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La rappresentazione della Battaglia

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Letizia Battaglia

Quando apri gli occhi sul mondo, il fatto che tu sia un uomo, una donna oppure un bambino rende quelle cose del mondo diverse nella tua narrazione, quindi diverse non “in sé”, come direbbe qualcuno che ha una formazione filosofica, ma “per te”…

Giochiamo insieme fantasticando sugli stereotipi: in un cespuglio fiorito una donna vedrà la possibilità di un mazzetto da raccogliere e collocare in un vaso sulla credenza; un uomo un intricato insieme di rami, un bambino una chance di gioco con il proprio cagnetto…

La decodifica del mondo e la sua narrazione passano attraverso la persona e trasformano la “realtà” in una rappresentazione.

Sempre rimanendo nell’ambito della filosofia, rendiamo omaggio ad uno dei filosofi che espresse questo concetto benissimo nel suo “Il mondo come volontà e rappresentazione”: l’amato Schopenhauer infatti intese spiegarci come “il mondo è mia rappresentazione, esiste solo dentro la mia coscienza”, e qui mi fermo per non approfittare oltre della vostra pazienza.

Ma è proprio così…?

Forse esiste, invece, una oggettività nello sguardo, per quanto il mondo da rappresentare possa offrire uno scenario terribile.

Questa premessa sulle differenze dello sguardo che rivolgiamo al mondo mi era utile per presentarvi uno degli sguardi più rappresentativi della storia italiana e siciliana.
Parlo dello sguardo di Letizia Battaglia.

Ci sono donne che portano un destino nel nome e Letizia Battaglia è una di queste.
Si tratta di una delle fotografe italiane più conosciute, che ha vinto premi in tutto il mondo, tra cui a New York, nel 1985, il prestigioso “Eugene Smith”.

Il suo nome è stato spesso associato alle stragi di mafia dal momento che la sua fotografia ha ripreso le situazioni più angoscianti della guerra che ha insanguinato la Sicilia tra gli anni Ottanta e Novanta.

Ahimè una delle sue fotografie più conosciute è quella che ritrae il nostro attuale Presidente della Repubblica che regge il corpo oramai privo di vita del fratello Piersanti.

Ve ne parlo proprio in questi giorni poiché il 25 novembre ricorre la “Giornata mondiale contro la violenza sulle donne” e trovo che sia una splendida occasione per celebrarla portando chi amiamo a visitare la mostra che ne omaggia l’opera, che si inaugura appunto il 24 novembre al Maxxi di Roma, Museo Nazionale delle Arti del XXI secolo, e va avanti fino al 17 aprile 2017.

Oltre alle foto di cronaca, che scatta come reporter del giornale palermitano “L’Ora”, ed agli altrettanto celebri ritratti tra cui basti ricordare quelli a Pier Polo Pasolini e Paolo Borsellino, dedica grande attenzione all’infanzia ed alle donne.

Una fotografia mai banale o didascalica, una immagine che come si diceva nell’introduzione è la narrazione di un mondo.
Un mondo che questa donna ama ed odia altrettanto profondamente.
Combatte una guerra che a volte la porterà pure ad allontanarsi da Palermo quasi a riprendere fiato, e poi a tornare.

Pure nelle composizioni post-prodotte delle sue immagini c’è una forza particolare, dove lacrime e pioggia si confondono, in un urlo continuo che sale dai vicoli a volte a salvare, a volte a liberare, altre a condannare.

Sono immagini che possono dispiacere, ma davanti alle quali sfido chiunque a mostrarsi indifferente.

Moltissimi dei suoi scatti sono dedicati alle donne.

Letizia Battaglia è una forza della natura, una che a Ottant’anni suonati è riuscita nel suo sogno di fondare il “Centro Internazionale di Fotografia” a Palermo.
A Palermo.
A Palermo… lo so, l’ho già scritto due volte.

Ma solo perché ho avuto il privilegio di ascoltarla e sentirla parlare della sua città come di una persona amata e cara a cui si tenta di estirpare la malattia più grande.

Sono affascinata dalla sua veemenza, dal suo coraggio, dalla sua capacità di guardare in faccia la violenza e di tradurla in un grido che mentre denuncia, senza nascondere la sua dipendenza emotiva da quel mondo e da quella città, ha pure la forza di cambiarla.

Il suo impegno politico e sociale nasce da questa voglia di cambiamento.
Per questo la stimo tanto: si sporca le mani, non si nasconde dietro il suo obiettivo, anzi lo usa per denunciare.

Quanto mi piacerebbe poter salvare tante vittime della violenza insegnando loro quanto sia indispensabile pure quando si soffre tanto, trovare dentro e fuori di sé il coraggio di denunciare.

Mi piace pensare a queste righe come ad un regalo per chi non conosce il suo lavoro, nella speranza che per qualcuno possa rappresentare l’occasione pure di sollevare il proprio sguardo sull’orrore e tradurlo in un grido di libertà, come ha fatto tante volte questa donna straordinaria.

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Barbara Napolitano
Barbara Napolitano, nata a Napoli nel dicembre del 1971, si avvicina fin da ragazza allo studio dell’antropologia per districare il suo complicato albero genealogico, che vede protagonisti, tra l’altro, un nonno filippino ed una bisnonna sudamericana. Completati gli studi universitari si occupa di Antropologia Visuale, pubblicando articoli e saggi nel merito, e lavorando sempre più spesso nell’ambito del filmato documentaristico. Come regista il suo lavoro più conosciuto è dedicato ad una serie di monografie su protagonisti del teatro contemporaneo, tra i quali Vincenzo Salemme, Ottavia Piccolo, Isa Danieli, Luigi De Filippo, in onda per Rai5. Per la narrativa pubblica nel 2003 per la casa Editrice Amaltea “Zaro. Avventure di un visionauta”, a cui seguono, con diversi editori, “Il mercante di favole su misura” (2007), “Allora sono cretina” (2013) e “Pazienti inGattiviti” (2016). Il libro “Produzione televisiva” (2014), invece è dedicato al mondo della TV. Scrive sui blog “iltempoelafotografia” ed “il niminchialista cinematografico” dedicati alla multimedialità.