Innamorarsi

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innamorarsi
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Homo sum, humani nihil a me alienum puto
«Sono un essere umano, non ritengo a me estraneo nulla di ciò che riguarda l’uomo»
Publio Terenzio, Heautontimorùmenos
(Il punitore di se stesso, v. 77) 165 a.C.

Non sono una facile agli innamoramenti.
Penso di poter dire che nella mia vita sono stati pochissimi quelli per i quali ho provato una comunione emozionata, provo a contarli…
La prima volta fu per Silvio Pellico, con “Le mie prigioni”, avevo dodici anni e piangevo disperata perché Maroncelli donava una rosa come compenso al medico che gli aveva amputato una gamba, liberandolo da una morte certa. Ho amato attraverso quelle righe ogni momento del nostro Risorgimento e ancora oggi quando ripenso a quelle pagine mi commuovo come un atleta al suono del suo Inno alle Olimpiadi.

Poi fu la volta della Deledda, con “Canne al vento” che traduceva le mie inquietudini in parole e che ritrovo ancora nei miei palpiti di adolescente passata attraverso la Karenina di Tolstoj. A vent’anni arrivarono la Allende e Pennac e non ce ne fu più per nessuno… Insomma i grandi amori non sono stati che cinque.

Certo di storielle parallele ne ho avute diverse: Simenon, Camilleri, Coe, Pirandello, Calvino… e francamente non potrei neppur volendo elencare tutta la letteratura che ha condizionato la mia formazione e la mia vita. Sono stata dentro troppi libri e veramente tanti, a loro volta, hanno lasciato una traccia indelebile dento di me.

La premessa biografica era fortemente necessaria, dal momento che “L’ottica”, questa rubrica, è per me uno sguardo che passa attraverso una forma di arte o di un artista per raccontare qualcosa sul mondo.

Di questo artista mi sono profondamente e indissolubilmente innamorata, oggi, dunque da donna matura, diciamolo pure un amore di quelli che non decidi a cuor leggero, dal momento che lo spazio per le emozioni vere ha lasciato tanto posto al disincanto.

Insomma questo qui lo amo al punto di centellinarne le pagine, come non facevo non so più da quanto, tanto, tempo. Lo occhieggiavo durante il giorno e promettevo, per la sera, di concedermi un giusto momento da trascorrerci insieme, per non sciupare “le frasi” che avremmo vissuto uno accanto all’altra.

Signori e signore, il mio grande amore si chiama: Theodore Zeldin.

Il nostro primo appuntamento, edito da Sellerio, è “The Hidden Pleasures of Life. A New Way of Remembering the Past and Imagining the Future”, a mio giudizio infelicemente tradotto in “Ventotto domande per affrontare il futuro”.

In queste pagine Zeldin mi ha insegnato che, tanto per dire, Eistein non era un genio della matematica, che

in cinese la parola “donna” si scrive con l’immagine di una persona con una scopa in mano, come se le donne fossero condannate in eterno ai lavori domestici (p.287)

che

ogni volta che incontro qualcuno che mi trovo come interlocutore in una relazione non mi chiedo solamente chi ho di fronte a me, ma pure chi è stato e chi potrebbe essere (p.427).

Questo signore nato nel 1933, è uno degli studiosi più interessanti della materia “umana”. In questo libro ripercorre interi secoli dal punto di vista delle relazioni tra le persone, alla ricerca dei modi attraverso i quali non solo si potrebbe, ma si DOVREBBE diventare felici.

Fa notare a chi legge quanto abbiamo perso di vista in questi anni il problema dell’essere felici al mondo per dedicare, per esempio, insensatamente ore ed ore, non sempre e non solo indispensabili ed utili, al lavoro. Ritenendo questo la priorità ASSOLUTA.

A questo proposito mi tornano in mente le note campagne pubblicitarie di una catena di supermercati. Il protagonista della “serie pubblicitaria” è al completo servizio della ditta e dei consumatori, al punto che ci viene dipinto come non solo normale, ma auspicabile che questo uomo si alzi, si badi bene molto felicemente, nel cuore della notte, per andare nel suo supermercato e scegliere pasta, caffè, biscotti, insomma prodotti a cui non si può assolutamente rinunciare e proporli a prezzi convenientissimi.
Allo stesso modo ragiona del suo lavoro in casa con la moglie (almeno questa per fortuna sacrosantamente esasperata) e ancora lo vediamo uscire per ultimo dal supermercato, quasi a notte fonda: ma contento e soddisfatto.

Zeldin ci grida dal suo libro che tutto questo NON è GIUSTO. Questo geniale uomo ci racconta la storia delle emozioni”private”, ma le inserisce all’interno di eventi storici, pubblici che ci sono noti e quindi in qualche modo comprensibili.

Un esempio.

… dovermi orientare nella bufera di informazioni che rende tanto difficile guardare avanti non mi fa disperare, e nemmeno vorrei tornare alla presunta tranquillità e semplicità dei tempi antichi, né son meno emozionato o soddisfatto mentre apprendo qualcosa. In certe occasioni, addirittura, la paura di rivelare quanto sia contenuto nell’invisibile enciclopedia che ciascuno ha nella propria testa svanisce: a Parigi, nel 1968, per esempio, quando l’autorità statale crollò all’improvviso, vidi gente sfogarsi con perfetti sconosciuti e dire cose che normalmente avrebbero tenute nascoste; ben presto tuttavia si chiusero di nuovo a riccio. In questo libro ho cercato di aprire le pagine dell’enciclopedia che ho dentro la mia testa. Ho bisogno di scoprire il contenuto di altre teste e non solo per capire cos’abbia di speciale la mia o per impedirmi di andare a sbattere contro quelle degli altri. Non riesco a considerarmi davvero vivo se conosco solo i miei pensieri. (p.424/5)

Dal mio punto di vista la grandezza e la bellezza delle idee di Zeldin sta proprio in questa riorganizzazione continua che egli dà alla conoscenza. Si tratta di prendere gli elementi della conoscenza che si possiedono, dalla cultura nella quale siamo nati e metterle in continuo confronto e circolo con quelle che l’altro da noi porta con sé.

Ogni volta che impariamo qualcosa, è come se cominciassimo a dipingere un quadro.
Non sappiamo esattamente quale soggetto alla fine verrà fuori quando il quadro sarà completo, ogni pennellata, ogni colore, ogni traccia che aggiungiamo a questo dipinto non riusciamo a prevederla esattamente, ma quello che verrà fuori avrà messo un ordine suo a questa conoscenza. La nostra vita, mi piace pensare, è come un quadro che aggiustiamo in continuazione che vediamo finito e continuamente, e mai.

Questo insistere intorno al “nocciolo” delle persona, fregandosene in ogni testo un po’ di più delle istituzioni, della politica, delle ragioni sociali, ponendo in ogni nuovo libro che ha scritto l’asticella un po’ più in là, ha spesso irritato i detrattori di Zeldin che considerano questa “essenza”dell’essere umano, in fondo, una grossa cavolata, per dirla in termini scientifici. Come se, banalizzando, l’autore avesse voluto dire che un sorriso è sempre un sorriso ed il pianto è sempre il pianto ed entrambe le situazioni esprimono dei sentimenti che hanno a che fare con lo star bene e lo star male, in qualunque latitudine ci si venga a trovare. La stessa imprevedibilità che Zeldin riconosce agli esseri umani impone la loro ingovernabilità e, parliamoci chiaro, questo destabilizza abbastanza.

Zeldin considera ogni persona come un monumento da decifrare e apprezzare, tenta di dare risposte a domande del tipo: ‘Cosa vogliono gli amanti l’uno dall’altro’; ‘Perché è sempre più difficile trovare e mantenere un coniuge’; ‘Come essere amici di un contadino;’ Come essere chic’; ‘Come non essere intimiditi da un intellettuale’; ‘Che cosa diventa drop out’… nelle risposte un panorama di ritratti sull’uomo e sulla società Occidentale sesso sorprendenti, nella loro riconoscibilità.

Insomma analizza la maniera in cui cambia “l’espressione delle emozioni” attraversando civiltà e secoli, ma che si muove tutto intorno ad una immutabile ‘natura umana’.

Quando sei giovane ti dicono che devi superare gli esami all’Università, devi trovarti un lavoro, devi sposarti, devi essere felice. Tutte cose piuttosto difficili da ottenere, oggi.
(…) Zeldin ha studiato per circa 15 anni la vita degli esseri umani nel tentativo di capire che cosa li renda davvero felici. (…) La chiave per ottenere un’esistenza soddisfacente risiede, secondo lui, nella capacità di stabilire rapporti profondi e coltivare relazioni interessanti. Abbiamo continuato a credere, per anni, che le soluzioni ai nostri problemi sarebbero venute dall’economia e dalla politica. Il mondo di oggi ci dimostra che è stato un errore. Basti pensare che per la maggior parte di noi i momenti felici sono quelli passati in famiglia, con gli amici, nella dimensione privata. (…) ogni individuo è unico e poliedrico e per valorizzare le proprie qualità ha necessità di ampliare gli orizzonti umani all’interno dei quali vive, conoscendo più persone, più a fondo. (…) Per favorire la nascita di questi stessi legami il filosofo ha elaborato il metodo delle cosiddette “conversazioni strutturate”: due persone sono invitate a dialogare ponendo l’una all’altra alcune domande pensate per indirizzare il discorso sulla qualità delle proprie vite e sulle relazioni che le hanno segnate. (…) non bisogna aver paura di mettersi alla prova, perché il fallimento, come in tutti gli esperimenti, fa parte del gioco: occorre capire che anche fallire, così come avere successo, è un elemento indispensabile della crescita individuale nonché un fattore determinante per potersi sentire davvero vivi. Essere vivi, restituendo dignità a noi stessi tramite il contatto con gli altri, significa tornare ad esercitare la nostra libertà in modo autentico.
http://www.smartweek.it/felicita-una-questione-di-relazioni/ 

Il pregio di questo libro di Zeldin è che puoi non finirlo mai. Proprio perché come per i grandi amori ogni volta scopri un motivo per ri-innamorarti. Ti giri e lo vedi che sorride ed equivale ad aprire a caso una pagina; ti ricordi di quella volta che siete andati al mare ed equivale a ricercare una particolare frase od un passaggio significativo di un capitolo tot… e così via.

Gli ultimi scritti di Zeldin suggeriscono che i vasti e gli estenuanti sforzi per ottenere la libertà, e per dare alle persone i loro diritti umani, solo soltanto un primo passo; e che il prossimo, più difficile, passo è quello di decidere che cosa fare con la libertà, quando è ottenuta, in dosi piccole o più grandi, e come riconoscere tutte le possibilità che si aprono e come trovare il coraggio di agire e parlare liberamente. I suoi libri sottolineano che mentre le leggi consentono o vietano, solo l’incoraggiamento individuale ed il personale apprezzamento può dare alla gente la fiducia necessaria per superare le paure che sono limitazioni alle loro libertà onnipresenti.
http://andrewnurnberg.com/authors/ 23 April 2012.

Dopo la vittoria di Donald Trump mi è sembrato all’improvviso urgente scrivere questo articolo.

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Barbara Napolitano

Autore Barbara Napolitano

Barbara Napolitano, nata a Napoli nel dicembre del 1971, si avvicina fin da ragazza allo studio dell’antropologia per districare il suo complicato albero genealogico, che vede protagonisti, tra l’altro, un nonno filippino ed una bisnonna sudamericana. Completati gli studi universitari si occupa di Antropologia Visuale, pubblicando articoli e saggi nel merito, e lavorando sempre più spesso nell’ambito del filmato documentaristico. Come regista il suo lavoro più conosciuto è dedicato ad una serie di monografie su protagonisti del teatro contemporaneo, tra i quali Vincenzo Salemme, Ottavia Piccolo, Isa Danieli, Luigi De Filippo, in onda per Rai5.
Per la narrativa pubblica nel 2003 per la casa Editrice Amaltea “Zaro. Avventure di un visionauta”, a cui seguono, con diversi editori, “Il mercante di favole su misura” (2007), “Allora sono cretina” (2013) e “Pazienti inGattiviti” (2016). Il libro “Produzione televisiva” (2014), invece è dedicato al mondo della TV.
Scrive sui blog “iltempoelafotografia” ed “il niminchialista cinematografico” dedicati alla multimedialità.