loro primi maestri è un violinista che conosco bene, Gioacchino Morrone, lo osservo durante il concerto e mi accorgo che anche lui è molto emozionato e con le lacrime agli occhi.

L’occasione è fornita dalla festa dell’Immacolata, l’8 dicembre, l’”Orchestra Sanitansamble Junior ” e l'”Orchestra Giovanile Sanitansamble”, in collaborazione con i Cori Polifonici “Note Legali” del Collegamento Campano G. Franciosi e “Musique Esperance” di Nola hanno suonato per più di un’ora nella Basilica di Santa Maria della Sanità.

Paolo Acunzo, che li dirige, è una persona straordinaria, un sorriso aperto su un atteggiamento serio e professionale, come chiunque abbia a che fare con le aspettative ed i sogni dei giovani deve avere.

Il progetto prende ispirazione da un altro grandissimo visionario eccellente: il maestro Josè Antonio Abreu. Quest’omino dall’apparante aria tranquilla è stato capace di creare una delle orchestre più importanti del mondo: l’Orchestra Sinfonica Giovanile Venezuelana.
Il progetto ambizioso che questo grande uomo e musicista è stato capace di realizzare non riguarda solamente l’apprendimento e la pratica della musica strumentale da parte delle classi di giovani più disagiate dell’America Latina, ma la creazione di un sistema di vita.
“El Sistema”, infatti, ovvero un metodo che insegna ai giovani la promozione sociale e culturale, fu fondato nel 1975 e la sua sopravvivenza negli anni è la maggiore testimonianza di questo successo.

Molti allievi sono diventati a loro volta insegnanti, qualcuno è riuscito pure a calcare palcoscenici di importanza internazionale, perché il talento e l’impegno hanno sconfitto la nascita sfortunata in un contesto che spegne i suoi giovani troppo frequentemente nella delinquenza e nella morte.

Devo ammettere che è un’esperienza meravigliosa ammirare non solo i ragazzi che suonano ma pure le loro famiglie, i loro amici, il contesto tutto che partecipa di questa musica insieme a loro.

Si pensi, poi, che Napoli non è un luogo lontano dalla musica, tutt’altro. Non parlo solo della cosiddetta musica colta che, comunque ha nel conservatorio cittadino, l’istituzione nel merito più antica del mondo.
Ma pure della musica popolare che ha portato alla ribalta tanti grandi, basti il nome del compianto Pino Daniele.
Ma per la musica sinfonica, il costo degli strumenti e delle lezioni sovente pregiudica la possibilità per le classi meno abbienti di imparare a suonare, per esempio, il violino.

Questo progetto, invece, rende la musica sinfonica non più monopolio di un’élite, ma “strumento” di giustizia sociale.
Mi si perdoni il gioco di parole, ma era troppo ghiotto.

Non mi voglio soffermare, come per esempio viene spesso fatto, sulle storie difficili dei singoli ragazzi, quanto piuttosto sulla straordinaria creazione di una “società” vera e propria che questo progetto realizza.
Sì, perché è questo il bello. La comunità si fa carico di questa bellezza e della possibilità di produrne altra. Bevono tutti al calice di questa bellezza. Ne riconoscono la necessità della continuazione. Per questo gli strumenti dati in comodato d’uso, i leggii, persino le sedute ed il podio del maestro sono e restano della “comunità”.

Cosa ha di straordinario tutto questo? Ve lo spiego.
Quando dei ragazzi si dedicano alle attività illegali spesso lo fanno per sentirsi “qualcuno” perché entrare in una organizzazione criminale darà loro un’identità, prima ancora che un reddito. La banda ti dice chi sei, che sei importante, che vali perché sai essere crudele, forte, spietato.
Ora immaginate che la tua forza, la tua abilità, la tua bravura non vengano dal fatto che sai sparare, ma che sai fare una cosa così difficile come suonare un oboe! Che sei qualcuno perché sai fare qualcosa di così difficile e complicato come suonare un contrabbasso.

La difficoltà di questo apprendimento che, sotto gli occhi della sua famiglia, il ragazzino farà ogni giorno, con responsabilità e precisione indispensabili per suonare da soli e con gli altri, lo rende pure un “modello” per la sua famiglia. Fa sì che si senta apprezzato dai suoi e questo accresce enormemente la sua stima individuale e sociale.

È un incoraggiamento alla possibilità del sogno perché, vedete, molti di questi ragazzi prima di pensare alla sua realizzazione si negano pure la “possibilità” del sogno.

Io me li immagino questi ragazzi: uno che suona il flauto mentre la madre cucina, l’altra che solfeggia mentre il padre ripara una sedia…

La musica che entra nelle vite di tutti, una musica che smette di essere un bene di un gruppo privilegiato e supera la pochezza materiale, diventando ricchezza culturale e possibilità di conoscenza del mondo.

Come Abreu ha sottolineato tante volte, la cosa peggiore della povertà, infatti, è “essere nessuno”, non avere identità, non avere stima pubblica.

È questo che mi ha commosso tanto la sera dell’Immacolata. Vedere la gioia di tutti, del pubblico e dei musicisti, per essere riusciti nella conquista di questa stima sociale.

Ciò è potuto accadere solamente perché qualcuno è andato “ogni” giorno da questi ragazzi, in questo quartiere, perché ha tenuto duro alla fatica, allo sconforto che talvolta ti prende, al lavoro improbo di stare dietro a qualcuno per insegnare la disciplina, l’ordine, la costanza che comporta fare questa musica.

La ricompensa di questa fatica si legge negli occhi e nella musica di questi giovani e, bisogna ammetterlo, vale veramente la pena.

Foto di Davide Visca e Barbara Napolitano.
Video Sanitansamble.

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Barbara Napolitano
Barbara Napolitano, nata a Napoli nel dicembre del 1971, si avvicina fin da ragazza allo studio dell’antropologia per districare il suo complicato albero genealogico, che vede protagonisti, tra l’altro, un nonno filippino ed una bisnonna sudamericana. Completati gli studi universitari si occupa di Antropologia Visuale, pubblicando articoli e saggi nel merito, e lavorando sempre più spesso nell’ambito del filmato documentaristico. Come regista il suo lavoro più conosciuto è dedicato ad una serie di monografie su protagonisti del teatro contemporaneo, tra i quali Vincenzo Salemme, Ottavia Piccolo, Isa Danieli, Luigi De Filippo, in onda per Rai5. Per la narrativa pubblica nel 2003 per la casa Editrice Amaltea “Zaro. Avventure di un visionauta”, a cui seguono, con diversi editori, “Il mercante di favole su misura” (2007), “Allora sono cretina” (2013) e “Pazienti inGattiviti” (2016). Il libro “Produzione televisiva” (2014), invece è dedicato al mondo della TV. Scrive sui blog “iltempoelafotografia” ed “il niminchialista cinematografico” dedicati alla multimedialità.